Legambiente Catania
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La vicenda del Sistema acquedottistico "Ancipa"
 
 
 
     
 
Il progetto
 
 

Il progetto di massima dell’acquedotto Ancipa venne elaborato nel 1979 dalla Cassa per il Mezzogiorno. All'E.A.S. (Ente Acquedotti Siciliani), nel 1988, vennero trasferite le opere del sistema Ancipa dalla Cassa per il Mezzogiorno tramite l'Agenzia per il Mezzogiorno.
Il progetto prevedeva la costruzione di un canale di gronda lungo 12.3 km collegato ad un sistema di traverse poste su tutti i torrenti che danno origine al fiume Simeto, dal Saracena al Cutò, per riversare le acque nell’invaso di Ancipa. Delle previste traverse fu in parte realizzata solo quella sul torrente Martello.
Il canale di gronda era previsto in parte in struttura pensile ed in parte in galleria. La struttura pensile, di grande impatto paesaggistico, era costituita da una coppia di piloni in cemento armato che sorreggevano il canale formato da due travi cave gemelle modulari, in cemento armato precompresso, lunghe 20 m e aventi, ciascuna, una sezione (esterna) di 7.5 m².
Le opere di presa erano state progettate in modo da potere prelevare dall’80% al 96% dei deflussi annui dei corsi d’acqua. In tal modo si sarebbero prosciugati i torrenti da cui nasce il Simeto e l’alto corso dello stesso Simeto durante tutto l’anno, tranne durante gli eventi di piena (le cui portate, per gli elevati valori rispetto alle normali fluenze, non erano derivabili dalle traverse). Le ripercussioni sugli ambienti naturali, sugli equilibri idrogeologici di vaste aree e sull’agricoltura e la zootecnia della valle del Simeto sarebbero state gravissime.

 
     
 
Le violazioni di legge e le sentenze della Magistratura
 
 

"Quest'opera andava fatta ad ogni costo anche in palese disprezzo delle vigenti norme di legge e ciò perché non era in rilievo il pubblico interesse ma l'interesse patrimoniale delle imprese".
Con queste parole dei magistrati della Procura della Repubblica di Palermo si può riassumere in maniera efficace la vicenda dell'acquedotto Ancipa, un'opera che ha rappresentato in Sicilia il simbolo dell'arrogante illegalità e che ha prodotto un'enorme spreco di denaro e la manomissione di ambienti naturali di grandissimo pregio.
Questa vicenda è emersa grazie alla costante azione di Legambiente che, a partire dal 1988, denunziò le palesi irrazionalità dell’opera, i danni per l'ambiente e le evidenti violazioni di legge, norme regolamentari e contrattuali compiute nell’esecuzione dei lavori e nella gestione degli appalti.

Le opere del 1° lotto dell'acquedotto Ancipa furono appaltate al raggruppamento di imprese Lodigiani e COGEI (gruppo Rendo) ed i lavori furono avviati in assenza di autorizzazioni urbanistiche, paesaggistiche e ambientali.

Le opere realizzate, un tratto del canale di gronda, la traversa di presa sul torrente Martello e la pista di accesso realizzata entro l’alveo del torrente, produssero la distruzione di boschi, la manomissione di ambienti fluviali, enormi sbancamenti ed un devastante impatto paesaggistico in una delle aree meglio conservate del Parco naturale dei Nebrodi. Una parte del canale di gronda che venne realizzata era prevista nel 2° lotto che non era neanche stato appaltato!

Alla fine del 1988 Legambiente inviò i primi esposti che portarono, nell'aprile del 1989, all'ordine di sospensione dei lavori da parte dell'Assessorato regionale Territorio e Ambiente. Questo ordine di sospensione fu però del tutto ignorato da parte delle imprese e dall'E.A.S.; le successive denunzie di Legambiente condussero all'ordine di sequestro giudiziario da parte della Pretura di Bronte nel giugno 1989 e le opere furono finalmente bloccate.
Il processo che seguì, con Legambiente parte civile, portò alla condanna di alcuni responsabili delle imprese e all’ordine di demolizione delle opere realizzate in contrasto con la legge Galasso.
La sentenza fu sostanzialmente confermata in secondo grado dalla Corte di Appello di Catania e successivamente dalla Corte di Cassazione il 21/12/1993, ultimo giorno utile prima della prescrizione dei reati. La sentenza ha ordinato la demolizione delle opere realizzate in contrasto con la legge Galasso ed il ripristino dei luoghi a spese dei condannati ma non è stata ancora eseguita.

Sempre a seguito delle denunzie di Legambiente, per i reati di falso, abuso di ufficio e corruzione, la Procura della Repubblica di Palermo ordinò nel 1993 diversi arresti tra cui quelli degli imprenditori Luigi Rendo e Vincenzo Lodigiani e dell’ex ministro Aristide Gunnella. A tali provvedimenti, dopo un complesso iter giudiziario, seguirono i provvedimenti di rinvio a giudizio.
Nel dicembre del 2006 la Cassazione ha posto fine al processo relativo a questi reati, stabilendo che nell’appalto dell’opera ci fu corruzione. I condannati, tra cui l’ex ministro Aristide Gunnella e l’ex presidente dell'E.A.S. Ninni Aricò, dovranno risarcire lo Stato Italiano per le somme spese per la realizzazione di questa opera pubblica illegale ormai destinata alla demolizione. L’unico punto a favore per imprenditori e politici coinvolti è stato, solo per l'intervenuta prescrizione, l’annullamento delle condanne.

 
     
     
     
     
     
 
Il canale di gronda nei boschi dei Nebrodi
 
 
 
Distruzione di boschi e dissesti nel torrente Martello
 
 
traversa sul torrente Martello
 
traversa sul torrente Martello
La traversa sul torrente Martello
 
 
 
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