Interesse naturalistico delle salinelle di San Biagio (Belpasso)
testo tratto dal DECRETO 1 aprile 1998 ASSESSORATO DEI BENI CULTURALI ED AMBIENTALI E DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
Dichiarazione di notevole interesse pubblico di parti del territorio interessanti le manifestazioni gassose della Salinella di Paternò e della Salinella del Fiume, ricadenti nel territorio comunale di Paternò e della Salinella di S. Biagio ricadente nel territorio comunale di Belpasso.
Le "Salinelle" si manifestano con dei vulcanetti di fango chiamati scientificamente anche "salse" e con voce araba "maccalube", presenti in tre diversi punti, due ricadenti nel territorio di Paternò ed un altro in quello di Belpasso, e precisamente i primi due si trovano alla periferia nord-ovest dell'abitato di Paternò, nei pressi del campo sportivo (Salinella di Paternò) ed in contrada Salinella, vicino al corso del fiume Simeto (Salinella del Fiume). L'altro in località Pioppo-Fossa Creta, nei pressi del vallone di S. Biagio o vallone Salato (Salinella di S. Biagio).
Si tratta di fenomeni geologici, dovuti alla presenza di gas naturali in pressione nel sottosuolo, che in terreni sedimentari, come nel presente caso, danno origine ad una morfologia superficiale caratterizzata da vulcanetti di fango, attraverso i quali fuoriescono i gas.
La particolarità del fenomeno è dovuta alla presenza nel sottosuolo di strati rocciosi permeabili (in generale per porosità) contenenti i gas naturali, che tendono a sfuggire verso la superficie attraverso vie preferenziali (giunti di stratificazioni, piani di faglia, fratture e fessurazioni), trascinando con sé sedimenti argillosi e sabbiosi e liquidi (come acque freatiche e/o idrocarburi). Il materiale raggiunge la superficie, dove si accumula in edifici di forma conica (piccoli vulcani) dalla cui sommità fuoriescono continuamente gas, fango e liquidi. Molte volte l'emissione di gas è accompagnata da colate di fango, molto fluido, formatosi per il contatto fra strati argillosi ed acque salate, con conseguente abbassamento della viscosità e flocculazione delle particelle argillose.
La morfologia delle aree interessate dai fenomeni appena descritti presenta caratteristiche tipologiche ben definite: - litologia in genere a componente principale argillo-marnosa; - assenza di vegetazione di qualsiasi natura; - aspetto caotico dei terreni; - presenza di mud cracks, cioè di fessurazioni poligonali delle argille dovute a rapido essiccamento.
L'attività delle manifestazioni gassose è variabile nel tempo ed è legata anche alle variazioni di stress tettonico nel sottosuolo. Ciò spiega l'interesse delle istituzioni scientifiche competenti per lo studio di questi fenomeni, che si cerca di correlare agli eventi sismici dell'area, ai fini della possibile previsione dei terremoti.
Sotto l'aspetto geologico l'area in cui insistono le Salinelle è costituita in parte (Salinella di Paternò) da colate laviche basaltiche di varie epoche, intercalate a sedimenti argillo-marnosi del Pliocene Inferiore (argille azzurre), mentre per il resto (Salinella del Fiume e Salinella di S. Biagio) la litologia comprende in superficie depositi alluvionali terrazzati di origine continentale e marina, formati da sedimenti incoerenti argillosi e sabbiosi. Generalmente la morfologia è tipica dei litotipi argillosi ed argillo-sabbiosi, che presentano aree molto degradate con intensi processi erosivi di dilavamento ed assenza pressoché totale di vegetazione.
In tutte e tre le località le manifestazioni gassose hanno dato origine a diversi vulcanetti di fango di dimensioni variabili (alcuni superano in altezza il metro), sormontati da una cavità craterica imbutiforme, al fondo della quale si localizza il condotto della Maccaluba e presentano incrostazioni policrome di sali in superficie. L'elevazione dei conetti è dovuta all'accumularsi del fango attorno alla bocca della cavità craterica, che spesso si presenta piena di acqua gorgogliante per la continua emissione di gas. Lo scarico dell'acqua avviene attraverso degli squarci sull'orlo della sommità, dai quali si dipartono i canali di scolo che tracciano singolari forme astratte, continuamente cangianti, anche per le diverse e molteplici sfumature cromatiche.
Attualmente si presentano molto attive, con notevoli emissioni di fluidi fangosi che, depositandosi attorno ai coni, creano delle aree paludose, dando luogo alla formazione di un paesaggio molto suggestivo.
Tali manifestazioni gassose sono note fin dall'antichità, ma soltanto nel secolo XIX sono state oggetto di studi da parte di scienziati e naturalisti.
Uno dei primi studiosi che descrisse i fenomeni succitati fu G. C. Gemmellaro nel 1846 con il suo "Saggio sulla costituzione fisica dell'Etna", nel quale scrisse di vulcanetti idroargillosi che emettono grandi quantitativi di fango molto fluido e collegò questa attività al vulcanismo etneo. Successivamente, nel 1866, O. Silvestri in un suo lavoro specifico sulle manifestazioni gassose di Paternò collega questi fenomeni ad una forza vulcanica del sottosuolo ed avanza l'ipotesi che tali fenomeni rappresentino l'anello di congiunzione fra l'attività dell'Etna e gli ultimi segni di un'antica attività vulcanica locale (fenomeni vulcanici di secondo ordine). Da alcune analisi chimiche effettuate, in quel periodo, il gas risultò costituito per il 95% da anidride carbonica, che Silvestri ipotizzò di origine vulcanica.