ecofilm, ecopensieri

Perché questa rubrica? A mio avviso è bene che le esperienze, le opere ed in generale i percorsi fatti dalle persone non si disperdano ma si possano condividere. In particolare l’argomento ambiente ha bisogno di costanti spunti di riflessione e di incentivi per la maturazione di scelte virtuose e contagiose. Per cui si è pensato di individuare attraverso i libri, le esperienze, i film a tema alcuni spunti interessanti tesi ad arricchire il nostro rapporto emozionale e razionale con l’ambiente ed il pianeta.

Marcello Gurrieri


Marcello Gurrieri è nato a Ragusa il 9 maggio 1973. Socio di Legambiente Catania, è stato volontario di Mani Tese Sicilia e di Casa Famiglia Puebla. Ama il cinema, lo sport, la musica, la natura e la buona cucina. E' stato responsabile della sede di Ragusa del Centro di Servizio per il Volontariato Etneo. Ha pubblicato i seguenti libri: "Le anime libere della notte" per la Libroitaliano, "L'ostinazione della speranza - credere, sentire, vivere... nonostante tutto" e "Il rugby... secondo me" con www.ilmiolibro.it


Il Bhutan e la felicità. Spunti di riflessione seguiti alle puntate de “Il Testimone” (trasmissione condotta da PIF) 

Di FIL (Felicità Interna Lorda, parafrasata da PIF Prodotto Interno di Felicità per far riferimento al suo pseudonimo) abbiamo più volte scritto in passato su questa rubrica approfondendo opere a tema. In questo caso ci troviamo di fronte alla narrazione di un’esperienza realmente vissuta da un intero popolo. Il Bhutan occupa il 160° posto nella graduatoria mondiale del PIL (Prodotto Interno Lordo) ma questo non impedisce al suo popolo di sentirsi vicino alla felicità o addirittura di possederla quotidianamente. Con la consueta ilarità PIF prova a far emergere le ragioni profonde che stanno dietro a questo sensazionale risultato. Sarà per fattori culturali strettamente connessi alla religione buddista; sarà per scelte governative da sempre improntate alla ricerca della felicità del popolo (tanto da approntare questionari annuali per comprendere la condizione di ogni nucleo familiare, tanto da garantire appezzamenti di terra ai più poveri). Fatto sta che la situazione è diametralmente opposta a quella di molte nostre grandi città, malate di solitudine e disperazione. Forse si potrebbe obiettare che impedire ai ragazzini di cibarsi di junk food (il cibo spazzatura), creare un clima di ostilità nei confronti di chi fuma (causa, secondo il governo, non solo del danneggiamento della propria salute ma anche di quella degli altri con conseguenze anche sociali ed economiche) potrebbe risultare in qualche modo asfissiante. Oppure si potrebbe obiettare che un Paese di circa 700.000 abitanti non possa essere paragonato a Paesi di ben altre proporzioni. Non saprei. Ma di certo i tanti volti sorridenti e sereni, gli eccellenti parametri ecologici ed ambientali, il sano equilibrio raggiunto tra la medicina tradizionale e quella moderna, l’innalzamento dell’aspettativa personale interamente improntata alla ricerca della felicità sono aspetti che non possiamo ignorare. Ci presentano una realtà che ci pone dei quesiti urgenti ed importanti sul nostro stile di vita. Uno degli intervistati bhutanesi, dimostrando grande rispetto e completa assenza di supponenza, ci consiglia non tanto di guardare ad esperienze di altri Paesi come il Bhutan ma di cercare nella nostra storia, nella nostra cultura, nella nostra tradizione, nella nostra essenza i motivi e gli stimoli per il raggiungimento della nostra felicità. Complimenti a PIF che ci lascia sempre a metà strada tra il sorriso leggero e l’approfondimento antropologico più ardito.

2 dicembre 2017


Io sono Li (2011). Film di Andrea Segre

 “Tutti i fiumi scendono al mare, senza poterlo riempire. C’è un vento freddo ma scalda il cuore, fa sorridere Li, come un piccolo fiore”. Bepi, il poeta di Chioggia originario della Slovenia, esprime così la purezza dei suoi sentimenti per Li, giovane madre cinese chiusa nella trappola messa in atto da un clan anch’esso cinese che la minaccia di non farle più rivedere il figlio se non pagherà fino in fondo un antico debito contratto con loro. Un amore platonico e ricambiato dalla ragazza, ma visto male dai connazionali di Li e dai compaesani di Bepi, pronti a malgiudicare tanto la presunta relazione quanto la natura del “nemico” straniero. E quando ci si imbatte nella chiusura mentale e nei pregiudizi, purtroppo, le conseguenze risultano spesso tragiche. “Del quadrato si può fare un cerchio? Strade lontane si possono incrociare? Vivo è il rimpianto per la via smarrita nell’incerto cammino del ritorno. A ritroso il mio carro si volge. Confusa tra gli errori era la strada” (Zhao Tao).

Il film esprime secondo me un candore sublime, reso ancora più struggente dall’ambientazione in laguna: “Il mare qui è straordinario. Non so perché. Ma sembra più piccolo del nostro. Forse perché ha due nomi: uno è mare, l’altro è laguna. Chiamarlo mare o laguna dipende dalla distanza. In italiano la laguna è femmina. Calma e misteriosa. Invece il mare è maschile. Non riposa mai, sempre in balia del vento e delle onde. A me il vento piace. Perché mi porta a te, figlio mio!”

6 novembre 2017

 


The Lady – L’amore per la libertà (2012). Film di Luc Besson.

La storia del mondo è sempre gravida di vicende raccapriccianti che rischiano seriamente di sgretolare ogni fiducia nell’essere umano. Poi si accendono delle luci, sbocciano dei fiori di dignità e coraggio. E la speranza, affievolita, riprende vigore. E’ accaduto proprio questo con Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991 interpretata benissimo da Michelle Yeoh in questa appassionata pellicola di Luc Besson. Una donna di 50 chili capace di perseguire il sogno di suo padre di una Birmania finalmente democratica e multipartitica: 15 anni di arresti domiciliari, l’impossibilità di uscire dal Paese (persino durante la fase terminale della malattia del marito), il divieto di ingresso in Birmania ai congiunti, gli scioperi della fame, le manifestazioni osteggiate dal governo con la solita strategia del terrore. Il tutto con lo stile del sorriso, del dialogo, della nonviolenza, senza rinunciare mai alla musica del suo pianoforte. “The Lady” uscì nelle sale cinematografiche in una fase storica molto delicata per la Birmania, con le elezioni politiche alle porte e la candidatura in corso di Aung San Suu Kyi. Luc Besson rispose così nel migliore dei modi all’invito dell’attivista birmana: “Usate la vostra libertà per favorire la nostra”. Personalmente il film mi deluse soprattutto per quanto riguarda l’approfondimento, a mio avviso non esaustivo, dei risvolti sociali e politici di tutta la vicenda. In compenso furono efficacemente messi in risalto gli aspetti più intimi ed emotivi. Ad ogni modo la realtà venne narrata con coraggio e sarebbe bastata essa stessa, da sola, a coinvolgere emotivamente il pubblico nelle sale.

Le elezioni politiche dell’aprile del 2012 videro un trionfo della Lega nazionale per la democrazia. L’”orchidea d’acciaio” poté cominciare finalmente a concretizzare il sogno del popolo birmano. La sua rinuncia alle armi, alla violenza, all’odio, alla vendetta portarono alla mente i grandi nonviolenti della storia, dal Mahatma Gandhi in India a Nelson Mandela in Sudafrica. Vorrei tanto chiudere qui questo mio commento ma purtroppo non posso. Le recenti vicende birmane ci presentano un’apparente ambiguità che mai avrei voluto segnalare ma l’onestà intellettuale mi impone di farlo. Oggi che Aung San Suu Kye è Consigliere di Stato della Birmania (l’equivalente di un Primo Ministro) si stanno verificando gravi episodi di violenza da parte dell’esercito birmano ai danni della minoranza musulmana Rohingya. Amnesty International parla addirittura di pulizia etnica. Le denunce della pakistana Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace, con un accorato appello rivolto alla San Suu Kyi per spingerla ad una ferma condanna, ad una precisa presa di posizione, all’azione sembra che siano rimaste inascoltate. Quali le ragioni? Una prevaricazione dell’esercito difficilmente governabile? Una scelta del compromesso per ragioni di politica interna? Oppure, come direbbero gli attivisti anarchici, chiunque si spinge fino al governo viene inesorabilmente contagiato dai meccanismi del potere? Non possiamo sapere. Possiamo solo ipotizzare. Ed esprimere un auspicio: che il raggio di sole che poteva asciugare finalmente il sangue e le lacrime versate in decenni di soprusi non sia solo un’illusione seguita da nuove nubi funeste.

21 ottobre 2017


Born to run – Bruce Springsteen – L’autobiografia. Editore Simon & Schuster – Mondadori.

“Il paesaggio era mozzafiato. Ero in preda all’euforia mentre attraversavamo il deserto all’alba, i canyon con le ombre blu e viola, il cielo di un giallo talmente chiaro da ridurre le montagne a un profilo nero dietro di noi. Con il sole che sorgeva alle nostre spalle, i rossi e i marroni carichi delle pianure e delle colline prendevano vita. L’aria era così secca che le mani sul volante assumevano una tinta bianco sale. Il mattino risvegliava i tenu

i colori della terra, e qualche ora dopo la luce intensa di mezzogiorno disegnava l’orizzonte sopra due carreggiate d’asfalto che scomparivano… nel nulla… il mio spettacolo preferito. E poi la sera, con il sole rosso che ti ardeva negli occhi e tingeva d’oro le montagne dell’Ovest. Mi sentivo a casa: era l’inizio di una lunga storia d’amore con il deserto.” Bruce Springsteen descrive la sua storia d’amore col paesaggio californiano ma soprattutto con la libertà di una vita vissuta “on the road”, con la sua musica, l’impellenza urlante di condividere il suo talento, di far sentire la sua voce, le sue idee, la sua passione, la sua poesia. Le librerie sono stracolme di biografie. Ma se volete acquistarne una veramente importante vi consiglio questo “Born to run”. Che voi amiate o no il Bruce Springsteen artista avrete comunque fatto un ottimo acquisto. Perché il Bruce Springsteen cantautore (ed oggi scrittore della propria vita) prende spunto a piene mani dalla realtà: le fatiche del mondo operaio, le storie di immigrazione (lui che è di origine italo-irlandese), l’orizzonte occluso di un certo tipo di provincia americana, la conseguente ribellione giovanile, i conflitti generazionali, la febbre del Rock’n’Roll, le posizioni contro la guerra (in particolare nel brano “Born in the USA”, ispirato al libro “Nato il 4 luglio” di Ron Kovic e beffardamente strumentalizzato da Ronald Reagan); e poi l’amore viscerale verso il palco e verso i fan, trasformati in amici e fratelli con i quali condividere il suo essere, ai quali offrire tutto se stesso. Perché quello è il suo habitat naturale. E se non vi fossero le belle pagine di questo libro a descriverlo potreste affidarvi alle migliaia di testimonianze raccolte in tutto il mondo: quando un concerto si trasforma in una vera e propria catarsi, in una memorabile esperienza di vita, di formazione, di condivisione, di rilancio dei propri sogni, di ampliamento dei propri orizzonti. Springsteen, a 68 anni suonati, è ancora capace di tutto questo come pochi artisti al mondo, lui e la sua impareggiabile E Street Band. “Non siamo soltanto un’idea, siamo un’estetica, una filosofia, un collettivo con un codice d’onore professionale fondato sul principio che stasera tireremo fuori tutto ciò che abbiamo dentro e faremo del nostro meglio per aiutarti a tirare fuori tutto ciò che tu hai dentro, il tuo meglio. Che lo scambio di sorrisi, anima e cuore con le persone che abbiamo davanti è un privilegio. Che è un onore e uno spasso cantare insieme a coloro in cui hai investito tanto (e viceversa), i tuoi fan, le stelle del cielo, questo istante, e fare umilmente (o no!) il tuo lavoro per aggiungere un piccolo anello alla lunga ed esaltante catena della quale sei fiero di far parte.” “[…] di fronte a migliaia di persone mi sono sempre sentito completamente libero di lasciarmi andare. Ecco perché i nostri concerti non finiscono mai.”

Bruce nel libro si apre completamente mettendo a nudo tutto se stesso. Il padre alcolista, le fatiche della miseria nella provincia del New Jersey, la perseveranza di un sogno che fatica ad imporsi, le luci e le ombre del mondo del rock, vissuto in modo spesso controcorrente: “[…] Letteratura e musica documentano il culto della morte nel rock, ma cosa rimane dell’artista e delle sue canzoni? Una bella vita non vissuta, partner e figli in lutto, un buco per terra. L’uscita di scena gloriosa è solo un mucchio di stronzate” Che dire, Bruce? Ci conquisti sempre. Forse perché anche noi, come te, siamo “nati per correre”, “Born to run”. E quando il vento si ferma ecco le tue note a sostenere il nostro passo a ritmo di rock.   

23 settembre 2017


Incendi boschivi… che fare?

Ogni anno si ripete lo scempio degli incendi boschivi. In tanti ci indigniamo ma non sappiamo come indirizzare questa nostra indignazione. Cosa fare? Chi è che manovra questi disegni criminali? E quali interessi si muovono dietro queste catastrofi? Cosa possono fare gli amministratori, i comuni cittadini, i magistrati, le forze di polizia? Perché la questione è veramente grossa. Si tratta di paradisi terrestri in fumo, si tratta di risorse paesaggistiche, ambientali, turistiche, economiche distrutte, si tratta di sicurezza perché le frane devastanti come quella di Giampilieri sono proprio dovute alla carenza di risorse boschive unita alla speculazione edilizia. E allora che fare? Cerchiamo di mettere in fila qualche proposta ragionevole: senz’altro urge un’immediata attuazione di progetti di riforestazione; trovo inoltre urgente un inasprimento delle pene per gli autori di questi scempi, equiparando il reato ai più gravi crimini; bisognerebbe unire le forze per il controllo e la prevenzione (Vigili del Fuoco, Forestali, Polizia, Carabinieri, Esercito) soprattutto in occasione delle giornate più torride, aumentando la disponibilità di canadair. Il tutto però ottimizzando gli sforzi perché è ormai chiaro che l’esercito di forestali siciliano, così com’e’ impiegato, non risolve nulla, anzi… Infine dare strumenti di indagine adeguati alla Magistratura perché o si comprende bene e definitivamente quali sono le cause e gli interessi che stanno dietro (agendo di conseguenza) oppure ogni sforzo rischia di essere vano. So bene che per fare questo ci vorrebbero degli ingenti investimenti. Ma quanti soldi vanno già adesso in fumo con tutti questi incendi? Si è detto tanto sulle possibili cause: pastori in cerca di nuovi pascoli? Piromani patologici? Gesti di inciviltà come il mozzicone acceso lasciato nei boschi nelle giornate più torride? Operai di settore frustrati in cerca di nuovi concorsi e quindi di nuove opportunità di lavoro? Tutte queste ipotesi insieme?

Non saprei. Intanto però vi propongo un estratto da un articolo del Sole24Ore.com, a firma di Roberto Galullo, che ci aiuta a capire qualcosa di più e che aggiunge alle ipotesi sopra citate quella di un più credibile disegno criminale. Il titolo dell’articolo è già esaustivo e punta senza mezzi termini al nocciolo della questione: “Perché la mafia dei terreni brucia l’Italia”. “Una ragione è la pervicacia di cosche e clan nel dimostrare che […] sono in grado di indirizzare destini, fortune e sfortune. Dimostrano ai proprietari (siano essi privati o demaniali) che possono fare il bello e il cattivo tempo. A maggior ragione […] se i boschi e i pascoli incendiati sono assoggettati a vincoli di inedificabilità quindicennale. E’ evidente l’intento del Legislatore di impedire la speculazione edilizia che deriverebbe dal mutamento di destinazione urbanistica dei terreni. Se il proprietario non si piega alle richieste estorsive dei criminali […] ecco che scatta la furia incendiaria.  In Campania, in Sicilia – ma anche sempre più in Lombardia – ciò che il fuoco arde può diventare terreno di sversamento illecito di ogni tipo di rifiuto […]”.

Ecco i numeri del rapporto “Ecomafie” di Legambiente relativi allo scorso anno: 4.635 incendi boschivi; 27.000 ettari di verde andati in fumo; 322 persone denunciate; 14 arresti.

Sembrerebbe che il 2017 stia andando ancora peggio. Il TG2 del 25 luglio faceva il conto del solo mese di luglio 2017: 51.000 ettari di verde in fumo.

Mentre sto scrivendo queste righe sta bruciando, per l’ennesima volta, la Riserva Naturale dello Zingaro, ennesimo atto di viltà e ferocia.

Marcello Gurrieri

2 agosto 2017


L’esplosivo piano di Bazil (2009). Film di Jeanne-Pierre Jeunet.

Bazil ha perso il padre a causa di una mina quando era un ragazzino. Ha perso la propria salute a causa di una pallottola vagante in testa che gli ha causato un serio danno cerebrale. A seguito di tutto ciò ha perso anche il lavoro e la possibilità di una vita dignitosa. Si arrangia come può dormendo sotto i ponti. In sintesi la vita di Bazil è stata distrutta, direttamente o indirettamente, dalle armi. Un giorno Bazil scopre le fabbriche che hanno prodotto quelle armi che hanno determinato la sua sofferenza. Decide di agire e lo fa con l’aiuto dei suoi nuovi amici, un simpatico gruppetto di clochard residenti in una discarica. L’impero delle due fabbriche di armi concorrenti crollerà più sotto il peso della loro reciproca avidità, del loro cinismo smisurato e della fame di potere che non per i “colpi” di Bazil e dei suoi amici. I quali, però, riusciranno a mettere in ridicolo e sul lastrico i due fabbricanti.

“L’esplosivo piano di Bazil” è un’ originale fiaba pacifista che mette alla berlina i potenti regalandoci un’occasione per sorridere e riflettere. Di particolare valenza simbolica l’ambientazione della nuova vita di Bazil, una discarica che diventa occasione di riscatto. Il modo creativo, geniale con cui gli abitanti della stessa trasformano e rimettono in funzione rottami divenuti ormai rifiuto mi fa pensare a tutte quelle realtà (mercatini solidali dell’usato, riciclaggi creativi, utilizzi artistici del materiale di scarto) che fanno del recupero la loro forza. E’ coinvolgente l’innocenza di questi personaggi, la loro giocosità infantile, la loro creatività e soprattutto quel calore umano che rende degna e luminosa persino una vita in mezzo ai rottami. E viene in mente l’auspicio che un altro mondo possa essere possibile; un mondo in cui, prima di produrre qualcosa, si prendano seriamente in considerazione le conseguenze che quel bene (“bene”?) avrà, nel breve, medio, lungo periodo sull’umanità.

Il film è uno sberleffo meraviglioso a quelle forme di potere che, pur facendo cose orrende, cercano di non sporcarsi mai le mani, rinnovandosi la facciata con le maschere dei Gran Galà, le parole altisonanti, gli elogi alla tecnologia (che limiterebbe i “danni collaterali”), tanto fumo negli occhi che però non annebbia lo sguardo lucido e genuino di Bazil. Il quale affronta il nemico così com’e’, un “eroe” goffo e improbabile ma con la fanciullesca e gaia irriverenza di uno Charlot dei nostri tempi.

17 luglio 2017


Promised Land (2012). Film di Gus Van Sant.

Steve (Matt Demon) è un agente della Global, grossa compagnia energetica in procinto di realizzare trivellazioni in vaste aree americane in cerca di gas. Giunge con una collega in una cittadina di campagna per convincere i residenti a cedere la terra in cambio di denaro. Il compito sembra inizialmente facile, considerando la palpabile crisi economica e produttiva che caratterizza tutta l’area. Invece si rivelerà eccezionalmente arduo. L’orgoglio “campagnolo”, dapprima considerato ottuso, illogico, insensato, antieconomico, finirà con lo scuotere Steve nel profondo, facendo riemergere le sue origini contadine. Un conflitto interiore palese espresso con l’incessante ripetizione di una frase quasi di autodifesa: “non sono una cattiva persona” ed acuito nel momento in cui l’attivista ambientalista Dustin si rivela come un doppiogiochista stipendiato dalla stessa Global.  

Il film fa emergere i nodi drammatici della corsa all’energia. Ad esempio quando, in un dialogo con il proprietario di una fattoria, Steve fa presente le guerre che gli Stati Uniti scatenano per questa finalità e quanto sarebbe assurdo, a suo modo di vedere, non sfruttare le ricchezze all’interno del Paese. Ma gli fa eco, in una conversazione successiva, un anziano agricoltore: “Sono fortunato. Sono abbastanza vecchio da rischiare di andarmene con dignità”. Così a Steve viene in mente il fienile di suo nonno, quanto gli sembrava insensato ripulirlo e riverniciarlo ogni estate. “Ma ora capisco: probabilmente mio nonno voleva insegnarmi a prendermi cura delle cose”.

In “Promised Land” (la cui uscita fu osteggiata, a quanto pare, dalle lobbies del petrolio) trovo molto interessanti i dialoghi. Perché, pur schierandosi con condivisibile chiarezza dalla parte dei contadini, espone con efficacia la drammatica complessità di questa tematica. Non facile, aggiungo io, trovare le soluzioni finché la logica prevalente rimarrà quella del: “non nel mio giardino” senza mettere in discussione lo stile di vita energivoro delle comunità.

11 giugno 2017

 


Elyseum (2013). Film di Neill Blomkamp

Anno 2154. Il pianeta Terra, in seguito ad una crescente crisi di sovraffollamento e inquinamento, è ridotto ad un enorme ghetto abitato da poveri, operai e criminali. L’elite più ricca dell’umanità ha trovato il suo Eden realizzando Elyseum, un’enorme stazione spaziale in cui il tenore di vita è altissimo, dove esistono persino dei macchinari capaci di far guarire da tutte le malattie. Qualsiasi sopruso è lecito pur di mantenere questo standard di vita, “difendendolo” dall’invasione dei disperati.

Max Da Costa (colpito da radiazioni letali durante il lavoro in fabbrica) cercherà in tutti i modi di raggiungere Elyseum, ultima speranza di sopravvivenza per lui e per Mathilda, figlia dell’amata Frey, malata di leucemia.

Il film non è certo un capolavoro ma affronta efficacemente temi che, seppur non originalissimi e in qualche modo triti e ritriti, continuano ad essere interessanti e drammaticamente attuali. Leggo dalla recensione di Gabriele Niola (My Movies): “Blomkamp continua a cercare l’oggi nel domani”. Possiamo senz’altro riscontrare questo aspetto nel film. Se solo pensiamo al cocente dibattito sulla riforma sanitaria statunitense o al dramma dei flussi migratori, “Elyseum” è molto più attuale di quanto l’anno di ambientazione lascerebbe supporre.

8 maggio 2017


Il primo uomo (2012). Film di Gianni Amelio

Jean Cormery è un famoso scrittore algerino che vive in Francia da tanti anni. Decide di tornare nell’Algeria degli anni 50, colma di tensioni da guerra civile. Sullo sfondo i disastri del colonialismo, le radici dell’odio e la cancrena che esso causa, il razzismo, le ghettizzazioni, le giovani vite spezzate, le bombe, la morte degli innocenti. Cerca di diffondere ostinatamente un messaggio di pace in un clima difficilissimo. Viene attaccato da tutte le parti; gli rimproverano eccessiva morbidezza e distanza. Gli citano persino una frase tratta da un suo libro: “colui che scrive non sarà mai all’altezza di colui che muore”. Così Cormery ricerca nei ricordi dell’infanzia la forza, l’ispirazione e l’entusiasmo per andare avanti. Anche perché sono i ricordi della miseria, delle difficoltà di una vita senza padre e senza soldi, senza prospettive; eppure sono ricordi ricchi di umanità, dolcezza e affetto. Un’apparente contraddizione che trova chiarezza nel volto della madre, così colmo di amore e tenerezza. Tratto dal romanzo incompiuto di Albert Camus (trovato sul luogo del fatale incidente stradale), “Il primo uomo” è stato voluto con forza da Gianni Amelio e dalla produzione, tanto da assumersi dei notevoli rischi (la figlia di Camus ha firmato il contratto solo dopo aver visto il film).

12 aprile 2017


 
Cose dell’altro mondo (2011). Film di Francesco Patierno

Nord est Italia: una quotidianità caratterizzata dalla faticosa convivenza con i migranti, con sovrabbondanza di luoghi comuni, ipocrisie, sentenze superficiali ed episodi di ingiustizia e razzismo. L’industriale Golfetto, nel suo abituale intervento da opinionista in una TV locale, si lascia andare all’ auspicio provocatorio che uno “tsunami purificatore” spazzi via tutti gli immigrati. E magicamente viene esaudito. All’ improvviso tutta la popolazione straniera scompare e la città si ritrova in una situazione di assoluta emergenza: le fabbriche non possono più produrre, gli anziani restano soli, la frutta va al macero nelle campagne, i mezzi di trasporto restano senza benzina, i tir abbandonati sulle autostrade, le materie prime essenziali razionate. L’idea geniale di questa fiaba moderna (già precedentemente vista nel film “Un giorno senza messicani” di Sergio Arau che proponeva lo stesso soggetto ambientato in California), pur nell’inverosimiglianza di quanto narrato, ha il merito di far riflettere sulla complessità della nostra società, su cosa può significare la presenza dei migranti intorno a noi. Accanto a problematiche importanti e sempre più complesse anche oggettive correlazioni, opportunità, potenzialità inespresse.

4 marzo 2017


8 Mile (2002). Film di Curtis Hanson

“8 mile” è il nome di una strada di Detroit abitata dalla cosiddetta “spazzatura bianca” (“white trash”) vale a dire da quell’insieme di persone che, seppur bianche, vivono al di sotto della soglia di povertà, in condizioni di degrado, violenza, miseria. Uno di loro, Jimmy Smith Jr. (detto B-Rabbit, interpretato dal cantante Eminem) percorre quelle strade arrangiandosi come può, tra un lavoro pesante e malpagato in fabbrica, una madre alcolista e depressa ed un sogno nel cassetto: la valorizzazione del suo grande talento di cantante rap. Un talento che fa fatica ad imporsi tra moltitudini di rappers neri. Insomma una sorta di razzismo al contrario, un bianco che cerca di superare pregiudizi che sembrano incrollabili. A mio avviso il più grande pregio del film, ispirato in buona parte alla vera storia di Eminem, è quello di raccontare benissimo il linguaggio della strada, il mondo del rap: dove nasce, cosa rappresenta, cosa lo alimenta, cosa lo fa deragliare verso illusori e fragili “paradisi”  che ne compromettono la forza creativa e la sincerità. Ed Eminem, nel trovarsi dentro a tutto questo, che è la sua vita, ha dato una prova di “recitazione” molto apprezzata. Non a caso ho voluto virgolettare la parola “recitazione” perché in fondo quello che Eminem ha fatto è stato tuffarsi in ciò che conosce meglio, rappresentando se stesso, il suo mondo. E lo ha fatto come meglio non poteva, con rara intensità.

Personalmente, trovo che il momento più bello del film sia quello delle “Battles” (battaglie) allo Shelter, locale in cui i rappers si “scontrano” con raffiche di parole mitragliate senza sosta. In quelle parole c’e’ tutto il loro vissuto, tutta la loro forza. E questa energia mi ha sinceramente emozionato e mi è arrivata nonostante i grossi limiti della traduzione italiana e la mia non conoscenza dello slang di strada americano. B-Rabbit stravince la battaglia dello Shelter ma non ha il tempo di esultare. Saluta gli amici e si incammina verso la fabbrica. Lo attende il turno di notte…

4 febbraio 2017


FIERI – Fabbrica interculturale ecosostenibile del riuso

A Catania nasce “Fieri”, un progetto innovativo per dare risposte molto importanti a questioni socio-ambientali di assoluta rilevanza. Un gioco di parole che sta per Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso. Un antico casolare di Catania (messo a disposizione in comodato d’uso dal Comune di Catania e da un privato) verrà ristrutturato e diventerà un punto di riferimento per l’intera comunità. Vi si potranno smaltire materiali ormai considerati rifiuti, che saranno riparati, recuperati, riutilizzati, trasformati. Giovani catanesi e giovani migranti impareranno un mestiere di artigianato, vivendo tra l’altro una preziosa occasione di integrazione fattiva. “Apprenderemo – dice Antonio D’Amico – tecniche antiche e innovative per creare oggetti belli e funzionali da materie che non utilizziamo più […]. Diventerà un’officina di creatività ed un piccolo negozio, a metà tra un rigattiere ed un shop di design”. Com’e’ facile intuire un progetto del genere può dimostrare la sua concreta utilità su più fronti convergenti: ambiente, integrazione, lavoro. Faccio i miei personali complimenti a tutti gli attori e partners di questo progetto: Arci Comitato Territoriale di Catania, Mani Tese Sicilia, Associazione des Mautirieeens, Associazione Rifiuti Zero Sicilia, a’ Fera Bio Catania, Al Revés – società cooperativa sociale, RisOrti Migranti, Arci Melquiades, Zeronove, MAKE’ TERRA, Circolo Faber, Cooperativa Prospettiva, Mettiamoci in Gioco – Sicilia, Banca Etica.

E’ possibile sostenere FIERI tramite il crowdfounding. Sul seguente link, il video e le informazioni su come sostenere il progetto:

https://www.produzionidalbasso.com/project/fieri-fabbrica-interculturale-ecosostenibile-del-riuso/

20 gennaio 2017