Legambiente Catania
 
CATANIA
   




ecofilm, ecopensieri

a cura di Marcello Gurrieri

Perché questa rubrica? A mio avviso è bene che le esperienze, le opere ed in generale i percorsi fatti dalle persone non si disperdano ma si possano condividere. In particolare l’argomento ambiente ha bisogno di costanti spunti di riflessione e di incentivi per la maturazione di scelte virtuose e contagiose. Per cui si è pensato di individuare attraverso i libri, le esperienze, i film a tema alcuni spunti interessanti tesi ad arricchire il nostro rapporto emozionale e razionale con l’ambiente ed il pianeta.

Marcello Gurrieri è nato a Ragusa il 9 maggio 1973. Socio di Legambiente Catania, è stato volontario di Mani Tese Sicilia e di Casa Famiglia Puebla. Ama il cinema, lo sport, la musica, la natura e la buona cucina. E' stato responsabile della sede di Ragusa del Centro di Servizio per il Volontariato Etneo. Ha pubblicato i seguenti libri: "Le anime libere della notte" per la Libroitaliano, "L'ostinazione della speranza - credere, sentire, vivere... nonostante tutto" e "Il rugby... secondo me" con www.ilmiolibro.it

Il cammino della speranza (1950). Film di Pietro Germi.

 

In seguito alla chiusura della solfatara un gruppo di minatori della provincia di Caltanissetta, spinti (e truffati) da un contrabbandiere senza scrupoli, decidono di emigrare in Francia in cerca di un futuro migliore. Grazie alla musica fraternizzeranno con gli altrettanto disperati bergamaschi (emozionante la sequenza in cui il suonatore di chitarra siciliano si unisce al fisarmonicista bergamasco). Incontreranno il lavoro sottopagato nelle campagne padane (osteggiati dai lavoranti locali in sciopero che li accuseranno di rubar loro il lavoro) prima di raggiungere l’agognata meta francese. La ricchezza di elementi di riflessione e di discussione che questo film stimola è del tutto evidente. L’immigrazione, la lotta dei disperati, lo sfruttamento da parte di persone senza scrupoli. Film di un’attualità palese e sconvolgente a distanza di 66 anni dall’uscita della pellicola. La voce fuori campo di Pietro Germi commenta così in chiusura del film: “i confini sono tracciati sulla carta […] non sulla terra”.

26 settembre 2016

 

 

 


Springsteen & I (2013). Film documentario di Baillie Walsh.

“I’m just a prisoner of rock and roll!” Con questa dichiarazione (che trovo meravigliosa) Bruce Springsteen ha chiuso il recente concerto di Roma al quale ho avuto il privilegio di assistere. Ma forse essa non è del tutto corretta. Bruce Springsteen non è solo un prigioniero dell’amato rock and roll. E questa realtà appare in tutta evidenza nelle testimonianze dei fans raccolte nel film “Springsteen and I”. Persone ispirate ogni giorno dalla poesia dei suoi testi, dall’energia senza eguali delle sue performance live (che ancora, a quasi 67 anni, superano le 4 ore ininterrotte di spettacolo), dalla sincerità con cui affronta tematiche importanti come la povertà, il divario tra le classi sociali, la ferocia della guerra, la vulnerabilità del sogno americano. Interprete impareggiabile della classe operaia e dei diseredati, Springsteen regala tutto nei suoi live: empatia, poesia, impegno civile, festa, danza, coinvolgimento del pubblico, gioia, commozione. In alcune testimonianze raccolte nel film i fans ringraziano Bruce in quanto “grazie ai suoi testi siamo persone migliori”. E’ un rapporto che si trasforma in senso di appartenenza, come ad una famiglia traboccante di reciproca gratitudine. E di amore. “Bruce è presente nella nostra vita di operai”. Parole importanti che escono dai racconti personali sono: speranza, riscatto, libertà. Ed una ragazza, alla fine del film, riassume così il suo sentire: “la musica ci ricorda che ci può essere ancora bellezza a questo mondo e che niente è perduto”.
Se ancora non bastassero queste parole a comprendere meglio Springsteen, cito una parte del testo tradotto di uno dei suoi brani più significativi e poetici: “The ghost of Tom Joad”

Diceva Tom: “Mamma, dovunque un poliziotto picchia una persona
Dovunque un bambino nasce gridando per la fame
Dovunque c’e’ una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria cercami ed io ci sarò
Dovunque si combatte per uno spazio di dignità, per un lavoro decente, per una mano di aiuto
Dovunque qualcuno lotta per essere libero guardali negli occhi e vedrai me.

Sulle note e le parole di questa canzone è sceso sul Circo Massimo un silenzio totale e toccante. 60000 persone con gli occhi lucidi tra le note di una chitarra acustica e le parole di un poeta degli ultimi.

5 settembre 2016


Due libri per ricordare Nelson Mandela - Un ideale per cui sono pronto a morire (2014) di Nelson Mandela (Garzanti) - Ama il tuo nemico (2008) Di John Carlin (Sperling & Kupfer).

 

Vi propongo due libri per conoscere meglio la storia e l’evoluzione del pensiero di Nelson Mandela, l’uomo che con coraggio salvò il Sudafrica da una guerra civile devastante. Tra le tante opere sia editoriali che cinematografiche sull’argomento credo che i due titoli in questione siano di particolare rilievo, anche perché narrano due fasi storiche differenti.
“Un ideale per cui sono pronto a morire” espone, senza nessun filtro o sintesi, l’intero discorso tenuto da Nelson Mandela nel 1964 in occasione del processo per “alto tradimento e terrorismo”, per poi riprendere le sue dichiarazioni in occasione del rilascio avvenuto nel 1990. La nuda schiettezza e l’onestà con le quali Mandela espone il suo pensiero ed il modo in cui esso si è formato fanno davvero venire i brividi dall’emozione e ci aiutano a capire la forza di un grande uomo. La scelta della nonviolenza, durata tanti anni senza risultati per il popolo nero, portò ad un travaglio all’interno dell’African National Congress e dello stesso Mandela. Cosa fare? Cedere alla violenza politica? E a quale tipo di azioni? Erano riassunte essenzialmente in 4 tipologie: sabotaggio, guerriglia, terrorismo, guerra civile. L’intenzione fu subito quella di non provocare vittime. Per cui si scelsero, non senza dubbi e lacerazioni, le prime due forme di lotta. Mandela ricorda anche il grande sostegno ricevuto dalle comunità religiose, dalla comunità internazionale, dai militanti comunisti. Proprio in merito alle accuse di comunismo la sua riflessione è molto interessante. Pienamente affine all’idea del bene comune e dell’aumento delle opportunità per i più poveri, Mandela fa delle distinzioni in merito all’obiettivo: non una lotta di classe che porti alla dittatura del proletariato ma un’armonia tra le classi sociali che porti alla distribuzione dei diritti, delle terre, delle opportunità, del potere al popolo nero. Questo accadeva nel 1964. Il libro fa un salto di quasi 27 anni, la durata della sua prigionia. E riprende il primo discorso tenuto dopo la scarcerazione (11 febbraio 1990). Le sue parole sono di gratitudine per tutti coloro che si sono spesi nella lotta. E sono parole molto concrete di speranza . La situazione è cambiata, appare evidente a tutti. “Ho accarezzato l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutti possano vivere in armonia e con le stesse opportunità. E’ un ideale che spero di vedere realizzato, se vivrò abbastanza a lungo. Ma se è necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire”.
“Ama il tuo nemico”, scritto da John Carlin, dal quale è tratto il bel film di Clint Eastwood “Invictus” (2009), è il secondo libro che vi propongo. Parla essenzialmente della fase successiva a quella appena descritta. Una fase storica molto delicata che, se non fosse stato per Nelson Mandela, avrebbe di certo portato ad una delle guerre civili più tragiche e sanguinose della storia dell’umanità. Nonostante i 27 anni di carcere, le privazioni, le torture, l’uccisione dei propri compagni, nonostante la violazione di ogni diritto umano, Mandela ebbe la forza di guardare oltre l’odio, di immaginare un orizzonte diverso, il più difficile, ma l’unico che avrebbe dato la possibilità al suo popolo di uscire dal tunnel: la convivenza pacifica tra bianchi e neri. Possiamo dirlo a distanza di anni: Mandela si rivelò non solo un grande uomo ma anche un grande statista. Il “perdono” non fu solo un fatto di cuore ma anche la migliore strategia possibile a beneficio del popolo sudafricano. Fu una scelta coraggiosa perché quando un popolo subisce quello che ha subito il popolo sudafricano ci vuole più coraggio a scegliere la pace che non la guerra. Tale processo ebbe forse il momento più difficile il 10 aprile 1993 quando fu assassinato l’attivista Chris Hani, amico fraterno di Nelson Mandela. Anche in questo caso Mandela seppe mettere in secondo piano se stesso a beneficio del processo di pace. Divenuto nel 1994 presidente nelle prime elezioni democratiche sudafricane continuò a percorrere senza sosta la strada della pace. Utilizzando anche strumenti inattesi. Come il rugby, sport fino ad allora simbolo in Sudafrica dell’apartheid e della segregazione razziale. Ebbene, proprio grazie a questo splendido sport, all’assegnazione dell’organizzazione della coppa del mondo 1995 al Sudafrica, al coinvolgimento degli atleti nelle townships e alla storica vittoria finale degli Springbooks contro i leggendari All Blacks di Jonah Lomu, si mise in atto un cambiamento fino a quel momento insperato, frutto di un’anima “invincibile”.

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all'altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l'Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

(“Invictus” poesia di William Ernest Henley che Mandela leggeva durante gli anni di prigionia)


9 maggio 2016


 

Contrasto agli sprechi alimentari – Alcune esperienze nel mondo.

Ho letto un servizio interessantissimo sul National Geographic. Il tema affrontato era lo spreco di cibo nel mondo. Si stima che circa 1 terzo del cibo prodotto si perda in qualche modo. Un drammatico paradosso in un mondo che ancora conta un miliardo circa di poveri assoluti (coloro che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno). Per non parlare poi delle conseguenze ambientali quali il consumo/spreco di risorse, la produzione di rifiuti, l’incremento dell’effetto serra. Così sono nate in tutto il mondo varie iniziative per limitare gli sprechi alimentari. In particolare l’articolo citava, tra le altre, l’esperienza della Start Up canadese “Imperfect Produce”. Essa si rivolge al settore delle produzioni agricole. Una gran quantità di frutta e verdura viene buttata ogni giorno subito dopo la raccolta in quanto ritenuta “imperfetta”. “Imperfect Produce” si propone di recuperare questi prodotti rivendendoli sia sugli scaffali dei supermercati e centri commerciali che direttamente alla clientela, con uno sconto del 30/50%. I benefici socio-ambientali di questa attività sono sotto gli occhi di tutti e ad essi va aggiunto un ulteriore risultato non meno importante: il notevole risparmio complessivo di acqua.
Ma esistono nel mondo tante esperienze col medesimo obiettivo. Ad esempio Wefood, supermercato danese che vende cibo scaduto ma ancora commestibile; anche in Italia tanti lavorano contro gli sprechi. Ad esempio vi sono le iniziative a favore degli indigenti. Ma esistono anche delle esperienze particolarmente innovative. Come “Last Minute Sotto Casa”, il primo portale italiano contro gli sprechi alimentari che, come spiega Francesco Ardito su www.lisciocomelolio.altervista.org) da “la possibilità ai negozi di non buttare via il cibo a fine giornata mettendo a loro disposizione una sorta di megafono digitale”. Riassumendo possiamo dire che esistono tantissime esperienze virtuose. L’auspicio è che esse possano avere sempre più rilevanza nelle scelte dei governi, dei produttori e dei consumatori.

Vai al video su “Imperfect Produce


19 aprile 2016


 

Referendum sulle trivellazioni del 17 aprile 2016.

“Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’e’ ancora gas e petrolio?” Questo è il quesito al quale i cittadini devono rispondere al referendum del 17 aprile 2016, indetto dalle 9 regioni promotrici (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise).
Personalmente penso (scrivo a titolo esclusivamente personale) che i nostri mari debbano essere difesi. E, se di sviluppo si parla, esso dovrebbe partire dalla tutela del nostro patrimonio ambientale e paesaggistico. Il miraggio del lavoro? Un’illusione. Non dimentichiamo cosa accadde in Sicilia nel triangolo industriale (detto “della morte”) Priolo Augusta Melilli. Un paradiso distrutto. Le conseguenze? Devastanti sull’economia del sale, della pesca, del turismo e, certo non in ordine di importanza, sulla salute della cittadinanza (come narrato dall’ottimo “Crimini di pace”, documentario di Antonio Bellia di cui abbiamo già scritto su questa rubrica). Ed oggi, beffa delle beffe, si perdono anche quei posti di lavoro per i quali la comunità ha pagato questo altissimo prezzo. Se poi pensiamo che il petrolio al giorno d’oggi è considerato una fonte di energia obsoleta, dannosa e che tutto il mondo si sta adoperando per superarlo a favore di altre fonti, le scelte in suo favore appaiono, a mio avviso, ancora più beffarde.


9 marzo 2016


 

Il sindaco pescatore (2015). Film di Maurizio Zaccaro.

“Rispetta il mare se no il mare te se magna; se rispetti il mare è come se rispetti la legge”. Angelo Vassallo, pescatore divenuto sindaco di Pollica (in 3 mandati consecutivi) e presidente della Comunità del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, venne ucciso il 5 settembre 2010 a causa delle sue scelte lucide e coraggiose (anche se ancora oggi non sono stati individuati colpevoli e movente del delitto). Diventò sindaco puntando su un paradosso: “tornare indietro per andare avanti”, riferendosi ai valori antichi del rapporto genuino e rispettoso con il mare, con la natura, con la “fontana che getta soldi”. Pagò con la vita le coraggiose battaglie in difesa dell’ambiente e della legalità (tra i successi più clamorosi della sua amministrazione la trasformazione di un mare, quello di Acciaroli/Pollica, pieno di rifiuti e scarichi al mare, in uno dei mari più puliti d’Italia, contrassegnato dalle 5 vele di Legambiente). L’8 febbraio la RAI ha trasmesso questo film (di seguito trovate il link per la visualizzazione gratuita sul web) interpretato da Sergio Castellitto e dedicato ai 143 amministratori locali italiani assassinati dal 1973 ad oggi. Un episodio inquietante si è verificato proprio in corrispondenza della trasmissione del film: un incendio doloso sulle colline di Pollica. Causale coincidenza? Purtroppo sembrerebbe proprio di no.

Vai al film.


12 febbraio 2016


 

L’amore per la natura nelle opere di Hayao Miyazaki.

Ho scoperto solamente da poco, grazie a dei cari amici, questo autore. O meglio, avevo già apprezzato e assorbito, da bambino, senza conoscerne l’origine, una parte delle sensibilità che già Miyazaki riservava, sia pure in ruoli diversi, in alcuni cartoni della nostra infanzia. Ma solo negli ultimi mesi ho avuto modo di scoprire i suoi lungometraggi, uno dei quali (“La città incantata”) vinse l’Oscar per i film di animazione nel 2001. E così ho iniziato questa tardiva ma ricca esperienza (che continuerò, mi mancano ancora diversi titoli). Ho potuto riscontrare, tra le tante qualità dei suoi lavori, un grande amore per la natura, rappresentato attraverso i frequenti ed incantevoli paesaggi naturali, l’uso delle metafore ed i personaggi protagonisti dei suoi film. Tra questi ultimi Totoro, lo spirito rassicurante del bosco (“Il mio vicino Totoro” 1988), oppure le bambine protagoniste del medesimo film, piene di entusiasmo e di curiosità verso il bosco e le sue creature; Nausicaa, la principessa della valle del vento (“Nausicaa nella valle del vento” 1984) che si frappone con amore e coraggio tra le fazioni in guerra per evitare la distruzione definitiva (una buona parte del pianeta era stata già spazzata via dai conflitti termonucleari causando tra l’altro la formazione della devastante giungla tossica).
Inoltre, risulta assolutamente palese lo sguardo critico di Miyazaki nei confronti delle “logiche” della guerra. Ad esempio (sempre in “Nausicaa…”) nella contesa dei generali per il “soldato invincibile” appare evidente il riferimento alla corsa agli armamenti che per lunghi decenni ha gettato ombre cupe sul futuro dell’umanità (e che purtroppo, ciclicamente, torna a turbare le cronache).
“Si alza il vento” (2013) è il film che forse mi ha rapito di più. Una citazione di Paul Valery accompagna tutto il lungometraggio con un messaggio potente: “Si alza il vento. Bisogna tentare di vivere!” Un inno alla vita più volte espresso nei dialoghi del protagonista Jiro. Con la sua amata Nahoko davanti all’arcobaleno:
- “Mi ero del tutto dimenticato degli arcobaleni”
- “Essere in vita è una cosa stupenda!”
Nel disgusto verso la guerra, espresso in sogno da Caproni, ingegnere aeronautico come lo stesso Jiro ( e come il padre di Miyazaki…): - “Tu tra un mondo con le piramidi e un mondo senza piramidi quale preferisci?”
- “Le piramidi” - “Quello di volersi librare nel cielo è stato il sogno dell’umanità ma è anche un sogno maledetto. Gli aeroplani portano anche il peso del destino di diventare strumenti di massacro e distruzione”.
E ancora in sogno con la sua amata Nahoko, morente per tubercolosi, che esorta Jiro a continuare la sua strada anche senza di lei: “Vivi! Vivi”.
- “Tu devi vivere – risponde Caproni – Ma prima passeresti da me? Ci sarebbe del buon vino”. Già, l’arte di vivere … che si impara solo vivendo, dando “fondo alle proprie forze” e guardando film come questo.

13 gennaio 2016

 


Adelante petroleros (2014). Film di Maurizio Zaccaro.

“Pensare di sfruttare lo Yasuni senza provocare inquinamento, distruzione ambientale e devastazione sociale, è come credere che Dracula è diventato vegetariano e che possiamo affidargli la direzione della banca del sangue”. Così si esprime Alberto Acosta (ex presidente dell’energia e dell’industria dell’Ecuador) intervistato dal giornalista Pino Corrias. La situazione del Parco Nazionale ecuadoriano Yasuni è molto preoccupante. Si tratta di uno dei più importanti polmoni verdi del pianeta, violato e messo seriamente a rischio (e con esso l’enorme patrimonio di biodiversità e la vita delle popolazioni indigene) dagli appetiti delle aziende petrolifere e dalle scelte contraddittorie del presidente Rafael Correa. Tutto questo nonostante la chiarezza inequivocabile dell’articolo 71 della Costituzione ecuadoriana che evidenzia l’importanza del rispetto dei “diritti della natura”. L’associazione Mani Tese ha prodotto questo film per sensibilizzare l’opinione pubblica, ribadendo un messaggio: “lo sfruttamento delle risorse naturali – in Ecuador così come in altre parti del mondo – non produce sviluppo, ma disuguaglianze, sfruttamento, povertà e disastri ambientali. […] Occorre impegnarsi a promuovere su scala globale stili di vita sostenibili per tutti i popoli e per tutte le nazioni, nel Sud come nel Nord del mondo”.

22 dicembre 2015

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Il mio Ali (2014). Libro di Gianni Minà. Editore Rizzoli Rai Eri .

“E’ difficile spiegare come uno si renda conto di essere nero in America. Io sono del Sud, di Louisville. Ero un adolescente quando qualcuno capì che avrei potuto essere un buon pugile. Mi ritrovai in pochi mesi alle Olimpiadi di Roma, categoria mediomassimi. Non avevo nemmeno diciotto anni. Conquistai la medaglia d’oro e pensai di rappresentare un vanto per il mio Paese. Ricordo che giravo tutto intorno con la medaglia al collo e non me la toglievo nemmeno quando andavo a letto. Finirono le Olimpiadi e partimmo per New York; anche lì feste e complimenti, qualcosa sembrava veramente cambiato nella mia vita di povero nero di Louisville. Ma poi presi un altro aereo e andai a casa, in quello che è chiamato “il profondo Sud”. Arrivai in città e presi un autobus; avevo sempre la medaglia d’oro al collo, ma qualcuno, incurante, mi disse con molta freddezza che, essendo nero, era meglio che, come consuetudine, mi accomodassi in fondo alla vettura. Capii che nulla era cambiato nella mia vita, capii che nulla sarebbe mai cambiato. Ma in quel momento presi coscienza di cosa volesse dire essere nero negli Stati Uniti. Per questo credo che quel giorno sia stato uno dei più importanti della mia vita”. Ecco uno dei passaggi delle interviste contenute nel libro “Il mio Ali”, una raccolta di tutti gli articoli scritti da Gianni Minà dal 1971 ad oggi su Cassius Clay/Muhammad Ali (nome assunto dopo la conversione alla fede islamica) tra i più grandi pugili di tutti i tempi ma anche personaggio scomodo e coraggioso che sfruttò la sua immagine pubblica per portare avanti la lotta di emancipazione degli afroamericani. Alternando eccessi ed estremismi a momenti di lucidissimo buon senso Ali comunque portò avanti i suoi ideali sempre pronto a pagarne le conseguenze. Ad esempio il rifiuto di partire per la guerra in Vietnam gli costò milioni di dollari, la revoca del titolo mondiale e l’impossibilità di proseguire per 3 anni la sua carriera agonistica nel momento di maggiore fulgore fisico, rischiando oltretutto seriamente la detenzione. Ma proprio grazie a questa sua scelta si mise in moto un dibattito negli Stati Uniti che portò alla modifica della legge sull’obiezione di coscienza. Il suo talento pugilistico gli consentì di aprire ospedali, scuole e servizi sociali per gli afroamericani. E di contribuire sensibilmente ad un forte cambiamento di mentalità nell’America degli anni 60/70. “Da giovane volevo essere il primo grande nero libero. In parte ci sono riuscito […]”. Cassius Clay/Muhammad Ali, se a volte poteva apparire spaccone, esagerato, presuntuoso, un clown un po’ matto, credo che rappresenti comunque un grande esempio di onestà, coraggio, combattività, idealismo, dignità. La dignità di un uomo che, ad esempio, seppe rispondere senza mezzi termini alle pretese dalla CBS (che pagava milioni di dollari per comprare i suoi match): “Voi avete comprato il mio spettacolo, non la mia vita!” Per uno sport violento come la boxe è difficile parlare di “eroismo”. Ma nel caso di Ali si può fare un’eccezione. Non mi riferisco solo alla vicenda Vietnam oppure alla sua coraggiosa offerta di offrirsi come ostaggio in cambio della liberazione dei 60 nordamericani tenuti prigionieri a Teheran nel 1979. Mi riferisco anche al finale di carriera, quando, ormai stanco della boxe, si ostinò a continuare esclusivamente per venire incontro economicamente (e non solo) alle esigenze della sua gente. “E’ vero, sono vecchio e grasso. Ma batterò Holmes e sarò campione per la quarta volta. Dedico questo incontro a chi si rassegna, a chi dice troppo presto “non posso”, a chi nel letto di un ospedale si sente dire “devi morire”, a chi ha sentito dai genitori solo parole come “non sarai mai nessuno”. La vita è dura, per questo è necessario aggredirla”. Purtroppo la storica impresa non gli riuscì ma restò impresso in tutti il suo messaggio.
Dopo molti anni di difficile rapporto con le istituzioni arrivò qualche (meritatissimo) riconoscimento pubblico. Nel 1978 gli venne restituita dal CONI la medaglia d’oro olimpica che Ali, in un moto di rabbia per essere stato cacciato da un ristorante (in cui l’accesso era vietato “ai cani e ai negri”) aveva gettato nel fiume Ohio. Nel 2005 ricevette la medaglia presidenziale della libertà.
Dal 1984 l’avversario più duro di Cassius Clay/ Muhammad Ali si chiama sindrome di Parkinson. E il campione lo affronta col consueto immenso coraggio.
Penso che tuffarsi in questa storia afroamericana (che appartiene in fondo al mondo intero) possa essere ancora oggi importante. E a maggior ragione farlo leggendo gli scritti dell’epoca di un giornalista eccelso come Gianni Minà, uno al quale il grande Massimo Troisi invidiava l’agendina telefonica (battuta memorabile sulle conoscenze personali e le frequentazioni illustri di Minà). Il clima sociale narrato dal libro oggi è per certi versi cambiato. Ma vi sono momenti, come nel caso delle uccisioni di afroamericani ad opera di alcuni poliziotti americani, in cui, purtroppo, il tema razzismo torna drammaticamente attuale. Ma soprattutto, personalmente, penso che in questi tempi, turbati da episodi terrificanti compiuti in nome della religione, la storia di Ali possa essere una preziosa testimonianza. Avremmo ancora bisogno di lui, della sua onestà, della sua dignità, del suo coraggio, delle sue parole, purtroppo ormai messe a tacere dalla malattia.

30 novembre 2015


La famiglia Bélier (2014). Film di Eric Lartigau.

I Bélier sono una famiglia di agricoltori della Normandia che si dedicano anima e corpo al loro lavoro. I genitori ed il figlio maschio sono sordomuti, l’unica della famiglia che parla (e canta, con voce angelica e stupefacente) è Paula. Il compito di quest’ultima è ovviamente determinante nel portare avanti le attività della cooperativa e la quotidianità della famiglia, donandole la possibilità di comunicare con i clienti, i fornitori, i creditori. Tutto passa da Paula, anche la possibilità del padre di competere alle elezioni amministrative per contrastare il candidato che vorrebbe espropriare le terre per attuare folli progetti avveniristici a proprio vantaggio.
Un giorno viene proposta a Paula la possibilità di trasferirsi a Parigi per studiare canto e realizzare il proprio sogno e questo mette in seria crisi gli equilibri della famiglia. Ma i Bélier, seppur con poche parole, si amano tanto. Proprio quell’amore li aiuterà a prendere le decisioni giuste. E persino le emozioni e le vibrazioni della musica, pur non potendo ascoltarle, riusciranno a passare, da cuore a cuore.

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6 novembre 2015


Loch Ness (1995). Film di John Henderson.

Un appassionato e ambizioso scienziato americano, Ted Danson, giunge a Loch Ness deciso a svelare il mistero di Nessie, il cosiddetto “mostro di Loch Ness”. Trova l’ostilità degli abitanti del luogo, convinti che si debba tutelare l’identità di quei luoghi e l’antichissima leggenda ad essi legata. Grazie ad una bimba avvisterà e fotograferà in una grotta gli esemplari di dinosauro. Ma, in un impulso di rispetto verso quei luoghi e quella gente, rinuncerà a tutto ciò (successo, ricchezza, carriera, fama) che quella foto avrebbe potuto donargli.
Di questo film ho apprezzato molto, paradossalmente, la scelta di preferire ai soliti eccessi (ad esempio di effetti speciali) riscontrabili in altri film di genere l’approfondimento degli aspetti più intimi e sociologici della vicenda narrata. Il maggiore motivo di interesse, infatti, è legato ai dialoghi, all’incontro fra le diverse esigenze, quasi a riassumere il tutto con alcuni dubbi amletici: meglio la scienza o la leggenda? Meglio l’invasione (di giornalisti, studiosi, scienziati) per un supposto interesse globale o il mantenimento dei luoghi nel rispetto delle comunità? Non facile la risposta, ma di sicuro interesse l’averla posta.

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21 ottobre 2015


La - bas – Educazione criminale (2011). Film di Guido Lombardi.

- “E’ pericoloso!” -
- “La povertà è pericolosa!!!” -
Così Moses, lo zio di Youssouf, cerca di giustificare la sua scelta di vita legata allo spaccio della droga. Il film racconta con efficace realismo i passaggi che portano il giovane Youssouf dalle speranze del suo arrivo in Italia agli sfruttamenti schiavistici quotidiani sino ai pericoli degli ambienti più estremi. La vicenda è ambientata a Castelvolturno e ricostruisce la terribile strage del 2008, quando il clan dei casalesi sterminò 6 ragazzi africani (originari del Togo, del Ghana, della Liberia) del tutto estranei al traffico di droga (come appurato in seguito dalla magistratura). L’indomani una sommossa delle comunità immigrate chiese a gran voce rispetto e che i responsabili fossero arrestati. La coraggiosa testimonianza dell’unico sopravvissuto alla strage, il ghanese Joseph Ayimbora, portò all’arresto degli esecutori.

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6 ottobre 2015


Marcia delle donne e degli uomi scalzi - Anche a Catania per dire no ai muri del razzismo e dell’intolleranza -

L’11 settembre 2015 si è tenuta in tutta Italia la “marcia delle donne e degli uomini scalzi”, una bella iniziativa per dire no ai muri del razzismo e dell’intolleranza e per chiedere: diritto d’asilo europeo, corridoi umanitari per i profughi ed un sistema di accoglienza che garantisca i diritti fondamentali. L’iniziativa si è svolta anche a Catania. Pur non avendo potuto partecipare, desidero scriverne un accenno anche in questa rubrica perché credo si sia trattato di un momento assai importante per la città tutta. La marcia ha avuto luogo lungo la spiaggia della Plaia ed è stata piuttosto partecipata. Con in testa i migranti tra racconti, canti, musiche. E’ stato anche fatto un sentito omaggio alle 6 giovani vittime annegate durante il tragico sbarco del 10 agosto 2013 avvenuto proprio alla Plaia.

18 settembre 2015


Da un mare di bottiglie ad una canoa di bottiglie. Un’azione dimostrativa per un mare più pulito.

Per smaltire le bottiglie di plastica sono necessari 1000 anni. Ed i mari, purtroppo, ne sono pieni. Con questa consapevolezza il dottor Giuseppe Rapisarda ha realizzato una significativa azione dimostrativa legata ad un progetto con l’Istituto Tecnico Ferraris di Belpasso. Il 29 agosto ha percorso il mare della Plaia di Catania con la sua canoa composta da bottiglie di plastica per sensibilizzare cittadinanza e istituzioni sull’importanza della tutela del mare e sui danni che i rifiuti fanno all’ecosistema marino. Presenti diverse realtà ambientaliste (compresa Legambiente Catania) e molti cittadini. In ottobre lo stesso Rapisarda vorrebbe percorrere con la stessa canoa lo Stretto di Messina. Quest’ iniziativa è giunta tra l’altro a conclusione di una stagione disgraziata per i bagnanti etnei. Le acque di molteplici zone (dalla Scogliera di Catania ad Acicastello, Acitrezza, Fondachello, persino Marina di Cottone, un tempo bandiera blu) sono risultate molto inquinate. Una vera e propria epidemia virale ha colpito centinaia di bagnanti, ricorsi alle cure dei Pronto Soccorso con nausea, diarrea, spossatezza e febbre. Partendo da quest’ultima constatazione, direi (mia opinione personale) che l’azione dimostrativa di Rapisarda è utile per un ragionamento sia a livello planetario globale che strettamente locale, stimolando un maggiore impegno per attuare azioni da parte delle istituzioni ma anche della cittadinanza a favore del rispetto e della tutela del mare.

3 settembre 2015


Noi e la Giulia (2015). Film di Edoardo Leo.

4 uomini “falliti”, come essi stessi si definiscono, provano a voltare pagina investendo in un agriturismo campano. Qui affronteranno le difficoltà di una nuova apertura e soprattutto la maledizione del pizzo reagendo ad esso in modo inconsueto, forse incosciente, ma sicuramente coraggioso: il rapimento, all’interno della struttura, di tutti i camorristi e la sepoltura di una loro auto, una vecchia Giulia 1300 che, per un difetto elettrico, continuerà a suonare (sottoterra) suscitando curiosità e decretando l’inatteso successo dell’attività. Uno dei camorristi (proprio il proprietario dell’auto) troverà gli stimoli per cambiare stile di vita nella raccolta di olive, nella cura delle piante, nel contatto con la natura e in una inaspettata sintonia coi nuovi proprietari. I quali, nell’inevitabile epilogo, travolti da sensazioni contrastanti (la paura dei camorristi e gli entusiasmi del loro sogno avverato) si troveranno in un bivio difficile: fuggire o affrontare insieme i pericoli della nuova difficile realtà?

vedi il trailer

5 agosto 2015

 


Zanne Festival 2015.

Giunto già alla terza edizione, Zanne Festival può considerarsi ormai un punto di riferimento di livello superiore per gli appassionati di buona musica. E non solo per loro. Infatti sono moltissime (e di grande interesse) le attività collegate a questo festival. Spazio anche all’associazionismo con la partecipazione di Legambiente, Cope ed Emergency (a cui verrà destinato un euro in favore del Progetto Italia per ogni abbonamento venduto). Poi attività per il benessere (yoga, TAI-CHI, letto sonoro indiano), per la cultura (danza, musica, laboratori, arte in genere), per l’ambiente (prodotti biologici, artigianato sostenibile e largo spazio agli amici a quattro zampe con chippatura gratuita, adozioni ed educazione cinofila). Insomma un programma davvero ricco. Ma veniamo al programma musicale: il 16 luglio si esibiranno Balthazar, Nuove Zanne ed FFS (Franz Ferdinand & Sparks); il 17 luglio A Place To Bury Strangers, The Dead Brothers, Ultimate Painting, SPIRITUALIZED; il 18 Luke Abbott, Camp Claude, Hookworms, Peter Kernel, FOUR TET; il 19 Timber Timbre, Jacco Gardner, GODSPEED YOU!; BLACK EMPEROR.

Per ulteriori informazioni: http://zannefestival.net/

12 luglio 2015


Rocky Joe (prima serie: 1968/1973; seconda serie e film: 1980). Fumetti/Serie animate scritte de Asaki Takamori disegnate da Tetsuya Chiba.

Negli anni ’60, in Giappone, nacquero dei fumetti che si differenziavano dai tradizionali “manga”. Si chiamavano “gekiga” e, più che a un pubblico infantile, erano destinati ad un pubblico giovane-adulto, avendo in sé tematiche e contenuti di un certo spessore. Il titolo originale giapponese di “Rocky Joe” era in realtà “Ashita no Joe”, traduzione letterale “Joe del domani”. Un nome non casuale e che dà sapori e suggestioni del tutto particolari all’intera storia. Perché Joe il domani sembra osteggiarlo, affrontandolo con sfrontatezza selvaggia, coraggio, incoscienza. Scappato dall’orfanatrofio, vaga per le baraccopoli della periferia industriale di Tokyo. La sua rabbia devastante investe tutti: i ragazzetti del quartiere (che poi diventeranno suoi amici), una banda criminale, la polizia, la filantropa facoltosa Yoko Shiraki (“l’angelo dei bassifondi”). E Danpei Tange, ex pugile alcolizzato che resta ammaliato dalla furia dei pugni di Joe. Danpei da quei pugni trae forza e ispirazione per l’oggi e per il domani, per i suoi sogni, per la voglia di vivere ormai quasi svanita. Si intestardisce, vede in Joe un campione di boxe, acerbo, certo, ma di sicuro e immenso talento. Fa di tutto per prendersene cura. Joe, dal canto suo, fa fatica a cambiare, continua insistentemente e ostinatamente a cercare e combinare guai. Ogni tanto una luce si fa strada nella sua mente (ad esempio l’improvvisa idea di costruire un ospedale in cui tutti i poveri possano essere curati e di migliorare le condizioni del quartiere) ma resta sempre imprigionato tra le sbarre della sua mente, del suo cuore e poi in quelle del reale istituto penitenziario. Qui gli rimarrà solo la boxe, non riuscendo più a rifiutare le insistenti lettere dell’instancabile Danpei.
La figura dell’allenatore/tutore/padre non è poi così distante dalla realtà. Cus D’Amato accolse in casa propria Mike Tyson all’età di 14 anni, evitandogli in questo modo il riformatorio. All’età di 16 anni lo adottò. E sono in molti ad abbinare il declino della carriera e della vita di Tyson alla morte dell’allenatore, avvenuta prematuramente nel 1985. ”

1 luglio 2015


Youth (2015). Film di Paolo Sorrentino.

Come sapete in questa rubrica ho scritto spesso di cinema. Non dal punto di vista tecnico (non ritengo di avere sufficienti competenze) ma da appassionato, cercando di cogliere spunti, citazioni, pensieri, suggestioni, richiami a quelle tematiche ambientali che cerchiamo di approfondire in queste pagine. Quindi non entrerò ovviamente nella questione Sorrentino sì, Sorrentino no. Infatti il regista, soprattutto con il film premio Oscar “La grande bellezza”, ha diviso critici e spettatori tra pro e contro, tra euforici sostenitori ed indignati detrattori. Non essendo un tecnico non voglio entrare in questa diatriba. Posso solo dire che buona parte dei suoi film (soprattutto “L’uomo in più” e “Le conseguenze dell’amore” ma anche buona parte di “There must be the place” e i dialoghi de “La grande bellezza”) hanno saputo emozionarmi nel profondo. E così è stato per “Youth – La giovinezza”.
In un albergo ai piedi delle Alpi gli ospiti (per lo più anziani) condividono la loro arte (cinema e musica in particolare), i loro ricordi, i loro problemi (“Hai pisciato oggi?”) le loro inquietudini (“Le emozioni sono sopravvalutate”; “Le emozioni sono tutto quello che abbiamo”). Fred (Michael Cane), direttore d’orchestra in pensione, improvvisa una direzione dei suoni della natura. E’ la sinfonia del magnifico spettacolo delle Alpi svizzere. Mick (Harvey Keitel), regista cinematografico sul viale del tramonto, su quei prati alpini vede sfilare tutti i personaggi da lui diretti nella sua vita. Sono immagini che scandiscono, con struggente malinconia, il trascorrere inesorabile del tempo, la bellezza della vita… e del cinema. Che però, oltre ad essere omaggiato, viene anche relativizzato nella frase dura e schietta di Brenda (Jane Fonda) a Mick: “La vita continua anche senza questa stronzata del cinema!”

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10 giugno 2015


 

Ultime notizie dal campo San Teodoro liberato di Librino.

Ho già parlato in passato, su queste e su altre pagine, dell’esperienza dei Briganti Rugby Librino, del campo San Teodoro (liberato il 25 aprile 2012 da uno stato di abbandono, degrado e devastazione). Non voglio ripetermi ma mi sembra giusto e piacevole celebrare la bellissima notizia di questi giorni: l’affidamento ufficiale del campo, da parte del Comune di Catania, tramite apposita convenzione, ai Briganti Rugby Librino per un periodo di 6 anni. Il 23 maggio una grande festa ha suggellato questo risultato storico, ottenuto resistendo a soprusi, atti vandalici e intimidatori, inadempienze del passato, ostacoli di ogni tipo. Perché ciò che muove i Briganti va al di là dello sport, vedono in esso non il fine ultimo ma uno strumento importante per dar voce ad un’ansia di cambiamento (del quartiere, della città, della società). Mi sembra coerente parlarne in queste pagine perché, come già sottolineato in passato, la valenza della loro esperienza ha, tra gli altri aspetti, anche una grande importanza dal punto di vista ambientale. E’ stata recuperata una struttura morta e sepolta, riportata in vita, rimessa a disposizione delle persone di Librino, trasformata da cumulo di macerie, erbacce e rifiuti a luogo fruibile vissuto dal quartiere non solo con il rugby, ma anche con la Librineria, gli orti sociali, le attività ludiche ed educative, e tutto questo sicuramente ha a che fare con il tema ambiente. A tal proposito vorrei parlare anche di un’altra importante iniziativa svoltasi, come ogni anno, il 1° maggio al San Teodoro. I protagonisti di alcune importanti lotte ambientaliste si sono riuniti per inneggiare al rugby ed a un mondo senza soprusi ambientali. “NO TAV, NO PONTE, NO MUOS” e molti altri no. Ma si tratta di no che simboleggiano un’idea diversa di sviluppo, nel rispetto della natura e delle comunità. Trasformandosi così, automaticamente, in un sì alla vita. Anche quest’anno erano presenti realtà rugbistiche OLD provenienti da ogni parte d’Italia (tra gli altri Rugbisti a sostegno della Val di Susa, OLD Babbyons di Rozzano, Chicken, Lupi di Frascati, ALL REDS di Roma). Un coro unanime ha scandito questa splendida giornata: “Da Niscemi alla Val Susa un solo grido: la sarà düra!!!”

25 maggio 2015

 


‘Mbriaki da plaia beach rugby Catania – birra, palla ovale e un tuffo al mare con l’Etna che ti guarda –

24 aprile 2014. La giornata è bella, in 4 amici andiamo in spiaggia a fare quattro passaggi con un vecchio pallone ovale. Così, tanto per passare il tempo. Ripuliamo la sabbia dai soliti, abbondanti, rifiuti. Giochiamo, ci divertiamo da pazzi, nessuno di noi ha praticato questo sport seriamente, eppure siamo estremamente coinvolti. Ci prendiamo gusto, attiviamo spontaneamente un passaparola che in breve tempo ci porta ad ospitare in spiaggia 33 presenze di tutte le età e nazionalità: Irlanda, Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Finlandia, Slovacchia, Russia, Spagna (Catania è veramente diventata cosmopolita!). Si aggiungono con entusiasmo alcuni appartenenti a squadre di rugby “serie”. Innaffiamo questi momenti di birra dedicandoci a terzi tempi di tutto rispetto (per chi non lo sapesse il “terzo tempo” è una caratteristica essenziale di questo sport. A conclusione delle partite, qualunque risultato ci sia stato, si festeggia tutti insieme, compagni e avversari brindando al rugby ndr). E così a Michele viene in mente il nome da dare alla squadra: ‘mbriaki da plaia beach rugby. Ne siamo tutti entusiasti, soprattutto perché sottolinea lo spirito goliardico delle nostre giornate (nessun invito all’alcolismo ovviamente…). Quando il meteo consente (e per i nordeuropei anche quando non lo consente) un tuffo al mare osservati dall’Etna conclude queste giornate euforiche. Si susseguono feste, bevute, visioni di partite insieme e anche qualche partecipazione esterna a partitelle di beach rugby o touch rugby. E’ trascorso quasi un anno dalla prima giornata “mbriaka” e ci rendiamo sempre più conto di aver regalato a noi stessi e a tutti i partecipanti dei momenti di gioia, amicizia, euforia fanciullesca che costituiscono un prezioso patrimonio per tutti trasformando oltretutto il desolante paesaggio invernale della Plaia in luogo vissuto, gioioso e caldo. E intanto il 21 marzo si andrà a Roma ad assistere a Italia Galles del torneo 6 nazioni. Concludo con un grazie a tutte le persone che hanno giocato in spiaggia, in ordine alfabetico: Adriano, Alessandro, Andrea, Anton, Antonio, Danilo, Davide, Ed, Fabio, Florain, Gaetano, Giuseppe, Giovanni, Guillermo, Jean Baptiste, John, Lars, Luca M., Luca V., Manuel, Marcello, Marco L., Marco Sa., Marco Si., Mario, Markus, Michele, Ondrej, Pier Paolo, Pippo, Riccardo, Rosario, Silvio. Qualcuno di loro, tornando nel Paese d’origine, ha lasciato un inevitabile vuoto di nostalgia. Ma una magia del rugby è anche quella di abbattere molti confini, compresi quelli geografici. Ed ecco che un filo sottile ma resistente ci tiene ancora uniti, a tutte le latitudini. Viva il rugby!

*Chi volesse saperne di più può cercarci su facebook: ‘Mbriaki da plaia beach rugby

 

 

16 marzo 2015

 


Uniòn Club Ceares – una squadra di calcio che prende a calci un certo tipo di calcio –

Se escludiamo il bellissimo progetto di Mani Tese a Monte Po (del quale abbiamo scritto in un precedente articolo) trovo difficoltà a parlare o scrivere di calcio. Troppe le delusioni da questo bellissimo sport divenuto ormai, specialmente in Italia (ma non solo) uno spettacolo davvero sconcertante: scandali finanziari, abusi di potere, mafiosità di ogni tipo, guerriglie urbane, razzismo, doping, corruzione, ingiustizie, atteggiamenti infantili dei giocatori, mancanza totale di rispetto per gli altri e si potrebbe prolungare quasi ad oltranza un elenco che equivale allo svilimento totale di ogni senso sportivo. Poi capita da queste parti un ragazzo spagnolo, Guillermo Del Riego (che ringraziamo molto per l’indispensabile contributo a questo articolo). Diventiamo amici e, discutendo piacevolmente del più e del meno, ci porta a conoscenza di una realtà davvero interessante. Si tratta di una squadra della terza divisione spagnola, Uniòn Club Ceares, sorta nel 1946 nell’omonimo quartiere del sud di Gijòn. Da anni (in particolare a partire dal 2011) il club si è proposto come modello alternativo di calcio dando spazio alla cultura (ad esempio tramite concorsi letterari), all’impegno sociale rivolto ai bambini più disagiati nei centri sociali del quartiere, alla trasparenza finanziaria (conti approvati dai soci e visibili da tutti sul web), alla partecipazione attiva dei tifosi (che curano personalmente la manutenzione dello stadio). Ma soprattutto, ci dice Guillermo, “l’aspetto più importante è l’atmosfera che si respira durante le partite. Il canto dei tifosi è continuo e sempre diverso, c’e’ gioia e non è raro vedere anche i tifosi avversari coinvolti in questo clima. Un clima che ha comunque prodotto anche dei risultati sportivi piuttosto importanti”.
I problemi certo non mancano, anche a causa della disoccupazione e della crisi economica. In tempi difficili i costruttori hanno messo gli occhi sui terreni dello stadio. Ma l’Union Club Ceares resiste, con il contributo di tutti. Anche di tante piccole sponsorizzazioni all’interno del quartiere e non.
Il racconto di questa esperienza mi ha fatto tornare alla mente l’emozione che da bambini vivevamo alla presenza di un pallone. Si dovrebbero recuperare le incredibili potenzialità aggreganti di questo oggetto sferico che, anche se composto da carta straccia, era sinonimo di gioia. Proprio così. Bastava una palla di carta per farci trascorrere interi pomeriggi di felicità. Oggi, invece, dai grandi stadi ai campetti di periferia, si da spazio alla litigiosità, alla competitività violenta (stimolata persino dai temibilissimi genitori a bordo campo). L’auspicio finale di chi scrive è che l’esperienza Ceares possa presto essere presa ad esempio allargandosi a macchia d’olio e contaminando positivamente il mondo del calcio.

*Ringrazio di cuore Guillermo Del Riego per aver ispirato e integrato questo articolo

15 febbraio 2015


Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica (1970). Film documentario di Michael Wadleigh

15 agosto 1969. Sono già 9 anni che imperversa la guerra in Vietnam. Una marea umana coloratissima travolge la contea di Bethel, nello Stato di New York, per celebrare la cultura hippy, la simbiosi con la natura ed il rifiuto di ogni guerra. Sono attese 50000 persone. Ne arriveranno 500000, con picchi di 1 milione…
Sono cresciuto con le immagini di questo documentario e con le musiche in esso contenute. E’ proprio la musica, è ovvio, a farla da padrona. Vedere tutti insieme artisti del calibro dei compianti Joe Cocker, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Richie Havens. E poi i cantautori Country Joe Mc Donald, Joan Baez, John Sebastian, Arlo Guthrie, Crosby/Stills/Nash/Young; e poi Santana, The Who, Canned Heat, Sly and the Family Stone, Grateful Dead, Ten Years After, The Band, Credence Clearwater Revival, Jefferson Airplane. L’incredibile elenco proseguirebbe ancora con i tanti nomi di artisti non inseriti nel documentario e costituisce un incredibile patrimonio artistico e culturale che ancora oggi ispira e influenza milioni di persone di ogni età in tutti gli angoli del pianeta. Ciò nonostante l’aspetto più prezioso del film è costituito a mio avviso dalle riprese del quotidiano, dalla narrazione di una generazione attraverso i tanti piccoli momenti di condivisione di ogni giorno. A tal proposito come dimenticare il canto gioioso dei ragazzi pieni di fango dopo il diluvio che si abbatté il terzo giorno?
Certo Woodstock non fu solo rose e fiori. Un ragazzo morì di overdose, un altro morì accidentalmente investito da un trattore, si verificarono aborti spontanei (ma anche due nascite). Certo non si possono ignorare le devastanti conseguenze degli eccessi che quel movimento sperimentò. Quegli abusi annichilirono le potenzialità di artisti, ne intralciarono il cammino (portandoli alla follia o al totale annebbiamento mentale) o lo interruppero drammaticamente e improvvisamente, come nel caso della grande Janis Joplin, morta a soli 27 anni per overdose di eroina, poco più di un anno dopo (4 ottobre 1970). Non si può ignorare tutto questo ma non si può nemmeno pensare che Woodstock sia solo questo. Chi lo dice non sa quello che dice e manifesta, a mio avviso, una evidente malafede. Quel movimento contribuì a gettare i semi per una sempre maggiore partecipazione attiva, per le successive oceaniche manifestazioni pacifiste, per un sano impulso di lotta contro l’ ingiustizia e contro le speculazioni dei giganti del potere e dell’economia. E comunque, al netto di ogni possibile ragionamento, resta la musica. Perché ascoltare “With a little help from my friends” nella versione di Joe Cocker, “Freedom/Motherless child” di Richie Havens (che aprì la tre giorni), l’inno americano straziato dalla chitarra di Jimi Hendrix, e faccio solo alcuni esempi, suscita ancora oggi nel 2015 le medesime emozioni: il desiderio di un mondo più giusto, più equo, dove valorizzare il meglio di noi stessi, dove l’altro sia più vicino, dove non sia dato più spazio alle armi, mai più.
Il 18 agosto del 2013, il giorno dell’anniversario di Woodstock, quasi a chiudere un cerchio iniziato con la sua esibizione di 44 anni prima, le ceneri di Richie Havens, come da sua volontà, furono cosparse lungo il prato di Bethel.

30 gennaio 2015

Vai al film (reazioni al diluvio)


Grand Canyon (1992). Film di Lawrence Kasdan

Le vicende intrecciate di più personaggi nel caos di Los Angeles (la violenza dei quartieri periferici, il degrado, i ritmi frenetici, le crisi di coppia) portano i protagonisti ad una ricerca del senso razionale di tutto questo. Le risposte non arrivano ma le evoluzioni delle vite personali si, così come gli interventi incisivi, più o meno volontari, di ognuno nella vita di altri, nel bene e nel male. Il Grand Canyon è il luogo dove prende corpo l’ansia di introspezione dei protagonisti. Di fronte a quel maestoso paesaggio i gravi problemi di tutti sembrano perdere consistenza, sembrano far parte di un tutto, sembrano perdersi in un orizzonte infinito che misteriosamente rimette le cose a posto, in un ordine misterioso di logiche non nostre.

30 dicembre 2014

 

 

 

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In grazia di Dio (2013). Film di Edoardo Winspeare

Una famiglia pugliese alle prese con una disastrosa crisi economica perde tutto: azienda tessile (vittima della delocalizzazione delle aziende del nord e della concorrenza sleale cinese), casa, unione (il fratello costretto a emigrare in Svizzera), tranquillità economica (travolti dai debiti con le finanziarie e dall’impietosa Equitalia). Sull’orlo della disperazione decide (più che altro costretta) di andare a vivere in campagna dalla madre, in un uliveto incolto, fuori mano e in stato di abbandono. Il duro lavoro della terra, il contatto con la natura, le condizioni spartane, il baratto dei propri prodotti con altri beni di prima necessità la renderanno in qualche modo più unita e più libera. Così libera da rifiutare un’offerta di 500 mila euro per l’acquisto del terreno per mano di una ricca famiglia del nord. Ma non abbastanza libera da smussare gli spigoli di un carattere (quello della protagonista) troppo logorato dai duri colpi della vita e incapace di lasciarsi andare alla tenerezza materna e all’amore di donna. “In grazia di Dio” è un film davvero piacevole e ben fatto. La drammaticità della trama appena descritta si alterna ad un’ironia che, specie nella seconda parte del film, rende la pellicola estremamente gradevole. Anche nei coloriti dialoghi in stretto dialetto leccese (con sottotitoli). Un film attualissimo che prima approfondisce buona parte delle facce della crisi economica e produttiva del nostro Paese. Poi offre, nel ritorno alla campagna dei protagonisti, una possibile parte di soluzione da tenere, tutti, a mio avviso, in grande considerazione.

13 dicembre 2014

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Ripulire la città -azioni semplici ridanno dignità ad una comunità-

Ci sono catanesi che dichiarano di amare la nostra città. Eppure hanno un modo alquanto strano di dimostrarlo, ferendola in ogni modo con piccole e grandi azioni quotidiane che deturpano il bene comune. Possibilmente sono le stesse persone che si inalberano, con cieco orgoglio, quando sentono muovere una critica di qualunque tipo alla città. E, paradosso dei paradossi, può capitare di ascoltarli vantarsi della “bellezza e del clima della Sicilia”. Mi sono sempre chiesto: c’e’ da vantarsi per un qualcosa che ci è stato semplicemente donato dalla natura e che, semmai, dovremmo esclusivamente rispettare e tutelare? Ecco, a mio avviso potremmo definire questo primo atteggiamento: senso di appropriazione, ovvero “la città è mia e ne faccio quello che voglio” (da non confondersi ovviamente con l’esigenza di appropriarsi dei propri diritti, quello è tutto un altro discorso).
Ci sono invece catanesi che cercano di rispettare il bene comune, di porsi degli interrogativi e di agire in qualche modo. Magari con azioni semplici ma di grande impatto. Potremmo definire questo atteggiamento: senso di appartenenza. “La città è ANCHE mia e proprio per questo cerco di rispettarla e di tutelarla”. E se c’e’ una critica costruttiva da fare che ben venga, si cresce e si migliora anche così. Se allargassimo questo tipo di mentalità al mondo intero capiamo bene che circolo virtuoso si attiverebbe. Fortunatamente c’e’ un crescente numero di persone che la pensano così.
Vorrei porre l’attenzione su alcune esperienze in cui ritroviamo quanto appena scritto. Innanzitutto Legambiente Catania. Non solo perché ci troviamo sul sito dell’associazione ma soprattutto perché questa associazione organizza tante attività in difesa della natura e della cittadinanza. Ne ricordiamo alcune: Operazione Spiagge e fondali puliti, Puliamo il mondo, La festa dell’albero, Operazione Mal’aria, Goletta Verde, Operazione Salvalarte, sensibilizzazione nelle scuole, Protezione Civile, esposti e denuncie contro gli abusivismi e le ecomafie ecc. Legambiente Catania attualmente si riunisce presso la parrocchia Santi Pietro e Paolo (via Siena 1 CT) ogni secondo venerdì del mese alle ore 19. Per saperne di più telefonare al 393/0854397.
Ci sono tante altre realtà associative ambientaliste di tutto rispetto, non le cito tutte perché rischierei di dimenticarne qualcuna. Vorrei invece parlare di un’iniziativa, la “ripuliAMOCATANIA” (nata spontaneamente su facebook) che sta avendo un impatto notevole sul web e sulla cittadinanza. Si tratta di ragazzi e ragazze, “armati” di rastrelli, sacchi della spazzatura e guanti. Mensilmente, in occasione dell’iniziativa “Il lungomare liberato”, ripuliscono la scogliera del lungomare da ogni tipo di rifiuti, differenziandoli. Circa 150 i sacchi raccolti. Un’azione che, nella sua semplicità e soprattutto spontaneità, produce delle conseguenze virtuose indubbie. Non solo l’effettivo miglioramento della situazione di tutta l’area, ma anche l’innegabile influenza positiva sui passanti (l’esempio, la speranza che non tutto è marcio, la voglia di rimettersi in gioco) e sulle istituzioni. E soprattutto, direi, la realizzazione di un’idea: rimboccandosi le maniche qualcosa si può fare. Il solo lamentarsi è un’azione sterile e infruttuosa. Questi ragazzi e queste ragazze hanno avuto un impulso di repulsione verso il degrado in cui versa la città e si sono mossi di conseguenza. Certo la strada per il cambiamento culturale e di mentalità è lunga e tortuosa. Mensilmente continuano a raccogliersi sulla scogliera quantità di rifiuti indegne di una città civile, ma sono convinto che i passi compiuti siano importanti e incoraggianti. Ed è solo l’inizio. Presto questa iniziativa si sposterà anche nei quartieri e diventerà un’ottima molla di cambiamento.

Nelle foto: la Puliamo il mondo di Legambiente e RipuliAMOCATANIA

25 novembre 2014


L’esplosivo piano di Bazil (2009).
Film di Jean-Pierre Jeunet

A Bazil le armi hanno segnato la vita: il padre (artificiere) ucciso da una mina; e anni dopo, come se non bastasse, un proiettile vagante colpisce Bazil alla testa, causandogli la perdita di tutto, casa, lavoro, salute. Finito a vagabondare sui ponti incontra una “famiglia” di simpatici amici, tutti un po’ matti ma pieni di vita. Lo accolgono in una discarica trasformata in un magico mondo fatto di abilità circensi e curiose creazioni da materiale di scarto. Lo aiuteranno a portare in porto la sua originale ed esilarante vendetta nei confronti delle due industrie di armamenti che gli hanno, di fatto, rovinato la vita.
“L’esplosivo piano di Bazil” è una bella fiaba pacifista che denuncia senza mezzi termini le atroci conseguenze di un certo tipo di mentalità senza scrupoli che caratterizza l’economia bellica, capace di produrre mostruosità di ogni tipo, “affinando” il proprio “ingegno” fino alle “cluster bombs” (le devastanti bombe a grappolo), le mine anti uomo o persino le mine anti bambino (costruite appositamente con colori sgargianti o con forme di giocattolo per poter mutilare o uccidere i bambini nella logica perversa delle guerre etniche). “L’esplosivo piano di Bazil” affronta questo tema così importante usando le “armi” dell’ironia e della fantasia. L’ambiente in cui Bazil si trova a vivere ci ricorda tutto quel mondo, spesso periferico ma estremamente interessante, dei buskers, degli artisti di strada, delle abilità circensi. E poi il mondo del riciclaggio creativo, dell’arte da rifiuto, delle riparazioni, del recupero dei materiali di scarto che riprendono vita; e anche il mondo dei senza fissa dimora. Che si sia voluto contrapporre questi mondi a mio avviso non è casuale. Probabilmente la lotta di Bazil è anche una lotta di giustizia, di chi pensa per il futuro a logiche economiche, politiche e stili di vita che possano mettere il pianeta su una strada diversa da quella attualmente percorsa.

3 novembre 2014

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Le vite dei libri.
Piccolo viaggio attraverso una delle forme più nobili di riutilizzo

Su queste pagine abbiamo accennato più volte all’importanza del riutilizzo quale azione fondamentale, insieme alla riduzione ed al riciclaggio (le cosiddette 3 R) per la limitazione di un fenomeno, l’usa e getta, che sta alla base di molti problemi ambientali.
Tra le varie forme di riutilizzo certamente va evidenziato ciò che ruota intorno al mondo dei libri. Conservati nella propria biblioteca quali fonti di ispirazione, di conoscenza e di crescita culturale, donati come segno importante di amore e di amicizia, condivisi o scambiati in apposite iniziative (sempre più numerose), il libro si tramuta in rinnovata esperienza, riprende vita di volta in volta da persona a persona, da luogo a luogo. Qualcuno ne è talmente preso da restarne schiavo e questo degenera in una chiusura al mondo che non va mai bene. Ricordiamo, a tal proposito, la frase provocatoria del film “Centochiodi” di Ermanno Olmi: “tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un amico”. Qualcun altro ritiene che il futuro sia da prevedere per lo più telematico/digitale per cui il libro si trasformerà (e forse già si sta trasformando) in qualcosa di diverso. Può darsi. Una metamorfosi che avrebbe pro e contro. Certamente una minore produzione di carta. Ma la magia di un libro antico resta impagabile. Un racconto letto su pagine ingiallite, un romanzo appartenuto ad un caro amico o al proprio amore e riletto con un misterioso transfert di emozioni. E inserirei in questo discorso, per ultimo ma non certo in ordine di importanza, la valorizzazione di iniziative socialmente rilevanti. La gioia di donare dei libri che non leggiamo più o che abbiamo doppioni o che semplicemente abbiamo voglia di destinare a delle iniziative importanti. Vorrei, tra le varie esperienze presenti nella nostra città, evidenziarne due. Il Mercatino dell’usato per la solidarietà di Mani Tese Sicilia (via Montenero 8/A – tel 095/355969 – catania@manitese.it). Con il ricavato proveniente dall’esposizione dei libri ricevuti in donazione (ma anche di elettrodomestici, oggettistica, mobilia ecc.) si sostengono progetti di sviluppo nelle aree più povere del pianeta (da alcuni anni Mani Tese Sicilia interviene anche nella nostra città presso il quartiere Monte Po). L’associazione festeggia proprio quest’ anno i 50 anni di attività, con i 2296 progetti realizzati in 18 Paesi del mondo.
La seconda esperienza di cui vorrei parlare è la Librineria, un nuovo spazio all’interno del Campo Sportivo San Teodoro Liberato di Librino. Il progetto ha le sue radici nella pregevole esperienza del Centro Iqbal Masih e dei Briganti Rugby Librino, due realtà che meritano la riconoscenza del quartiere e di tutta la città per il prezioso lavoro svolto sin dal 1995 a favore del diritto di cittadinanza delle persone di Librino (minori soprattutto, ma non solo). Attraverso il gioco, attraverso lo studio, attraverso attività socio culturali per poi arrivare al rugby sociale dei Briganti (con la liberazione del Campo San Teodoro di cui si è già parlato in un precedente articolo). Librino è un quartiere di 70000 abitanti. E, incredibile ma vero, non ha una sola libreria. Con la Librineria si vuole offrire al quartiere questa importante opportunità. Ulteriore testimonianza di una parte di città che non vuole rassegnarsi alle ingiustizie. L’inaugurazione ufficiale avverrà domenica 26 ottobre presso il Campo San Teodoro, via del Giaggiolo, Librino, Catania. Il programma prevede alle ore 10 Art Contest (laboratori artistici per i bambini); alle ore 12 la presentazione della Librineria e delle associazioni che la sostengono; alle ore 13 pranzo sociale; alle ore 15 partita di rugby di Serie C1 Briganti Rugby ASD – Nissa Rugby ASD. A seguire il tradizionale Terzo Tempo.

Per informazioni e donazioni di libri: librineria@gmail.com.

*nelle foto il Mercatino di Mani Tese Sicilia ed il simpatico logo de La Librineria .

21 ottobre 2014


Il quinto elemento (1997). Film di Luc Besson / Libro di Terry Bisson

Mi piace accennare qualcosa sia del film “Il quinto elemento” che del libro (scritto da Terry Bisson sviluppando la sceneggiatura di Luc Besson) in quanto le due opere hanno alcune sfumature differenti e comunque interessanti per la rubrica. “Il quinto elemento” è una storia di fantascienza ambientata nella New York del XXIII secolo. Il libro evidenzia il legame tra ingiustizia sociale e degrado ambientale (concetto non distante, purtroppo, dalla realtà). Palazzi enormi, altissimi, dove i più ricchi vivono nei piani alti per poter essere distanti dalla puzza della spazzatura, ammassata sulle strade e sottoterra (non raccolta ormai da 500 anni!). I poveri abitano ovviamente i piani bassi di queste strutture: miseria e malattie la loro quotidianità. Su questo sfondo si muovono le vicende di Korben (interpretato nel film da Bruce Willis), padre Cornelius (Ian Holm) e la misteriosa creatura Leeloo (un’adorabile Milla Jovovich), tutti intenti a salvare la Terra dal mostruoso pianeta del male. Tutto questo avrà molto a che fare con l’amore…
Del film vorrei sottolineare una sequenza che il libro non descrive e che secondo me è memorabile (di seguito trovate il link per poterla vedere). Leeloo, la creatura dell’universo arrivata sulla Terra senza conoscere una sola parola comprensibile, inizia ad assorbire nozioni, immagini, informazioni attraverso un sistema informatico che le descrive, parola per parola, la storia dell’uomo ed il significato delle terminologie. Lei procede, quasi distrattamente, fino alla parola War (guerra). La sequenza degli orrori perpetrati dagli esseri umani ai propri simili sconvolge Leeloo, straziata ed incredula: come si possono compiere azioni del genere ai danni dei propri simili?
Nei film di Luc Besson troviamo spesso riferimenti a tematiche eticamente rilevanti, o sullo sfondo o come motivo trainante della pellicola (tra tutti ricordiamo “The Lady – L’amore per la libertà”, la storia vera del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi). Il cineasta, inoltre, non è indifferente allo stato generale del pianeta. Anche nell’ultimo lavoro “Lucy” (2014): “Un miliardo di anni fa abbiamo ricevuto il dono della vita. Cosa ne abbiamo fatto?” .

5 ottobre 2014

Vedi una scena


Da discariche a luoghi di sport

Che legami ha lo sport con le tematiche ambientali trattate in questo sito? Tanti, soprattutto se la pratica dello sport coincide con il ripristino ed il recupero di impianti sportivi e spazi altrimenti ridotti a discariche abusive o peggio. Fare sport a Catania è da sempre una sfida contro i mulini a vento. Le strutture sono carenti e, quando ci sono, spesso e volentieri vengono lasciate morire. Ma un vecchio proverbio dice: “la necessità aguzza l’ingegno”. E così ecco nascere nella nostra città iniziative di grande valore che vorrei evidenziare. Anche perché spesso hanno luogo in quartieri molto problematici che necessitano come l’aria di queste strutture. Parliamo, ad esempio, del campetto di calcio di Monte Po. L’intervento di Mani Tese Sicilia, con la collaborazione attiva dei ragazzi e dei cittadini del quartiere, ha consentito in questi 5 anni il recupero e la valorizzazione di una struttura degradata. Oggi il campetto non è solo luogo di gioco e di sport ma anche simbolo di legalità e di partecipazione e punto di riferimento per tutto il quartiere. A Librino poi c’e’ la storia (al tempo stesso travagliata e bellissima) del Campo San Teodoro, un impianto sportivo costato 10 milioni di euro e lasciato a morire, ridotto ad un cumulo di macerie e di sterpaglie. Il 25 aprile del 2012 i Briganti Rugby Librino, con la collaborazione di volontari, cittadini, associazioni, hanno liberato il campo, ripulendolo, recuperandolo e rendendolo fruibile per gli appassionati di rugby e per gli abitanti del quartiere. Oggi ci giocano le squadre di serie C, le giovanili, si realizzano iniziative socioculturali, si sta lavorando per completare la palestra sociale. E, dulcis in fundo, si offre la possibilità agli abitanti del quartiere di usufruire degli orti sociali. Queste due sono le esperienze che conosco maggiormente ma ve ne sono molte altre. Ad esempio, se parliamo di auto-organizzazione, potremmo citare i tanti anni di lotta greco-romana praticata a San Cristoforo presso il Centro Sociale Experia e presso la sede del GAPA (Giovani Assolutamente Per Agire).
In questi giorni mi è anche capitato di leggere un articolo secondo il quale si vorrebbe utilizzare il Parco Gemmellaro di Corso Indipendenza (che versa anch’esso in pessimo stato) per allenamenti rugbistici. Il progetto si chiama “Meta nel parco” (idea di Nuccio Longo). Non ne so molto ma mi sembra sicuramente anche questa un’ottima idea. Mi sarà sicuramente sfuggita qualche altra esperienza presente in città e me ne scuso con gli interessati perché sono convinto che l’elenco sia ancora lungo. Ma questo panorama già di per sé ci dimostra che, accanto alle disfunzioni di una politica disattenta o sorda, si muovono energie spinte dagli ideali nobili e contagiosi del vero sport. E così anche chi vi scrive, insieme ad un gruppetto di tenaci appassionati della palla ovale, si ritrova una volta alla settimana a ripulire uno spazio di spiaggia abbandonata della Playa per giocarci a rugby.

Nelle foto: Il campo San Teodoro di Librino (prima e dopo la “liberazione”) ed il campetto di calcio di Monte Po

 

 
campo San Teodoro nel 2012
 
Campo San Teodoro dopo i primi lavori
     
     
 
campo San Teodoro nel 2014
 
campetto di Monte Pò
     

 

28 luglio 2014


Smetto quando voglio (2013). Film di Sydney Sibilia

“Un film gggiovane per i gggiovani”…. quando ascolto frasi del genere un brivido mi corre lungo la schiena. Ma, a prescindere da alcuni commenti opinabili, la freschezza di questo film è indiscutibile. L’idea di partenza è geniale, vincente, addirittura infallibile direi, e viene curata e approfondita nei minimi dettagli. Il risultato? Risate a crepapelle. Certo si ride amaro perché il film, sia pur grottesco ed estremo, porta comunque a riflettere sulle reali condizioni del mondo del lavoro (e dei ricercatori in particolare) in Italia.
La trama è questa: dopo lunghi anni di estenuanti colloqui, di sfruttamento, di delusioni e di miseria, un gruppo di laureati e ricercatori decide di produrre una droga non ancora presente sull’elenco delle sostanze proibite dal Ministero della Salute e quindi di smerciarla. Un antropologo, un chimico, un genio della matematica, un archeologo e due latinisti che si improvvisano spacciatori. Già questo può bastare ad immaginare la quantità di situazioni comiche e paradossali a cui vanno incontro. Ma non meno esilarante è la situazione di partenza: costretti a lavare piatti in un ristorante cinese, a fare i benzinai facendo citazioni in latino, a far finta di non essere laureati per poter sperare in un’assunzione dallo sfasciacarrozze.
A conclusione del film, appagati dalle (tante) risate, emerge anche l’amarezza per questo nostro Paese inguaiato che non sa valorizzare i suoi talenti. Ma poi penso che finché sapremo osservare in un modo così arguto e autoironico la realtà che ci circonda avremo ancora qualche chance.

12 luglio 2014

Vedi il trailer


XMEN – da “X Men” (2000) a “X Men: Giorni di un futuro passato” (2014). Un piccolo approfondimento dell’intera serie

I personaggi della Marvel Comics e della DC Comics hanno fatto viaggiare con la fantasia, sin dagli anni 60, milioni di persone in tutto il mondo. Bambini certo, ma non solo. Dapprima tramite i fumetti. Poi con i primi esperimenti artigianali al cinema dagli effetti speciali a dir poco rudimentali. Infine, con l’avvento dell’era digitale, si è aperto un orizzonte inimmaginabile prima, le fantasie si sono potute toccare quasi con mano, diventando un grande spettacolo per la gioia dei vecchi e nuovi appassionati. L’impegno del mondo del cinema non si è limitato agli aspetti grafici e visivi ma si è allargato alla scrittura. Infatti, in molti casi, non troviamo solo la banale lotta tra buoni e cattivi ma approfondimenti psicologici, richiami shakespeariani, analisi sociologiche, descrizione puntigliosa di personalità complesse in bilico tra eroe e antieroe (il tenebroso Batman, la timidezza del Peter Parker di Spiderman, l’ambiguità di Thor, l’egocentrismo di Iron Man, la rabbia devastante di Hulk…). E persino il mondo dei nemici è analizzato in modo non banale (penso a Joker, all’Uomo Sabbia, al Doctor Octopus, a Loki, tutti “cattivi” con una storia molto sofferta alle spalle). Ma la serie più allettante, pregna di significato e di richiami alla storia dell’uomo è a mio avviso quella degli X Men. Gli X Men sono dei mutanti che, in seguito alle mutazioni genetiche, hanno acquisito, loro malgrado, dei poteri straordinari. Essi hanno deciso di lavorare al fianco degli umani per la pace, per la risoluzione dei problemi legati a questa difficile convivenza. Ma un’altra (cospicua) parte di mutanti è lacerata dall’odio per le vessazioni subite dagli umani, per il razzismo, per le discriminazioni che sin da bambini li fecero sentire diversi, incompresi, rifiuti della società, mostri. Per questi ultimi l’unica soluzione è lo scontro totale, l’annientamento della razza umana, sbeffeggiata con l’appellativo di “Homo Sapiens”. Magneto è il più radicale e feroce tra i mutanti. Ebreo, con il braccio marchiato dalle SS nei campi di sterminio nazisti della seconda guerra mondiale, da bimbo fu strappato ai suoi genitori e fu proprio questo dolore a fargli esplodere quei poteri nascosti. Lui che visse la Shoah percepisce le stesse dinamiche nel rapporto tra mutanti e umani e non ha nessuna intenzione di soccombere ne’ di stare a guardare. Alla fine del primo capitolo (“X Men” del 2000) la battaglia tra X Men e i mutanti guidati da Magneto avviene proprio sotto la statua della Libertà, e questo particolare (non casuale) non passa inosservato.

La serie si sviluppa nell’incrocio tra le 3 parti in causa: esseri umani; X Men guidati dal carismatico professor Xavier all’interno di una scuola per mutanti; e la confraternita dei mutanti, guidata da Magneto allo scopo di dominare gli umani. Solo nell’ultimo capitolo “X Men – Giorni di un futuro passato” Magneto si renderà conto di quanto insensato fosse questo combattersi gli uni e gli altri senza tregua, come se questo potesse guarire le piaghe dell’anima.

Già da queste mie esigue e limitate parole è facile intuire quanti spunti tali trame creino, soprattutto in riferimento alle dinamiche psicologiche. Il potere e la lotta per conseguirlo; la paura del diverso che si trasforma in cieca violenza, corsa agli armamenti e sopraffazione; l’istinto della vendetta; il coraggio della pace quando tutto fa pensare al peggio; la voglia di ricominciare rinunciando alle proprie rivendicazioni; la difficile ricerca dei compromessi, della coesistenza pacifica, dell’accettazione reciproca in funzione di un pianeta dal futuro altrimenti segnato irrimediabilmente.

Ora ditemi, alla luce degli indizi contenuti in questo mio commento: è ragionevole considerare la serie “X Men” (o quanto meno 5 dei 7 capitoli) più di un fumettone per ragazzini?

21 giugno 2014

Vedi una scena del film “X Men – L’inizio” (scena iniziale ripresa dal primo “X Men”)


Mese del Riuso – Mani Tese Sicilia – Giugno 2014

Mani Tese Sicilia organizza nel mese di giugno 2014 il “mese del riuso”, un insieme di iniziative per sottolineare, ribadire, far conoscere l’importanza di questo aspetto nella visione generale delle problematiche ambientali e degli stili di vita, con particolare riferimento al tema cruciale della gestione dei rifiuti. Ogni mercoledì sera verranno proiettate immagini a tema. Si va dal film documentario di Candida Brady “Trashed” con Jeremy Irons a “Home” di Yann Arthus-Bertrand a vari cortometraggi sulla stessa lunghezza d’onda. Altre iniziative previste: “Munnizz’art” il 7 giugno (arte dei rifiuti), cura e manutenzione delle biciclette il 14 giugno (a cura della Ciclofficina etnea), “Ri-Creazioni” (con oggetti usati) il 21 giugno, Decapé e Shabby Chic il 28 giugno. Inoltre il mercatino dell’usato (ritratto nella foto qui accanto) aperto il mercoledì e il sabato dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 21 ed il venerdì dalle 9 alle 13 in via Montenero 8 – Catania. Acquistando o donando oggetti, elettrodomestici, vestiti, libri ecc. si sostengono le attività di Mani Tese Sicilia (progetti di sviluppo nelle aree più povere del pianeta) e si incrementa, per l’appunto, il riuso. Questo sarebbe un tema essenziale perché stimola comportamenti antispreco, diminuisce la quantità di rifiuti in circolazione e contribuisce al risparmio delle famiglie. Eppure viviamo tempi in cui sono altri gli imperativi: l’usa e getta, l’obsolescenza programmata da parte delle industrie (il prodotto deve avere una vita limitata nel tempo per poter essere rimpiazzato da un nuovo prodotto), l’invasione degli imballaggi. Ormai i rifiuti ci sommergono e l’inquinamento è alle stelle. Che si parli di rifiuti in discarica, di incenerimento con produzione di diossine e ceneri tossiche o delle enormi “isole” di rifiuti nel nord Pacifico, una cosa comunque è certa: quello dei rifiuti è un nodo drammatico che si può sciogliere solo cambiando alcune scelte sia nelle stanze dei bottoni che nei comportamenti quotidiani dei singoli. Tra di essi il riuso è tra i più efficaci e virtuosi. Un oggetto può riprendere vita se riparato, donato, riciclato, trasformato.

Per ulteriori informazioni telefonare allo 095/355969 o visitare il sito www.manitesesicilia.tk

6 giugno 2014


RAGUSAROCK70 - Come fu che le band iblee misero fuori le unghie - Libro di Aldo Migliorisi
SICILIA PUNTO L EDIZIONI

“La storia di una comunità passa anche attraverso il racconto delle sue passioni, dei suoi luoghi, della sua musica”. Così l’autore Aldo Migliorisi nel commento a margine del libro. E qualcuno potrebbe domandare: e se questa comunità manca di spazi, di occasioni di crescita culturale, di presupposti minimi per la valorizzazione artistica? Bene, dopo aver letto questo interessantissimo affresco sulla Ragusa degli anni 70, si può sicuramente affermare che la musica, l’arte, la cultura, l’entusiasmo giovanile, le passioni, gli ideali, possono comunque riuscire a farsi spazio abbattendo ogni tipo di barriera. Perché questo è accaduto nella Ragusa degli anni 70 descritta e raccontata in queste pagine. In assenza di social network, di internet, con un giornalismo locale insensibile ai nuovi fermenti musicali, la cultura, seppur con qualche anno di ritardo, comunque arrivava. Dopo lo tsunami beatlesiano ecco arrivare anche le influenze rock degli States e i sogni di Woodstock. Grazie a qualche jukebox, a qualche sforzo pionieristico, alle prime radio libere (presto soppiantate da quelle private), grazie alla passione per la musica si abbatterono barriere fisiche e culturali. Mancavano luoghi per la musica live? Si suonava al cinema Marino e nei saloni parrocchiali. I ragazzi avevano difficoltà a far tardi la sera? Via con i concerti di mattina. Le strumentazioni erano pessime? Si suonava con quello che si poteva reperire. Mancavano luoghi di ritrovo? Ecco le sale prova diventare polo attrattivo non solo di musica, ma anche di dibattito politico, amore, amicizia, confronto. Per tramutarsi anche, unica nota dolente, in fattore scatenante di bocciature a scuola. “RAGUSAROCK70” ripercorre gli anni 70 iblei attraverso foto d’epoca, aneddoti, leggende, articoli, commenti, interviste ai protagonisti. Il risultato finale è a mio avviso appetitoso. E non parlo di una sorta di operazione nostalgia. Certo c’e’ anche quella, ma questo lavoro è godibile ad ampio raggio come analisi che, partendo dalla musica rock, consente di viaggiare a ritroso nel tempo alla scoperta del nostro passato, che si tramuta, attraverso il racconto, in stimolo per il futuro. Perché se delle band del profondo sud, in condizioni avverse come quelle prima citate, credendo in quello che facevano, si conquistarono dei grossi contratti discografici in Norvegia, allora, forse, è possibile fare qualcosa anche per il nostro Paese, smuovendo il pantano culturale a suon di chitarre e passione.

* Ringrazio mio zio Franco Tumino, batterista degli Arcangeli, protagonista assoluto della decade in questione, per la segnalazione ed il dono di questo libro

19 maggio 2014


In Time (2011). Film di Andrew Niccol

In un futuro non precisato non è il denaro a decidere le sorti dell’umanità, ad indirizzare la politica con le sue ingiustizie e disuguaglianze, a segnare la disperata lotta delle moltitudini per la sopravvivenza. Bensì il tempo. Ognuno vive fino a 25 anni, al termine dei quali inizia la rincorsa per la conquista del tempo in più da vivere. Nei quartieri ghetto si lotta giorno per giorno e si corre disperatamente alla conquista di un giorno in più di vita e di speranza, di un’ora in più persino. Nei quartieri alti, viceversa, nella stanza dei bottoni, la vita scorre lenta e sicura, nel mantenimento del proprio abbondante tempo, in un habitat protetto al riparo da ogni rischio. Will Salas, proprio come suo padre, lotterà per il riscatto dei più deboli. Lo aiuterà una ricca ereditiera, che troverà più senso nella folle e coraggiosa vita di Will che non tra gli agi del proprio mondo artefatto.
Ho trovato l’idea di base del film geniale ed intrigante. Un tema, quello del tempo, che apre a varie prospettive: il tema della mortalità e dell’immortalità (nei bassifondi si lotta per un giorno in più; altrove un uomo con più di un secolo di vita è vinto dalla noia e dalla stanchezza e decide di azzerare il proprio orologio); il tema della valorizzazione del tempo, il tema della lotta dell’essere umano per la vita. E poi le tremende ingiustizie sociali perpetrate dai potenti per il mantenimento della loro posizione di privilegio. Un tema, questo, riconducibile, agli scenari reali del nostro pianeta.

30 aprile 2014

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Lo decide il vento (2014). Film documentario di Giuseppe Consales In collaborazione con Centro Koros e Unione Vela Solidale

Sul tema della mafia e del disagio giovanile capita tante volte di ascoltare o leggere tante belle parole portate via dal vento perché mancano di concretezza, di autenticità. In quest’opera questo non avviene. Dentro questi 10 minuti e 40 che trovate su youtube e che partecipano al concorso “Are you Series”, progetto del Milano Film Festival, le emozioni sono reali. Esse derivano non da artifici cinematografici o da discorsi in politichese ma dai racconti di Nino e del suo amico Michael, dagli interventi spontanei e misurati della psicologa Francesca Andreozzi e del comandante Massimo Abate.
Il vento non è per tutti gli esseri umani lo stesso. Il luogo dove nasci, cresci, ti formi influenza quel vento. E se nasci nel posto “sbagliato” qualcuno deve farti conoscere che esiste qualcos’altro. Così Nino si trova a guidare il timone di una barca a vela, in mare aperto, davanti allo spettacolo struggente dell’Etna innevata. “Tu immaginavi che si potevano fare queste cose? E’ un mondo che conoscevi? Esiste!”

14 aprile 2014

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Snowpiercer (2013). Film di Bong Joon-ho

Anno 2031. In seguito alla glaciazione del pianeta (dovuta agli effetti devastanti di una sostanza usata per contrastare il surriscaldamento del clima), i sopravvissuti vivono all’interno di un enorme treno, rimasto l’unico ambiente vivibile della Terra e lottano per la conquista dei primi vagoni. Chi comanda il treno è di fatto a capo di tutto. La potenza simbolica e metaforica della storia è enorme. La corsa del treno è la metafora della folle corsa di un sistema che rischia di far schiantare l’umanità contro il muro dei propri sbagli; le ingiustizie vissute sul treno dagli occupanti degli ultimi vagoni per tutelare i privilegi degli altri sono una chiara metafora delle disuguaglianze esistenti nel nostro pianeta tra nord e sud del mondo; così come il disperato tentativo di raggiungere i primi vagoni richiama le drammatiche tematiche dell’immigrazione. Il tema delle risorse è palese (“chi governa l’acqua governa il mondo!”); i bambini utilizzati nell’ingranaggio della motrice a causa delle loro piccole manine ricordano i bambini sfruttati dalla mafia dei tappeti e dei palloni. Insomma di carne al fuoco ce n’e’ tantissima per gli amanti del genere fantascientifico con risvolti sociali. Per quanto mi riguarda, non sono mancate le delusioni. Ad esempio il ricorso smodato a scene di macelleria. Inoltre alcune incongruenze mi sono apparse sgradevoli. Altrettanto sgradevole l’accostamento che alcuni critici hanno fatto con “Blade runner” che, diciamocelo, è tutta un’altra cosa!
“Snowpiercer” resta comunque un film di grande impatto che offre motivi di suggestione ed alcuni momenti memorabili: il treno in corsa sopra il precipizio; i paesaggi spettrali delle città ghiacciate; il racconto straziante di Curtis (interpretato dal bravo Chris Evans) della sofferenza vissuta all’interno degli ultimi vagoni, costretti a cibarsi di corpi umani per sopravvivere.

24 marzo 2014

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Basilicata coast to coast (2010). Film di Rocco Papaleo

Un gruppo di amici musicisti decide di attraversare la Basilicata a piedi, strumenti al seguito, insieme ad un cavallo e ad una giornalista locale, per giungere al festival canoro di Scanzano Ionico.
Una piacevole sorpresa questo road movie di casa nostra. Una briosa commedia che diffonde l’amore sincero (e pieno zeppo di ironia) per una terra non molto conosciuta (la selvaggia e suggestiva Basilicata), per il viaggio, per l’avventura, per la musica. Tutto questo passa attraverso l’interpretazione di attori veramente affiatati e in palla. Mi soffermerei, in particolare, sul tema del viaggio, sviluppato nella consapevolezza che esso conduce non solo a spostamenti fisici, avventure, scoperta di paesaggi affascinanti, ma spesso e volentieri anche ad un’esplorazione interiore che può cambiare la vita. In qualche modo succede ai nostri protagonisti del film. Si perdono, si esaltano, si confrontano, si ritrovano sotto la pioggia battente di Scanzano. La vita, per nessuno di loro, sarà più la stessa.

5 marzo 2014

 

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I sogni segreti di Walter Mitty (2013). Film di Ben Stiller

Walter è un quarantenne insicuro, impacciato, bloccato. Mai fatto un viaggio, mai osato nulla, mai trovato il coraggio di passi importanti. Ogni tanto si “incanta” travolto da pensieri e sogni ad occhi aperti, esplosioni di fantasia che manifestano un lato nascosto della sua personalità, un desiderio di spiccare in qualche modo il volo verso improbabili avventure.
Walter lavora alla rivista fotografica “Life” da molti anni con scrupolosa dedizione. La rivista sta per trasformarsi in una testata on line (sia nel film che nella realtà ndr) e questo passaggio delicato mette a serio rischio il posto di Walter e molti altri colleghi. Una trasformazione che manca del benché minimo rispetto nei confronti del lavoro e dei talenti che hanno costruito il grandissimo successo della rivista. Dall’oggi al domani una decisione presa dall’alto distrugge la vita di centinaia di persone. E così Walter, alla disperata ricerca di un negativo che dovrà essere inserito nell’ultima copertina di “Life”, trova il coraggio, anche grazie alla spinta di un amore finalmente espresso con convinzione, di tuffarsi in avventure estreme, tra i paesaggi incantevoli e selvaggi della Groenlandia e dell’Islanda. Al freddo tra i ghiacciai, in acqua tra gli squali, in barca nel bel mezzo di una tempesta, in fuga dall’eruzione esplosiva di un vulcano, nessuno dei suoi amici e familiari potrebbe immaginare la verosimiglianza di simili avventure. Proprio in questo contrasto tra la natura del protagonista, i suoi sogni assurdi e ciò che realmente gli accade sta, a mio avviso, l’aspetto più esilarante del film. Non solo risate però. La pellicola, pur nella leggerezza complessiva, volge anche uno sguardo riflessivo e pungente sulla realtà, evidenziando situazioni nient’affatto banali: l’aridità e l’irriconoscenza dei vertici aziendali verso chi ha quanto meno contribuito a costruire un grande successo; le incognite del progresso tecnologico che rischia, se non filtrato adeguatamente, di rivelarsi un bulldozer impietoso che spazza via tutto; la tendenza assai diffusa alla fuga dalla realtà; i tranelli dei social network che rischiano di sostituirsi alle relazioni autentiche; la necessaria ricerca interiore che trova l’humus ideale in luoghi silenziosi e ricchi di bellezza come gli scenari mozzafiato in cui Walter si immerge.

 

17 febbraio 2014

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L’arte della felicità (2013). Film di animazione di Alessandro Rak

In una Napoli piovosa, triste, degradata, sommersa dai rifiuti e descritta come fosse ad un passo dall’apocalisse, Sergio, tassista ed ex musicista, deve affrontare la morte del fratello buddista in giornate all’insegna del caos totale (dentro e fuori di sé), la mancanza di prospettive, il difficile rapporto con le religioni, con la musica, con la famiglia, con i ricordi del passato, con la vita stessa.
Tra un passato che immalinconisce ed un futuro che inquieta, è nel presente che Sergio riesce a riannodare i fili della sua vita. Nel fluire ininterrotto della musica, nell’amore ritrovato, nel battito della vita di ogni giorno. “L’arte della felicità” è un film di animazione sorprendente. Rapisce, stimolando cuore e mente. Realizzato proprio in quella Napoli descritta quasi con ferocia, purtroppo veritiera. Eppure, proprio in quel contesto si fa spazio un raggio di luce che fa ben sperare il cinema italiano, ancora capace evidentemente di esprimere qualcosa di importante.

 

24 gennaio 2014

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Dove il vento grida più forte - La mia seconda vita con il popolo dei ghiacci - Libro di Robert Peroni. Editore Sperling e Kupfer

“[…] noi bianchi ci riteniamo depositari di una civiltà superiore ma non siamo più capaci neppure di sorprenderci […] In fondo chi sono i veri primitivi: noi, che in trent’anni abbiamo distrutto una civiltà millenaria, o gli inuit, che in quattromila anni non hanno mai fatto una guerra?” Questo importante quesito viene posto alla fine dell’introduzione al libro. Ed è un sentire che accomuna tutte le pagine di quest’opera molto suggestiva non solo in quanto evento editoriale ma soprattutto in quanto esperienza di vita vissuta. Robert Peroni è un ex scalatore altoatesino ed esploratore. Dopo tante imprese sulle cime di tutto il mondo, decide, a 40 anni, di trasferirsi sui ghiacci della Groenlandia. Lì conosce il popolo inuit e se ne innamora. Un popolo che basa sul sorriso e sulla condivisione la propria quotidianità (“gli ospiti devono portare un sorriso. E’ così che si usa qui, e non è un modo di dire: si portano le risate, come in Italia si porterebbe un mazzo di fiori o una bottiglia di vino”), un popolo talmente pacifico da risultare fragilissimo di fronte ai nemici armati ma al tempo stesso determinato e coraggioso nell’affrontare la vita a 40/60 gradi sottozero. Peroni racconta leggende, esperienze e dialoghi raccolti in questi ultimi 30 anni di vita insieme a loro. Decide di fare questo non per una sorta di autocompiacimento ma per porre l’attenzione sulla situazione delicatissima di questa gente. Il futuro e la stessa esistenza del popolo inuit sono messi a serio rischio dalle decisioni prese negli ultimi anni, sia dalla Danimarca che dall’Unione Europea. Nodo delicatissimo, ad esempio, è quello della caccia alla foca. La sua messa al bando incondizionata non può non riscuotere un iniziale e istintivo consenso. Ma nelle terre così estreme della Groenlandia, questa attività era l’unica fonte di sostentamento per gli inuit. I quali si cibavano di carne di foca, si coprivano di pelle di foca, si scaldavano utilizzando il grasso di foca come combustibile. Tema non facile, d’accordo. Però, ci ricorda Peroni, nessuno, tra chi prende queste decisioni, si è mai preso la briga di trascorrere mezza giornata con queste persone e ascoltare i loro bisogni. In seguito è stato deciso di offrire loro un sussidio. Quest’ultima scelta, invece che migliorare la situazione, non ha fatto altro che renderla ancora più drammatica, producendo, di fatto, un senso di ghettizzazione, di smarrimento, di rassegnazione, come avvenuto con gli aborigeni australiani o i maori neozelandesi. Oggi molti inuit sono vittime dell’alcol e di una depressione fuori controllo che li porta, sempre più numerosi, al suicidio.
Robert Peroni vive a Tasiilaq, in un’abitazione chiamata la “casa rossa”. Lì ha cercato di realizzare una forma di turismo sostenibile coinvolgendo il popolo inuit e cercando di dar loro qualche posto di lavoro e qualche possibilità di esprimere la loro cultura. La casa rossa è anche un luogo di accoglienza per tutti coloro che sentono il bisogno di un rifugio, di una “spalla su cui appoggiarsi”, come scrive lo stesso Peroni. Probabilmente una goccia nel mare, ma una goccia di grandissima importanza. Gli inuit hanno in Robert un amico, uno dei pochi “bianchi” amici, a cui poter, come da loro abitudine, odorare le narici (convinti, così facendo, di respirarne l’anima).
“Qui mancano tante cose, eppure non ho mai pensato di essermi perso nulla vivendo in questa estrema periferia nord dell’Europa. Anzi, credo che la Groenlandia mi abbia salvato. Questo posto mi ha calmato. Sono sempre stato irrequieto […]. Eppure, qui sono fermo e mi trovo bene. Dalla finestra vedo più di dieci ghiacciai, d’inverno posso contemplare l’aurora boreale quasi ogni sera e d’estate, dalle dieci alle tre di notte, è come se vedessi sei o sette tramonti di fila: il sole scompare dietro una vetta e poi torna a rischiarare il villaggio”.

12 gennaio 2014

 


Le avventure di Zarafa (2012). Film di animazione di Rémi Bezançon e Jean Christophe Lie

I film di animazione edificanti, educativi, ecologisti sono un filone talmente diffuso da risultare spesso scontati, ripetitivi, banali, eccessivamente mielosi. Non è questo il caso. La tenera amicizia del piccolo Maki e della giraffa Zarafa ha luogo nell’Africa del 1827, depredata da vari popoli a danno degli esseri umani ridotti a schiavi senza nome ne’ dignità e degli animali ridotti a trofei per i salotti aristocratici o chiusi nelle gabbie dei circhi. L’Africa viene descritta con amore e realismo. La durezza del deserto, la drammatica carenza d’acqua; ma anche i racconti dell’anziano del villaggio (voce di Vinicio Capossela nel doppiaggio italiano), circondato da bimbi che pendono dalle sue labbra.
Il film risulta essere un mix vincente di storia e avventura, di ironia e commozione. Non può fare che bene far conoscere ai bambini una realtà antica ma estremamente attuale come quella narrata in “Le avventure di Zarafa”. E farebbe bene anche agli adulti. Perché solo conoscendo il passato possiamo giudicare con lucidità il presente.


1 gennaio 2014

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I figli degli uomini (2006). Film di Alfonso Cuaròn

Anno 2027. In un’Inghilterra sull’orlo della guerra civile, in un mondo senza più bambini (da molti anni assenza di gravidanze probabilmente a causa del dilagante inquinamento) sia Theo (ex attivista sconvolto dalla morte del figlio) che l’amico Justice (scienziato giullaresco con la moglie ammalata, ormai in stato vegetativo) hanno in pratica rinunciato a vivere. Il primo (Clive Owen) subisce la vita di ogni giorno, privato di ogni entusiasmo. Il secondo (un esilarante Michael Cain) vive da eremita fuori dal mondo. Theo, coinvolto dalla sua ex Julian (Julianne Moore), si trova improvvisamente ad affrontare un compito delicatissimo: portare in salvo una giovane donna africana e la bambina che ha in grembo affinché il mondo possa avere un futuro. Justice gli darà una mano sino alle estreme conseguenze. Tutto questo mentre esplode una feroce violenza tra l’esercito, i profughi ed i terroristi cosiddetti “Pesci”.
Come sarebbe un mondo senza bambini? Il film, tratto dal romanzo di P.D. James, esprime con grande efficacia il dolore, la nostalgia, il senso di smarrimento che un simile scenario comporterebbe: il parco giochi vuoto, silenzioso; la gente turbata alla notizia della morte del più giovane essere umano, divenuto famoso esclusivamente per la giovane età; il senso di smarrimento nel pensare alla mancanza di futuro, tanto da interrogare Theo su quale senso possa avere collezionare oggetti d’arte in un mondo che sta per finire. Ma la sequenza che esprime maggiormente tutto questo insieme di emozioni è il passaggio della neonata, piangente, in braccio alla giovane mamma, in mezzo a soldati e terroristi. Il pianto di quella creatura, di colpo, ferma le ostilità. All’improvviso si libera spontaneamente un passaggio per mamma e bimba tra occhi stupefatti, commossi, emozionati ed armi finalmente silenti. Solo per poco, purtroppo.


16 dicembre 2013

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L’uomo che piantava gli alberi (1988). Film di animazione di Frédéric Back
Romanzo di Jean Giono. Salani Editore

“L’uomo che piantava gli alberi” è un racconto autobiografico di Jean Giono. Disponibile sia in cartaceo che nel dvd contenente il disegno animato Premio Oscar 1988 quale miglior film di animazione (voce narrante italiana di Toni Servillo).
Viene narrata la storia di Elzéard Bouffier, pastore solitario e taciturno colpito dalla tragica perdita dei propri familiari. La dedizione scrupolosa per il proprio lavoro lo aveva reso più forte e sereno. “Mi diede l’impressione che nulla potesse disturbarlo […] ha trovato un bel modo per essere felice”. Tutta quella zona era ormai desertica, disabitata, desolata. Così Bouffier pensò bene di piantare un numero crescente di ghiande. In 3 anni 20.000 alberi crebbero grazie alle 100.000 ghiande piantate. Così, semplicemente per spontanea generosità. Nel frattempo la guerra del 1914 aveva seminato morte e distruzione, mentre lui seminava alberi e vita. Divenne apicoltore per non rovinare quella meraviglia col passaggio del gregge. Nessuno, a parte Jean Giono, conosceva l’origine di quegli alberi. Perché Bouffier continuava, umile, la propria attività, senza cercare nulla, ne’ guadagni ne’ adulazioni. Il governo si interessò a quella foresta naturale, ritenuta la più estesa e incredibile foresta “spontanea” mai cresciuta.
Tornò la vita in quei luoghi disabitati. “10.000 persone devono a lui la loro felicità”.


27 novembre 2013

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Il gioellino (2011). Film di Andrea Molaioli

Ho ascoltato un’intervista molto interessante a Toni Servillo (protagonista de “Il gioiellino”). Sosteneva, con fierezza, di essere molto contento di aver contribuito, con le sue interpretazioni, alla realizzazione di tre film, a suo dire, molto significativi che rappresentano, davanti alle generazioni future, uno specchio fedele delle perversioni del potere e del malaffare in Italia. Servillo citava “Il divo”, “Gomorra” e, per l’appunto “Il gioiellino”. La pellicola esamina le vicende fittizie del crac finanziario della Leda (nome di fantasia). Ma tali vicende richiamano palesemente quelle (reali) della Parmalat. A mio avviso la riflessione essenziale suscitata dal film riguarda le falle di un sistema economico che ha colpevolmente consentito che l’economia reale (quella del latte prodotto e venduto, quella della compravendita dei prodotti alimentari secondo la legge della domanda e dell’offerta) sia stata sostituita dall’economia virtuale, dalle speculazioni in borsa, dal ricorso al falso in bilancio come prassi abituale (peraltro depenalizzato dal governo Berlusconi…). Per non parlare degli abusi e degli sprechi che si perpetravano all’interno di questa azienda, presentata al mondo come un “gioiellino” nel tentativo di rinviare all’infinito la resa dei conti con la ben più dura realtà dei fatti. In pratica chi sbandierava ideologicamente la bandiera del libero mercato, non si rendeva conto (o fingeva di non rendersi conto) che quel mercato, libero, non lo era affatto. Aveva preso il sopravvento un’economia drogata e fittizia che tutelava l’interesse di pochissimi a discapito degli ingenui investitori. Guardare a tutto questo oggi, con gli occhi della grave crisi economica in atto nel nostro Paese, fa ancora più rabbia e pone interrogativi sempre più inquietanti.


9 novembre 2013

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Ritmi e danze dal mondo Festival multiculturale di Giavera del Montello (TV) -18 anni di festa, 18 anni di incontri-

Ancora una volta proponiamo non una recensione ma un’esperienza. Ho avuto, grazie all’amico Roberto, il privilegio di conoscere questa radiosa realtà di integrazione in un viaggio sulla costa istriana. Uno dei temi del viaggio era “la città del desiderio”, cioè provare a pensare alla città che vorremmo e che potremmo costruire, non alla “città dei sogni”, che potrebbe sembrare un’espressione utopistica, ma “la città del desiderio”, qualcosa di possibile e concreto. Abbiamo approfondito questo tema tra noi ed i cittadini istriani. Un esperimento complesso ma molto interessante. Sono uscite tante idee, il desiderio di verde e di condivisione, di valorizzazione dell’arte e della comunità, un modo di vedere il mondo che possa integrare le diversità senza ghettizzarle.
“Ritmi e danze dal mondo” si svolge nel mese di giugno a Giavera del Montello (TV). Quest’anno ha raggiunto quasi le 30.000 presenze. Un evento che continua a crescere quantitativamente e qualitativamente, sostenuto dall’apporto di numerosi volontari. Ben 30 le associazioni di migranti coinvolte. Tantissimi artisti provenienti da ogni parte del mondo. “L’integrazione c’e’ e si vede!” E’ stata la ministra Kyenge a dirlo, commossa, il 23 giugno di quest’anno, accolta dal tripudio dei numerosissimi presenti. Anche perché i volontari che lavorano al Festival non si limitano ai tre giorni dell’evento, ma tessono la tela durante tutto l’anno con passione ed entusiasmo. Esiste un’altra Italia, che costruisce ogni giorno un nuovo pezzettino di speranza. Questa Italia va conosciuta, promossa e sostenuta. Solo così non rischieremo di cedere allo scoraggiamento.


22 ottobre 2013



Casa/Teatro di paglia – Casa Felcerossa

In questa rubrica, solitamente, ci occupiamo di cinema e di libri. Ma anche di esperienze artistiche che sono altresì esperienze di vita incastonate nella natura. Ad esempio abbiamo parlato della land art, delle pietre in equilibrio, delle opere di Dario Gambarin col suo trattore. In questo caso ci occupiamo di una bella realtà di Sant’Alfio, alle falde dell’Etna. Toti, Tiziana ed i loro figli vivono in una casa interamente realizzata con criteri e materiali di bioedilizia (tamponamento in balle di paglia). Curano il loro orto vivendo nel rispetto del suolo e dell’ecosistema. La loro casa è anche un luogo di condivisione, di scambio, di formazione ambientale (di recente un corso sulla realizzazione del sapone naturale), di accoglienza e di espressione artistica. C’e’ anche un parco giochi a impatto zero. Insomma, un’esperienza di vita all’insegna dei principi che caratterizzano la permacultura e la decrescita felice.
Un teatro all’aperto, realizzato con le balle di paglia, ospita piccoli eventi musicali e teatrali ed i pochi intimi che hanno il privilegio di assistere (i posti sono limitati) hanno l’occasione di gustare l’arte in uno scenario unico, tra le pietre laviche, la fitta vegetazione ed un panorama affascinante proprio di fronte al cratere di sud est dell’Etna. Dal piano superiore sventola allegra una bandiera della Pace. Quando si fa sera ascolti musica, guardi le stelle, bevi il buon vino di Toti, stai in compagnia di persone piacevolissime e pensi che in fondo un altro mondo è veramente possibile.


8 ottobre 2013


History of the Eagles (2013). Film documentario di Alison Ellwood

Per dei fans degli Eagles come me e mio fratello, trovarsi comodi in salotto a godersi questo film documentario è stato come essere esauditi dal genio della lampada della musica. Forse superabile, in godimento, solamente da un concerto dal vivo… ma c’e’ anche quello! “History of the Eagles”, infatti, è composto da 3 parti: 2 dvd sono dedicati al film documentario di 3 ore che ripercorre la nascita, le evoluzioni musicali, gli aneddoti, le traversie di tutta la loro storia. A completamento del cofanetto un terzo dvd con il concerto live del 1977 al Capitol Center di Landover/Maryland, tour del disco “Hotel California”. E così ci siamo immersi, ancora una volta, nelle inconfondibili atmosfere degli Eagles: le armonie vocali e chitarristiche di un country rock senza tempo che ha attraversato le casse stereo ad ogni latitudine del pianeta.
L’aggancio tematico alla rubrica l’ho trovato nell’impegno filantropico e ambientalista di Don Henley, leader (insieme a Glenn Frey) della band. Don Henley si è dedicato anima e corpo al Walden Woods Project, da lui stesso fondato allo scopo di difendere le foreste ottenendo notevoli risultati concreti di tutela ambientale. Ne parla lui stesso con passione sincera in diverse parti delle interviste e risulta evidente quanto questo progetto, in termini di entusiasmo, vada di pari passo con il sound della band statunitense.
Quella degli Eagles è una storia bellissima e, al tempo stesso, molto travagliata. Molte le liti che hanno portato diversi elementi a lasciare la band: Bernie Leadon, Randy Meisner e soprattutto il protagonista della lacerazione più profonda, Don Felder. Il documentario affronta nel dettaglio anche queste vicende attraverso la voce di tutti i protagonisti. Con lo stesso puntiglio viene affrontato il delicato e drammatico tema delle droghe. La principale vittima della “Life in the fast line” è Joe Walsh, piombato nel tunnel delle sostanze e dei superalcolici. Egli stesso ammette quanto abbia rischiato e ringrazia con tenerezza la band, grazie alla cui proposta di reunion nel 1994 poté togliersi dai guai. “Mi diedero un buon motivo per restare sobrio. Mi salvarono la vita”. Un grazie, immagino, rivolto non solo agli amici degli Eagles ma, implicitamente, alla musica. “So put me on a highway e show me a sign and take it to the limit one more time” (“Take it to the limit” – album “One of these nights” anno 1975) .


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17 settembre 2013


Across the Universe (2007). Film di Julie Taymor

“Come una pioggia infinita in una tazza di carta, scivolano selvaggiamente e si disperdono per l’universo. Laghi di dolore, onde di gioia vanno alla deriva nella mia mente aperta possedendomi e accarezzandomi. Niente cambierà il mio mondo”. Questa la traduzione italiana di una parte dei magnifici versi di “Across the Universe” dei Beatles. Lo stesso titolo del film di cui stiamo per parlare, una chicca imperdibile per gli appassionati di musica. Attraversato interamente dalla musica dei Beatles, reinterpretata da artisti di grandissima statura, il film è un omaggio ad una generazione ed ai sentimenti che questa generazione cercò di esprimere. Parliamo degli anni 60 americani: le lotte pacifiste contro la guerra in Vietnam, il movimento hippy, le lotte di emancipazione degli afroamericani.
Da filo conduttore l’amore di Jude, un giovane inglese emigrato in America per cercare il padre, con Lucy, attivista del movimento pacifista. Non sfuggirà agli appassionati dei Beatles che questi due nomi coincidono con i protagonisti di due loro canzoni: “Hey Jude” e “Lucy in the sky with diamonds”.
Tutta la storia si svolge in un sublime crescendo visionario di colori ed atmosfere psichedeliche, ambientazioni di grandissima suggestione, musica semplicemente spettacolare, attori di livello eccelso. Tra gli altri protagonisti anche Bono Vox e Joe Cocker, dilettatisi con ruoli a loro congeniali. Insomma, questo film, lo abbiamo già detto, non può non piacere agli appassionati di musica. Se poi possedete anche uno spirito romantico resterete incantati, ipnotizzati dallo scambio di sguardi finale, struggente fino alle lacrime, accompagnato dalle note di “All you need is love”.


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1 settembre 2013


Robocop 3 (1993). Film di Fred Dekker

Chi legge abitualmente questa rubrica sa che non ci occupiamo soltanto di capolavori del cinema, ma anche di pellicole di media o bassa fattura che però ci hanno colpito per singoli particolari, dialoghi, contenuti o semplicemente ci danno l’opportunità di approfondire tematiche a noi care. E’ il caso di “Robocop 3”, terzo episodio della serie “Robocop”, un fumettone senza grandi pretese, diverse cadute di tono e di stile, qualche eccesso di violenza gratuita ma anche alcune trovate interessanti. Tra queste l’idea di un superpoliziotto metà uomo e metà robot, costruito sui resti umani di Alex Murphy, agente caduto in una sparatoria. E’ Robocop, costantemente a metà tra la fredda perfezione della macchina ed i tormenti della parte umana, ossessionata dai ricordi dell’amata famiglia e di una vita che non c’e’ più.
Nei due primi episodi da segnalare la pungente ironia nei confronti del sistema pubblicitario, preso in giro con spot inverosimili che ne evidenziano gli eccessi e la mancanza di scrupoli. In questo “Robocop 3” ci troviamo in una immaginaria Detroit del futuro in mano alla criminalità ed agli interessi più sporchi. La Superprodotti Corporation, che ha le mani sulla città e sulla polizia, organizza la deportazione di interi quartieri per realizzare “Deltacity”, un appetitoso mega progetto di 350 milioni di dollari. Una frangia coraggiosa di abitanti resiste a questo abuso. Sia Robocop che l’intero corpo di Polizia, disgustato dai metodi della Superprodotti, si uniranno alla resistenza.
Davvero curioso e triste constatare che la Detroit di oggi (quella vera) venga descritta dai più come una metropoli caduta in rovina, in seguito alla chiusura delle grandi fabbriche. Al giorno d’oggi si tratta di una città ghetto con il più alto decremento demografico degli Stati Uniti. Degrado e violenza sono all’ordine del giorno per quello che era considerato un “miracolo industriale” e che oggi si presenta come una città fantasma in stato di completo abbandono. A distanza di tanti anni le immagini della Detroit di “Robocop” sembrano quasi un cattivo presagio. Perché a volte, purtroppo, la realtà supera la fantasia.


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9 agosto 2013


E io continuo a camminare con gli ultimi
Libro di don Andrea Gallo con Federico Traversa
Chinaski Edizioni

E’ trascorso poco più di un mese dalla morte di don Gallo, il “trafficante di sogni” in “direzione ostinata e contraria”, un uomo che viveva, scriveva, parlava con amore, ironia, schiettezza, passione. Un modo per rendergli omaggio, anche su questa rubrica, è ricordare parte del suo pensiero e delle sue lotte. Il libro in questione è un tascabile, quindi piccolo nella dimensione, ma grande e importante nei contenuti. I temi trattati sono numerosi: le droghe (e la sua posizione antiproibizionista), la politica, l’immigrazione, la Costituzione, il sistema carcerario, la Chiesa, e Fabrizio De André, il suo “quinto vangelo”. Don Gallo amava ricordare Faber così: “ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che dai diamanti non nasce niente, dal letame sbocciano i fiori”.
Ci soffermiamo su alcune tematiche più vicine al carattere di questa rubrica. “Il sistema neoliberista non cammina insieme ma prevarica. Ha ragione padre Zanotelli quando dice: “il 20% di questo pianeta si pappa l’80% delle risorse del pianeta stesso”. […] Un mio amico una volta mi disse: “sei sempre perso in queste battaglie con le minoranze, Andrea”. “No”, gli risposi, “io sono con la maggioranza: siamo quattro, cinque miliardi ad essere con la stessa situazione.” Don Gallo era così: grande ironia, grande passione, grandi contenuti, senza mai perdere di vista il parametro evangelico, in “una società economica che discrimina ed emargina […]. Nel terzo millennio, la svolta epocale è la cultura della pace […] perché non c’e’ altro contro la minaccia ecologica, di fronte all’Occidente che ancora non capisce e respinge il fenomeno migratorio, di fronte a tutti i mass media […] ebbene la nostra risposta è la pace che ha quattro colonne portanti: verità, giustizia, amore e libertà”. Infine l’importanza della condivisione: “siamo in mezzo a due correnti opposte che formano la cultura del mondo di oggi: la corrente che globalizza la nostra realtà e quella che conserva le nostre diversità, le nostre unicità e irripetibilità. Nessuno si libera da solo. Nessuno libera un altro. Ci si libera tutti insieme”. Il 9 giugno, all’interno della festa del Fatto Quotidiano, si è svolto un evento dedicato a don Gallo ed alla sua comunità, la comunità di San Benedetto al Porto *. Alla fine è apparso in cielo un meraviglioso arcobaleno che i presenti hanno interpretato come il saluto del don, attraverso quei colori della pace nei quali amava tuffarsi. Dovunque, nelle piazze, nelle case, nelle chiese, nelle scuole. I colori dell’arcobaleno, i colori della pace e della giustizia, i colori della sua vita. Ciao don!

*chi volesse effettuare una donazione in favore della Comunità San Benedetto al Porto oppure semplicemente saperne di più, può collegarsi al sito: http://www.sanbenedetto.org/


1 luglio 2013


Fedele alla linea – Giovanni Lindo Ferretti (2013). Film documentario di Germano Maccioni

“Sono paesi abbandonati e bellissimi. La gente che ha abbandonato queste case, nella maggior parte dei casi, vive in case più brutte, paga l’affitto, però sono convinti di aver fatto un passo verso il benessere […] Prima erano poveri e liberi, ora sono poveri e schiavi”. Giovanni Lindo Ferretti parla dei paesi dell’Appennino reggiano, ai quali è legato da un rapporto indissolubile, quasi di dipendenza.
“Fedele alla linea” ripercorre la vita di questo cantautore dal volto segnato da un percorso complesso. L’infanzia difficile, i pesanti traumi, la lunga militanza in Lotta Continua, e poi la musica, il canto: dai CCCP Fedeli alla linea ai CSI al periodo dei PGR (quest’ultimo non approfondito dal film). La rabbia, l’impegno politico, le malattie che lo hanno lasciato più volte tra la vita e la morte. Infine descrive la sua “guarigione”: il lungo viaggio in Mongolia, la crisi mistica, il ritorno alla fede, la riconciliazione innanzitutto con se stesso, e poi con la madre. E con quel granello (come lui stesso lo definisce) che gli bruciava dentro. In tutto questo la natura è sempre in primo piano, non solo come sfondo ma come principale fonte di ispirazione e di rifugio. Il riposo del guerriero, nella campagna reggiana, tra i suoi cavalli. Gli amati cavalli, coinvolti in un progetto ambizioso, affascinante e complesso: il teatro equestre.
Ciò che mi piace di questo e di altri recenti documentari su artisti contemporanei, è la sincerità dell’opera. Nessuna forzatura, nessun goffo tentativo ne’ di denigrare ne’ di santificare, ma semplicemente la rappresentazione di una storia attraverso il racconto del protagonista e la potente sequenza delle immagini. La storia di una vita turbolenta e al tempo stesso avvincente. Una vita fatta di abbagli e di vette artistiche, di furori giovanili e di sordo dolore, una vita affrontata frontalmente proprio come sul palco, tra i versi rabbiosi, travolgenti dei CCCP e la voce narrante di versi poetici. “Male che vada ne faremo un cantante” gli disse da bambino il direttore del collegio religioso. Riascoltando oggi quella frase non vengono in mente solo le qualità canore manifestate sin da piccolo. In quel “male che vada” leggiamo anche lo spirito libero di un viaggiatore mai domo.

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15 giugno 2013


Before Sunset (2004). Film di Richard Linklater

Jesse, scrittore americano, e Celine, attivista ambientalista francese, si erano innamorati 9 anni fa ma la vita li aveva separati. Si ritrovano adesso, a Parigi, in occasione della presentazione del libro di Jesse che narra proprio del loro primo incontro. Celine lavora per la Croce Verde francese, si occupa della tutela del pianeta. Parla di temi dalla portata enorme ma è convinta che è proprio partendo dai piccoli passi, dalle scelte quotidiane, che si cambino le cose, senza farsi stordire dalla vastità dell’orizzonte. Jesse l’ascolta con grande coinvolgimento; entrambi percepiscono quanto le loro vite siano rimaste tradite da quella relazione perduta. Lungo la Senna si rendono conto di amarsi ancora. E ancora una volta è il tempo il nemico di questa loro storia. Jesse deve prendere un aereo che lo porterà da sua moglie e da suo figlio. Ma lo perderà?
Un film di un romanticismo mai mieloso ne’ retorico, con dialoghi estremamente efficaci grazie anche all’ottima interpretazione dei due protagonisti (Ethan Hawke e July Delpy). “Before Sunset” (Prima del tramonto) è il seguito di “Before Sunrise” (Prima dell’alba – anno 1995) e precede il terzo capitolo “Before midnight” (uscito in America in questi giorni).


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28 maggio 2013




Oblivion (2013). Film di Joseph Kosinski

In seguito ad una guerra termonucleare tra esseri umani e alieni il pianeta Terra è per grandi tratti inabitabile. Jack ha subito l’azzeramento della propria memoria, crede di lavorare per gli esseri umani ma non è così. Ma l’immagine della sua amata non sono riusciti a sopprimerla e continua a tormentarlo. Grazie ad essa prenderà coscienza della reale situazione e si unirà alla resistenza umana.
Non sono pochi i bei momenti di “Oblivion”. Molto sa di già visto ma risulta comunque un’opera avvincente. In particolare mi hanno emozionato i momenti di grande nostalgia della vita sulla Terra. Jack trova un angolo di verde incontaminato, mette su un 33 giri dei Led Zeppelin e poi uno dei Procol Harum, si sdraia sul prato, chiude gli occhi, respira, beve acqua dal torrente, sogna di viverci con la donna amata; in un altro momento “contempla” i resti dello stadio in cui si disputò l’ultimo Superbowl prima della guerra. Insomma si rende sempre più conto di quanto bella fosse la vita sulla Terra. Mi è tornato in mente il James Cole (Bruce Willis) in “L’esercito delle 12 scimmie” (film di Terry Gilliam del 1995). Costretto, insieme agli altri esseri umani, a vivere sottoterra a causa di un atto catastrofico di bioterrorismo è inviato indietro nel tempo per cercare di scongiurare l’apocalisse. Viaggiando in auto respira incredulo l’aria dal finestrino e ascolta, commosso, la musica del XX secolo, a ricordarci che ciò che di bello amiamo e viviamo non è mai scontato.


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11 maggio 2013


La città ideale (2013). Film di Luigi Lo Cascio

Michele Grassadonia è un convinto ecologista palermitano trapiantato a Siena, città a misura d’uomo che considera “ideale” per le proprie prospettive e per lo stile di vita che ha scelto. Ha coltivato i propri ideali in modo talmente scrupoloso da risultare quasi un alieno agli occhi di molti. Spia e fotografa il collega che fuma di nascosto in bagno, vive al freddo senza usare i riscaldamenti e lavandosi con l’acqua piovana, non usa veicoli a motore, abita in un palazzo senza ascensore, non accende la luce (al posto della quale adopera le candele), lotta contro gli sprechi promuovendo campagne di riciclaggio e riutilizzo dei beni.
Ad un certo punto la sua vita viene stravolta. Accusato ingiustamente di omicidio colposo non riesce a dimostrare la sua innocenza e si trova costretto a ricorrere ad un avvocato traffichino palermitano da sempre giudicato un simbolo di malaffare e malcostume.
Alla sua opera prima come regista (ma anche interprete, soggettista e co-sceneggiatore) Lo Cascio ci regala un personaggio molto interessante. Come definirlo? Ingenuo? Masochista? Idealista? Arrogante? Un esempio di candore costretto dalla vita a tornare nelle acque torbide della sua Palermo? Forse un po’ tutto questo insieme. Perché Grassadonia a tratti ci intenerisce per la caparbietà e la sincerità, a tratti ci innervosisce per la mancanza di umiltà e di rispetto per le differenze altrui. Ed il film evidenzia, a mio avviso, questa complessità. Ad esempio nella scena delle scale di casa: la mancanza di un ascensore sicuramente è un punto a favore dell’ambiente ma una iattura per la signora asmatica che gli recapita il mandato del Tribunale.



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25 aprile 2013



Il mondo dei replicanti (2009). Film di Jonathan Mostow

Quando il dottor Canter inventò i “surrogati”, automi dalle sembianze umane, sperava di donare un sogno all’umanità, l’opportunità di vivere nella “pienezza” anche a chi era paralizzato o comunque senza la possibilità di una vita normale. Il “surrogato”, comandato a distanza dall’essere umano, vive le esperienze, le fatiche e le emozioni della vita al posto suo. Ma questa scoperta rivoluzionaria, in pochi anni, ha ridotto l’umanità ad una vita piena di paure, di ansie, priva di qualunque coraggio del vivere quotidiano. Per cui la quasi totalità degli esseri umani ormai vive chiusa in casa, delegando i surrogati per le mansioni lavorative, le uscite serali, le feste, le relazioni. Il detective Greer (Bruce Willis, infallibile in questi ruoli) si trova nel mezzo di una guerra tra governo (pronto a tutto per tutelare gli enormi interessi legati alla produzione dei surrogati) e il dott. Canter (deciso ormai a distruggere la sua invenzione); nel mezzo la resistenza degli umani, comandati dal loro leader, il Profeta, chiusi in una colonia dove è vietato l’accesso ai non umani. Ma il Profeta si rivelerà egli stesso un surrogato comandato dal dott. Canter.
Questo thriller fantascientifico, per chi ama il genere, risulta piuttosto avvincente. Ci fa riflettere sui necessari limiti che la scienza deve darsi. In fondo quanto avvenuto nella fantasia cinematografica dei “surrogati” è avvenuto realmente e in modo ancora più drammatico con la scoperta del nucleare, che all’inizio fu ritenuta di pubblica utilità per poi trasformarsi presto in un drammatico boomerang per il genere umano. Inoltre il film fa emergere la necessità di lanciarsi nell’avventura della vita, con tutte le sue traversie, perché nessuno può sostituirci in questo. E nessuna chirurgia estetica potrà fermare il tempo che passa. E nessuno potrà mai garantirci una vita senza problemi e senza spigoli su cui sbattere la testa.


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9 aprile 2013


Il pranzo di Babette (1987). Film di Gabriel Axel

In un piccolo villaggio dello Jutland vivono due anziane sorelle nubili, Filippa e Martina. Figlie di un pastore protestante, hanno dedicato la loro vita al servizio degli anziani e dei poveri del villaggio, nonché dell’intera comunità rurale. Il loro stile di vita ha comportato qualche dolorosa rinuncia, nell’amore e nelle possibili ambizioni artistiche. Hanno continuato a nutrire di calore e di amore la comunità, anche dopo la morte del padre. Nel villaggio si fa vita semplice e rurale e, come avviene in molte piccole comunità, non mancano rancori e dissapori, pettegolezzi e pregiudizi. Un giorno Babette, in fuga dalla guerra civile in Francia, viene accolta dalle due sorelle in qualità di cuoca. E’ una persona solare e piena di vita. Le giunge notizia di una ricca vincita alla lotteria francese. Così decide di utilizzare l’intera somma per preparare un grande pranzo in memoria del padre di Filippa e Martina. Alla presenza di buon vino, champagne e prelibatezze di ogni tipo, gli intervenuti al pranzo vengono sfiorati da una sublime leggerezza, dalla grazia della convivialità, che distende i loro volti, libera i loro cuori, addolcisce ogni possibile amarezza risolvendo d’incanto ogni dissapore. Babette si è adoperata in un’ impresa sublime, forse più da artista che da cuoca. Il suo pranzo è stata un’opera d’arte, l’accoglienza trionfale.
Questo film (premio Oscar 1987 come miglior film straniero) si fa amare soprattutto per la sua armonia. Anche perché esalta la tavola non solo, ovviamente, come occasione di appagamento dei sensi ma soprattutto come impareggiabile strumento di condivisione.

Guarda una scena del film

19 marzo 2013


Bobby – Il cucciolo di Edimburgo (1961). Film di Don Chaffey

Edimburgo, anno 1867. Un vecchio pastore, molto povero e malato di polmonite, muore in una notte fredda di inverno. Bobby, il cagnolino skye-terrier che lo aiutava nella pastorizia e che trascorreva tutto il tempo con lui, non si da pace. Il corpo del pastore viene seppellito nel cimitero cittadino. Bobby non si rassegna a distaccarsene e ogni notte va a dormire al cimitero, accanto al corpo del pastore. Così facendo si crea un problema di “legalità”. Il cane non appartiene ufficialmente a nessuno e risulta quindi un randagio. Ma nei fatti appartiene a tutti. Si sono affezionati a lui i bambini poveri del quartiere, il custode del cimitero, la moglie del custode e il proprietario della locanda. Anche il magistrato si intenerisce, a tal punto da dare al cane le simboliche chiavi della città, consentendo in tal modo la risoluzione legale della vicenda.
Il film, ispirato ad una storia vera, ricostruisce in maniera impeccabile l’atmosfera di Edimburgo alla fine dell’ottocento. A partire dalla pioggia torrenziale (“se Noè fosse vissuto ad Edimburgo, il diluvio universale gli sarebbe sembrata una pioggerella”), le stradine acciottolate, la natura lussureggiante ed un campionario molto suggestivo di comportamenti e relazioni. Che la storia sia accaduta realmente non sorprende affatto. Personalmente mi ricorda un’altra vicenda, ben più recente, accaduta a Scicli, nel ragusano. Il cane Italo, dopo qualche iniziale insofferenza, venne in pratica adottato dall’intera comunità. Divenne un immancabile protagonista della vita cittadina: dalle sante messe alle uscite dei bambini dalla scuola alla vita di piazza alle feste. Una fiaba che si ripete ciclicamente forse per donare un pizzico di fiducia ad un mondo chiuso e oppresso.

Immagini da youtube “Ricordando Italo”

2 marzo 2013


Vita di Pi (2012). Film di Ang Lee

vita di piTutto si può dire di questo film ma non che sia banale. Potremmo definirlo un viaggio vissuto non solo dal protagonista ma anche dagli spettatori, un viaggio all’interno dell’universo interiore dell’uomo, del suo rapporto con Dio, il viaggio della vita, con le sue traversie e le sue meraviglie. C’e’ tutto questo nella lotta di Pi per la sopravvivenza. Il naufragio, condiviso forzatamente con la feroce tigre del circo di famiglia, la difficilissima convivenza all’interno della scialuppa di salvataggio. Questa situazione causa al protagonista grande preoccupazione ma, al tempo stesso, quegli essenziali stimoli vitali per resistere e restare in vita. Il film è ricco di scene mozzafiato che descrivono con grande realismo gli scenari naturali, ad esempio il mare in tempesta e le evoluzioni meteorologiche. In tal senso c’e’ un grosso contributo della computer grafica, ma mai eccessivamente invasivo.
Il finale è sorprendente, proprio come nel best-seller di Yann Martel (dal quale è stato tratto il film), in quanto provoca nello spettatore un dubbio (a mio avviso non svelato del tutto): quanto si è visto è realmente ciò che è accaduto a Pi oppure solo un racconto per esorcizzare un’altra versione dei fatti, ancora più traumatica, raccontata dallo stesso Pi agli investigatori (una storia di violenza, crudeltà, uccisioni)? Ognuno si faccia la sua idea; certamente, comunque, non avrà rimpianto il prezzo del biglietto.

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15 febbraio 2013



In my country (2003). Film di John Boorman

”Hanno preso mio figlio. Dicevano che era un terrorista, non era vero. Poi sono usciti in giardino e hanno distrutto i miei 5 alberelli. Perché li avete distrutti?” La domanda che il vecchio nero fa ai poliziotti afrikaner sembra paradossale davanti alla perdita di un figlio. Ma non lo è. La distruzione di quegli alberelli, evidentemente, rappresenta per lui un metro di misura delle assurde violenze perpetrate in Sudafrica ai tempi dell’Apartheid.
Il film parla della Commissione per la Verità e la Riconciliazione voluta fortemente da Nelson Mandela e dall’arcivescovo Desmond Tutu per costruire il futuro sudafricano del dopo apartheid.
Mi fa sempre piacere la realizzazione e la messa in onda di film sul Sudafrica di Mandela. Noi tutti abbiamo bisogno di questa storia. Ne abbiamo bisogno come nazioni, quando ci dicono che non vi è alternativa alle guerre; ne abbiamo bisogno come individui, quando restiamo ostaggi dell’individualismo. Abbiamo bisogno dell’”ubuntu” sudafricano, concetto filosofico dalle radici antiche, secondo il quale “non siamo soli a questo mondo. Siamo persone perché ci sono gli altri”. Lo sforzo del perdono e della compassione, della solidarietà e della comprensione reciproca, tutti elementi che hanno reso possibile il miracolo sudafricano, il contenimento dell’impulso della vendetta, dalla possibile guerra civile alla ricostruzione condivisa, lenta, difficile di un Paese unito.
Ma torniamo al film. Un giornalista afroamericano del Washington Post viene inviato in Sudafrica per seguire i lavori della commissione e per intervistare uno dei più feroci esponenti dell’apartheid. Conosce una poetessa afrikaner impegnata al fianco dei neri. Ne nasce un rapporto dapprima conflittuale che si tramuterà in una grande passione.
Il film, soprattutto attraverso gli accesi dialoghi tra i due protagonisti, si interroga su come sia stato possibile, per molte persone, vivere accanto a questi orrori (proprio come accadde nella Germania nazista) senza interrogarsi, senza inquietarsi più di tanto, tenendo gli occhi chiusi, continuando la propria vita quotidiana e addirittura arrivando a ritenere “normale” l’utilizzo di mezzi come la tortura, la sopraffazione, l’eliminazione di qualunque diritto umano al fine di mantenere la “sicurezza” del Paese. Ma a questo interrogativo se ne aggiunge un altro ben più confortante: com’e’ possibile parlare di perdono da parte di chi ha subito persecuzioni di ogni tipo, torture, la perdita di persone care? Il Sudafrica di Nelson Mandela ci testimonia che è difficile ma possibile; e che è fruttuoso, che è l’unico modo per dare concreta speranza alle terre insanguinate.

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26 gennaio 2013


Castaway on the moon – Naufrago sulla luna (2009). Film di Hae-jun Lee

In questo pazzo mondo, impegnato nella folle corsa dei numeri, nel vano tentativo di raggiungere un’ illusoria “perfezione” estetica degli individui, verso criteri consumistici di “benessere” che si rivelano fallimentari (oltre che spesso irraggiungibili), verso il culto dell’immagine e delle apparenze, capita che molte persone si sentano (e restino) sole, aliene all’interno di queste torri di pasta frolla. Ma capita anche, ogni tanto, fortunatamente, che queste stesse persone si incontrino tra loro e arrivino ad amarsi e a comprendersi a vicenda, carezzando gli angoli più intimi del loro animo sofferente. Si può così riassumere il principale contenuto di questo pregevole e delicatissimo film coreano.
Mr Kim, provato duramente dalla vita, dopo aver perso il posto di lavoro, l’amore, la speranza, tenta il suicidio buttandosi dal ponte. Ma le onde del fiume Han lo portano su un isolotto nelle vicinanze di Seul. Non sa nuotare, il telefonino è andato, si trova beffardamente isolato a così poca distanza dalla caotica metropoli; una città che corre senza freni e che sembra prendere fiato solo durante le obbligatorie esercitazioni antisismiche. Mr Kim inizia a vivere una vita fatta di stenti, di grandi difficoltà, cibandosi di pesci morti ed uccelli, bevendo l’acqua sporca del fiume, “lavando” i capelli con la schiuma dello stesso fiume. Ovviamente subentrano gravi momenti di crisi ma al tempo stesso nuovi e sconosciuti impulsi interiori. Paradossalmente, per la prima volta nella sua vita, si sente libero. Non lo sa ancora ma c’e’ una ragazza che lo osserva attraverso un potente teleobiettivo posto sulla finestra di casa. Ms Kim vive isolata, con la sola compagnia del computer, coccolandosi con i fogli di polietilene a bolle d’aria. Non esce mai, non riesce ad avere contatti con l’esterno, ha paura del mondo perché la sua faccia deturpata è oggetto di insopportabile derisione da parte dei coetanei e delle coetanee. Annichilita dal giudizio degli altri Ms Kim si è costruita una gabbia rassicurante al buio della sua stanza. Ma l’amore è capace di sparigliare tutte le carte. E così, quando tutto sembrerà perduto, suonerà la sirena delle esercitazioni antisismiche e la città sospenderà per un momento il suo ritmo infernale, permettendo l’emozionante incontro tra due anime nobili e fragili, come tante ce ne sono… spesso sommerse dal rumore assordante di una società che non sa più ascoltarle.

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10 gennaio 2013


Swing Vote (2008). Film di Joshua Michael Stern

Bud (Kevin Costner) è un uomo superficiale, indifferente e disilluso. Prova un affetto smisurato per la figlia Molly ma non riesce a tradurlo in gesti di responsabilità; neanche i più banali come l’accompagnarla a scuola. Perde il lavoro, beve come una spugna, non ha nessun interesse per ciò che lo circonda ne’, tanto meno, per il diritto di voto alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America. La figlia dodicenne Molly, invece, è convinta dell’importanza della partecipazione attiva. Così decide di votare abusivamente al posto del padre, approfittando di un momento di distrazione all’interno del seggio di riferimento, nel New Mexico. Il voto viene compromesso da un problema elettronico della macchina, ma proprio quel voto risulterà determinante per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Così viene concessa a Bud una seconda possibilità per esprimersi. A questo punto i due candidati presidente cercano in tutte le maniere di ammaliarlo e di influenzare il suo voto. Lo invitano alle feste, gli fanno proposte allettanti, confezionano spot su misura per lui. Quando Bud dichiara che ama andare a pescare sul fiume Pecos, ecco intervenire il candidato repubblicano (responsabile di un progetto devastante dal punto di vista ambientale previsto proprio in quel fiume) improvvisarsi difensore delle aree protette e della natura. Quando Bud accenna un commento in difesa dei nuovi nati, ecco intervenire il candidato democratico, pronto a rinnegare il proprio programma politico trasformandosi improvvisamente in convinto anti abortista. Una macchina gigantesca (la macchina dei media, degli interessi di parte, del potere) rischia di divorare un cittadino vissuto sempre ai margini del mondo, in un villaggio semisconosciuto del Nuovo Messico. Fortunatamente il buon senso di tutti prevarrà.
Un film molto originale, leggero, a tratti esilarante, non privo comunque di interessanti spunti di riflessione. In particolare colpisce la descrizione spietata dei meccanismi mediatici di propaganda politica da una parte, e di ricerca spasmodica dello scoop dall’altra. Un esercito di arrivisti pronti a tutto pur di primeggiare. Il finale ottimista si addice allo stile del racconto ma pecca probabilmente di realismo.

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18 dicembre 2012



Piccoli Calabresi sul Lago Maggiore (1954). Film di Ermanno Olmi

Questo documentario breve fu girato da Ermanno Olmi nel 1954 per la Edison (società in cui all’epoca lavorava). Si tratta dell’esordio assoluto di Olmi alla regia, racconta una storia di solidarietà e di accoglienza. Nel 1951 una tremenda alluvione aveva spazzato via interi villaggi e caseggiati della provincia di Reggio Calabria, causando morte, distruzione e centinaia di senzatetto. 300 bambini calabresi vennero ospitati a Suna, sul Lago Maggiore, nella colonia Ettore Motta, messa a disposizione dalla società Edison. Olmi racconta attraverso la voce dei bambini come si svolgeva la loro quotidianità, racconta le loro sensazioni attraverso una voce narrante e attraverso una tenera intervista ad un bimbo disabile. Poco più di 8 minuti per leggere, con la semplicità dei bambini, una significativa pagina di storia italiana.

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2 dicembre 2012



Il suono della domenica – il romanzo della mia vita – di Zucchero Fornaciari. Mondadori

“I canti li voglio fare […] in un bel posto, con tanta terra intorno, i vigneti, i campi, la luce, gli odori, i colori che mi ispirano. La mia infanzia. L’odore della nonna. Deve essere un paese.” E’ il nostalgico richiamo della terra natia. Il paese di Zucchero è Roncocesi, a poca distanza da Reggio Emilia. Un posto circondato da atmosfere antiche e suggestive che sembrano evocare le narrazioni di Guareschi. Un contesto in cui Zucchero culla, e condivide con noi, i suoi ricordi più teneri. A partire dalla nonna Diamante. In questa autobiografia il cantante si racconta con il cuore in mano; tutto il libro è permeato di sincera intimità. A volte persino eccessiva, se pensiamo alla descrizione sofferta e costante del contrastato rapporto con la prima moglie Angela o ai dettagli sui problemi psicologici sfociati nella depressione, negli scatti d’ira e negli attacchi di panico.
Ad ogni modo, per un appassionato di musica come me, l’ aspetto più irresistibile di queste 293 pagine risulta essere, indubbiamente, la descrizione delle esperienze musicali: il metodo di lavoro con cui Zucchero ha costruito perle come “Dune mosse”, “Diamante”, “Madre dolcissima”, “Iruben me”, “Il volo”, “Un piccolo aiuto”, “Hai scelto me”; il modo in cui i suoi sogni, dopo essere stati inseguiti con ammirevole ostinazione, hanno cominciato a prendere corpo; e, soprattutto, la nascita delle collaborazioni, una caratteristica impressionante della carriera di Zucchero. Joe Cocker, B.B. King, John Lee Hooker, Stevie Winwood, Solomon Burke, Miles Davis, Rufus Thomas, Sting, Stevie Ray Vaughan, John Lee Hooker, Bono Vox, Clarence Clemons, The Queen, Randy Crawford, Tony Childs, Luciano Pavarotti, Jeff Beck, Ray Charles, Eric Clapton. Sicuramente dimentico qualcuno ma questo elenco può già dare un’idea ben precisa del percorso del bluesman emiliano. Un artista ed un uomo, con i suoi talenti e le sue fragilità. E con la nostalgica tenerezza del “suono della domenica”, dei ricordi da bambino, degli odori della campagna. “A Pontremoli ho ricostruito una fattoria dove mangiamo solo ciò che produciamo, a chilometro zero. Dalla farina per fare il pane, macinata al mulino, al latte, la frutta, la verdura, la carne. Dei maiali, dei conigli, degli agnelli. Viviamo in maniera genuina. Il mondo è diventato una schifezza, […] sento un male di vivere generalizzato. Ho bisogno di autenticità, non del “come eravamo”. Di valori. Sani, semplici, antichi. Di chi sa rimboccarsi le maniche. Il cibo, la casa, la solidarietà istintiva. I sapori, i colori, gli odori, le forme. La vita.” Insomma, Zucchero solca ancora le “dune mosse” della vita, sognando “qualcosa di buono che illumini il mondo”. (cit. “Il volo”).

12 novembre 2012


Le tre sepolture (2005). Film di Tommy Lee Jones

Texas, frontiera con il Messico, un luogo pieno di tensioni, violenze, ambiguità, soprattutto quando entrano in azione le guardie di frontiera, poliziotti specialisti nella caccia all’immigrato; o per lo meno alla maggior parte degli immigrati; perché “qualcuno deve pur raccoglierla la frutta”. Tra questi poliziotti c’e’ un nuovo arrivato, Mike, un uomo frustrato, manesco, razzista, apparentemente incapace di qualunque parvenza di umanità. Ad un certo punto accade una tragica fatalità. In modo accidentale Mike uccide Melquiades, cowboy messicano grande amico di Pete (Tommy Lee Jones). Pete è, al contrario, un uomo che ha ampliato i propri orizzonti ben oltre la frontiera, riconoscendo quanta bellezza, quanta vita pulsi al di là del confine. Si rende conto che la vicenda dell’uccisione di Melquiades sarà quanto prima insabbiata e decide di farsi giustizia da sé. Rapisce Mike e lo trascina lungo le montagne del Messico, alla ricerca del villaggio di origine di Melquiades, al fine di seppellire il cadavere tra quelle montagne. Il poliziotto ne subisce di tutti i colori: privato degli stivali e della divisa, picchiato, trascinato per terra, morso da un serpente (e curato, beffardamente, proprio da una delle vittime della sua violenza), affamato, assetato, privato di ogni forza. Eppure quel viaggio sarà per lui, in qualche modo, una preziosa lezione di vita. A metà tra la sindrome di Stoccolma e la redenzione delle sue lacrime, si legherà a Pete.
Un western moderno, un cosiddetto “road movie” di grande livello. Tra i deserti del Texas e le montagne del Messico, tra paesaggi altamente suggestivi ed evocativi, Tommy Lee Jones (al suo primo film da regista) realizza innanzitutto un’opera antirazzista. Prende chiaramente posizione, ci evidenzia la vita triste e cupa condotta da chi è chiuso nella gabbia delle proprie frontiere mentali; e, viceversa, ci presenta un’altra realtà, fatta di grande povertà ed accoglienza, di calore umano ed ospitalità, di persone che, pur non possedendo nulla, non rinunciano ad un sorriso, offrendoti una Tequila alla luce del tramonto. Un mondo capace di stregare Pete e di cambiare Mike.

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29 ottobre 2012


Breezy (1973). Film di Clint Eastwood

Quello di Frank è un mondo fatto di solitudine, noia, affari e cinismo: “venderei anche mia nonna se avesse un prezzo sul mercato”. Breezy è invece una ragazza hippy avvolta da un candore ed un entusiasmo quasi infantili, uno sguardo ingenuo e puro che neanche una minaccia di stupro appena subita riesce a deturpare: “non si può diffidare di tutti, è proprio questo il problema”. Breezy, proprio come il nome che porta, è una dolce brezza di entusiasmo che soffia in un mondo sospettoso, egoista, freddo. Ma questa brezza travolge Frank come un tornado, scuotendolo nel profondo e diradando le “nuvole nere” sopra la sua testa. Si trova all’improvviso a fare cose per lui impensabili: salvare un cane ferito da morte certa, “regalare l’oceano” a Breezy percorrendo km e km di strada, trovare il coraggio di scommettersi in una relazione che la società circostante considera inopportuna. “Quello che conta è essere amati”.
Clint Eastwood, in questo film del 1973, ci presenta un interessantissimo specchio della società del tempo. Da una parte il mondo dei “figli dei fiori”, l’ingenuo coraggio di scelte di vita ispirate alla pace, all’amore, alla musica, cercando un rapporto simbiotico con la natura; ed anche, purtroppo, il tragico abbaglio dell’abuso di droghe, nell’illusorio tentativo di allargare lo stato di coscienza e le cosiddette “porte della percezione” (dal saggio di Aldus Huxley ispiratore dei Doors) per poi, invece, distruggere se stessi inesorabilmente. Dall’altra parte il mondo dei perbenisti e benpensanti, sempre pronti ad additare, giudicare, condannare, chiusi nel guscio della paura e delle loro povere certezze.
“Breezy” è un film da vedere. Oltre ad essere ben fatto, interessante e ben recitato, fa arrivare anche allo spettatore un po’ di quella brezza che spazza via le nuvole nere sopra le nostre teste; e questo, in un mondo spesso cinico e crudele, non può farci che bene.

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7 ottobre 2012


I want to be a soldier (2010). Film di Christian Molina

Alex è un ragazzino difficile, assorbito da una immaginazione patologica che gli fa apparire prima un astronauta e poi un soldato quali amici e consiglieri che rappresentano due lati contrapposti della sua personalità, della sua mente, della sua stessa coscienza. La situazione del ragazzo, già alquanto precaria (anche a causa della distrazione dei genitori) si aggrava con l’arrivo della televisione in camera sua. Trovandosi senza alcun filtro di fronte alla TV Alex assorbe ripetutamente una grande quantità di immagini violente. Così diventa violento, irascibile, maleducato, ribelle, prende la sua vita come una guerra, sogna non più di diventare un astronauta bensì un soldato sanguinario. Morirà da solo, in strada, sotto i colpi di un coltello. La lettura di un suo tema (accompagnata dalle immagini cruente della realtà del mondo) arriva come un pugno sullo stomaco in un finale che colpisce molto (a differenza di un film che, nel suo complesso, risulta abbastanza modesto): “Gli adulti hanno rovinato il mondo e adesso tocca a me rimetterlo a posto. Mi chiedete di non combattere ma voi non la smettete mai! Mi chiedete di tenere pulito il pianeta ma voi che fate? Voi fate le stesse cose per cui mi punite. Mi dite di non lasciare niente nel piatto ma voi buttate il cibo. Per colpa vostra il mondo è diventato un posto schifoso, perciò non capisco che avete da lamentarvi. Tutto quello che so l’ho imparato da voi…” Una scritta appare nel trailer del film, dando un forte taglio di denuncia alla pellicola: “un adolescente, al compimento dei 18 anni, avrà visto mediamente 40.000 omicidi e 200.000 atti di violenza in TV, al cinema e nei videogiochi”. Un importante monito da non sottovalutare.

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18 settembre 2012


Risorse umane (1999). Film di Laurent Cantet

Franck è un giovane neolaureato entrato come stagista nella fabbrica in cui lavorano il padre e la sorella. Di formazione liberista, pieno di belle speranze, si fa apprezzare dalla dirigenza per le sue idee relative ad un questionario da proporre agli operai per preparare il terreno alla trattativa delle 35 ore. Ben presto però, e per puro caso, si rende conto che lo stanno usando per bypassare i sindacati; proprio mentre, in sordina, si sta preparando il licenziamento di 12 operai, tra i quali suo padre, uomo mite e ingenuo. A questo punto Franck entra in una crisi profonda ed inizia, da protagonista, una battaglia dolorosa contro i dirigenti della fabbrica, compromettendo il proprio avvenire. Franck ha voglia di lottare e soffre nel vedere suo padre, persino dopo la notizia del licenziamento, così rinunciatario e rassegnato. Ne nasce un conflitto cruento e drammatico.
Un film di estremo realismo, interpretato da attori bravissimi. “Risorse umane” ci fa entrare nel tunnel di quelle ambiguità che spesso caratterizzano gli ambienti dove vengono prese le decisioni, dove chi lavora diventa niente meno che un numero da sacrificare per l’aumento dei profitti. Inoltre ci rivela la pesantezza del lavoro in fabbrica, l’inquinamento acustico delle presse, il senso di alienazione, di frustrazione, ma anche quello strano senso di dipendenza con la fabbrica stessa, di legame quasi inscindibile; e poi la solidarietà fra i compagni di lavoro che possibilmente tra loro neanche si parlano per ore ed ore; ma stanno lì, l’uno accanto all’altro, presenti e comunque vicini.

31 agosto 2012


The Rum Diary (2011). Film di Bruce Robinson

the rum diary

Nella Puerto Rico del 1960, un giornalista molto bravo ma schiavo del rum (Paul Kemp, realmente esistito, qui interpretato da Johnny Depp) viene assunto da un giornale di basso livello asservito ai poteri forti. C’e’ chi ha messo gli occhi sul talento di Paul per favorire i suoi loschi affari. Si tratta di un gruppo di possidenti che intende costruire un’enorme struttura alberghiera in una meravigliosa isola incontaminata, a dispetto di qualsiasi rispetto per l’ambiente e per le comunità locali. La strategia è quella di stordire con le parole la cittadinanza, per poi infilare il colpo decisivo al momento giusto. In particolare viene fatto notare a Paul: se vuoi ottenere, ad esempio, il 5% di aumento delle tasse, è utile paventare l’aumento del 10%, far protestare il popolo, poi proporre un compromesso del 7%, per poi arrivare al 5% finale che verrà considerato dai contestatari una vittoria ma che invece non sarà altro che il risultato prospettato sin dall’inizio. Ed è proprio questa la strategia di occultamento della verità che si intende utilizzare per questa struttura: far credere che ci sarà un’invasione di alberghi per poi arrivare alla singola struttura. A questo punto si risveglia in Paul l’eco di quell’etica del giornalista che l’alcol e le difficoltà economiche avevano un po’ spento. “Sai cos’ha detto Oscar Wilde? Si conosce il prezzo di ogni cosa ma il valore di niente”. Troppe le ingiustizie viste a Puerto Rico, troppe le differenze tra chi vive in una baia divenuta pattumiera di ogni sorta di rifiuto (anche tossico) e chi se la gode tra i lussi più assurdi; compreso quello di cospargere di brillanti il guscio di una tartaruga per poi farla camminare per casa. “Una pozzanghera di sangue marcio che si sparge per tutto il mondo”. Così Paul, pur tra mille difficoltà, cercherà di ribellarsi e di scrivere con coraggio la verità, facendo una promessa al suo lettore immaginario: la sua sarà una voce contro i loschi affari, una voce “fatta di inchiostro e rabbia”. “Gli esseri umani sono le uniche creature sulla Terra a credere in Dio e gli unici esseri viventi che si comportano come se non esistesse”.

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16 giugno 2012


Il vento fa il suo giro (2005). Film di Giorgio Diritti

Philippe è un pastore francese idealista e amante della montagna. Venendo a sapere della costruzione di una nuova centrale nucleare a poca distanza da dove vive, cerca di trasferire famiglia e gregge a Chersogno (nome di fantasia), un paesino tra le montagne del cuneese. Qui trova la disponibilità ed il buon senso del sindaco e di qualche altro abitante, ma anche lo scetticismo e la diffidenza dei più. Un irrazionale rancore nei confronti dello “straniero” si allargherà a macchia d’olio, sottoforma di menzogne, malelingue e persino violenza, costringendo Philippe, la sua famiglia ed il gregge alla fuga. Un servizio giornalistico ricorda quanta solidarietà e quanta condivisione ci fosse nelle comunità montane di tanti anni fa. Il sindaco, incredulo e affranto, si rivolge ai suoi cittadini: “che cosa siamo diventati?”
Un film bellissimo che fa onore al cinema italiano, pur avendo avuto non pochi problemi di distribuzione. Qualche critico lo ha definito come l’equivalente di un trattato antropologico. E direi che si può senz’altro essere d’accordo. Gli attori sono tutti bravissimi e, a parte due eccezioni, non professionisti. “Il vento fa il suo giro” è una perla degna del miglior Olmi.

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28 maggio 2012



Il circo della farfalla. Cortometraggio di Joshua Weigel

“Signore e signori, ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po’ di stupore!”. E’ questo uno degli slogan utilizzati dal Circo della farfalla per invitare la gente agli spettacoli. Si tratta di un circo particolare, basato sulle abilità di persone che hanno un passato difficile; persone che possedevano queste abilità ma non riuscivano a vederle. L’uomo più forte del mondo era un violento, la donna che danza era una prostituta, l’acrobata anziano un mendicante. E così Will, il protagonista di questa bellissima storia, privo degli arti, era ridotto a fenomeno da baraccone, oggetto degli scherni, delle risate, della curiosità morbosa e della ripugnanza dei passanti. “Se solo potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri”. Anche lui trova, nel Circo della farfalla, la sua abilità. Cadendo nel fiume scopre di poter nuotare, tuffarsi e stupire, al di là del suo aspetto. E non sarà più il “mostro”, lo “storpio”, ma un esempio di vita per i bambini disabili che lo andranno a vedere. Avrà spiccato il volo, come la farfalla liberata nell’aria da una boccia che la conteneva.
Questo cortometraggio è un’opera sublime, un raggio di sole, di speranza, da far vedere agli studenti, ai bambini e a tutte le persone che, per un motivo o per un altro, hanno gettato la spugna.

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8 maggio 2012


L’incredibile volo (1996). Film di Carroll Ballard

Sponsorizzato in Italia da Legambiente, è la storia della migrazione di 17 oche selvatiche orfane, allevate con amore da Amy, una tredicenne in crisi a causa della morte improvvisa della madre. Con l’aiuto del padre, prenderà il volo su un aliante a motore accompagnando le oche nella loro migrazione verso sud. L’evento, ottenendo un grande risalto mediatico, contribuirà in modo determinante alla rivalutazione ed alla salvezza di un’intera area naturalistica altrimenti destinata alla cementificazione. Questa storia vera contiene tanti aspetti edificanti. Tra di essi mi colpisce soprattutto la capacità di padre e figlia di recuperare il loro rapporto grazie a queste oche ed al contatto amorevole con la natura, superando tutte quelle rigidità e quei muri che anni di distacco, occasioni mancate, paure ed errori di valutazione avevano causato. Il film è rigorosamente consigliato agli amanti del genere, soprattutto per l’alta qualità delle riprese (Carroll Ballard ha un passato come documentarista e si vede).

20 aprile 2012





Cuore di tuono (1992). Film di Michael Apted

Ispirato a fatti realmente accaduti, il film parla di un’indagine dell’FBI in Sud Dakota dai risvolti assai inquietanti. L’omicidio di un indiano Sioux viene letto come un regolamento di conti tra indiani tradizionalisti e indiani filo governativi. In realtà si tratta di tutt’altro, con il coinvolgimento del governo, impegnato a proteggere il segreto di una distesa utilizzata per la ricerca di uranio, causa di gravissimo inquinamento per le falde acquifere della riserva. Il tutto in uno scenario di violenza, razzismo, intolleranza. Ma c’e’ anche il disperato bisogno di mantenere e rivivere la cultura, le tradizioni, i riti degli indiani d’America. Il sergente dell’FBI Ray Levol è uno degli incaricati dell’indagine. E’ stato scelto proprio per le sue origini Sioux. Origini che Ray rigetta con vergogna, rifiuta, contrasta in ogni modo. E’ proprio questo uno degli aspetti più interessanti del film, resi al meglio da un signor attore come Val Kilmer: il tentativo di fuggire alle proprie origini, al proprio spirito, alla propria identità. L’inquieto Ray troverà nella saggezza delle parole di “nonno” Sam Reaches la fierezza del proprio passato, lo slancio per un nuovo futuro, la voglia di inseguire la verità.

5 aprile 2012






A Civil Action (1998). Film di Steven Zaillian

a civil action

E’ la storia vera di una causa legale intentata contro due industrie del Massachusetts, accusate di aver inquinato le acque di un fiume, causando così la morte di 8 ragazzini per leucemia. L’avvocato è talmente ostinato nella sua battaglia da trascurare i consigli dei colleghi, le cospicue transazioni finanziarie proposte ed i debiti macroscopici che lo porteranno all’irreversibile dissesto finanziario. Soltanto la trasmissione della causa ad un altro ufficio legale potrà cambiare le cose.
Ogni tanto capita che qualcuno dei tanti giganti dell’inquinamento subisca i colpi del coraggio e dell’indignazione. John Travolta e Robert Duvall sono gli ottimi protagonisti di questa pellicola, ma anche gli interpreti dei ruoli secondari non sono da meno. La sceneggiatura sa divertire (soprattutto lo scambio di battute tra gli avvocati) e commuovere. In particolare mi ha emozionato il racconto di una delle madri. Informando l’avvocato che siederà sempre all’angolo sinistro dell’aula di tribunale, gli rivela: “quando andavamo, con mio figlio, in un posto molto grande, ci davamo appuntamento all’angolo sinistro per non perderci. Così mio figlio mi ha detto, poco prima di morire: ci vediamo in Paradiso, all’angolo sinistro”. A causa del profitto senza scrupoli ci sono tante, troppe persone in quell’angolo sinistro…


19 marzo 2012




Il popolo migratore (2002). Film documentario di Jacques Perrin

il popolo migratore

“Da ottanta milioni di anni gli uccelli attraversano i cieli, superano montagne, sorvolano terre e mari […] un volo infinito, un volo di speranza. La storia degli uccelli migratori è la storia di una promessa, la promessa del ritorno”.
Li vedi giocare col vento, lasciandosi cullare, li vedi affrontare migliaia di km in volo per poi ritornare al loro nido. Ma quel loro volo è anche una strenua lotta di sopravvivenza, alla ricerca del cibo. Sono gli uccelli migratori, esseri che da sempre suscitano nell’essere umano ammirazione, fantasia, voglia di volare, ispirando artisti di ogni sorta, poeti, pittori, cantautori. Ad esempio la bellissima canzone di Franco Battiato: “Volano gli uccelli volano, nello spazio tra le nuvole, con le regole assegnate a questa parte di universo al nostro sistema solare. Aprono le ali, scendono in picchiata, atterrano, meglio di aeroplani, cambiano le prospettive al mondo. Voli impercettibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometria esistenziale” (“Gli uccelli” – 1981).
“Il popolo migratore” ci regala immagini memorabili riprese al fianco degli uccelli, durante i loro voli. E ci fa anche vedere come il loro volo finisca prematuramente, in certi casi, a causa degli spari dei cacciatori. E sappiamo tutti che non si caccia quasi più per mangiare. La caccia, per lo meno nella nostra società, è più un “gioco”, uno “sport”. E così, per “gioco”, ecco spezzarsi determinati equilibri, il volo di speranza di migliaia e migliaia di km.


3 marzo 2012




Arctic Tale (2007). Film documentario di Adam Ravetch, Sarah Robertson

La descrizione di due cuccioli (di orso polare e di tricheco), della loro vita parallela, della loro crescita, delle grandi difficoltà di sopravvivenza nella regione artica, rese ancora più ardue dai mutamenti climatici e, in particolare, dallo scioglimento dei ghiacciai. E’ proprio questo l’aspetto più interessante e al tempo stesso inquietante del film. Attraverso le immagini ci rendiamo conto in concreto di ciò che sta accadendo, lasciando per un attimo in secondo piano le belle parole o i grandi discorsi. Parlano le immagini e parlano chiaro: l’ orsa polare nuota per miglia e miglia in cerca di un appoggio su cui riposare e in cerca di quel cibo che era abituata a cacciare sulle superfici ghiacciate (ormai troppo esigue); un intero branco di trichechi si trova costretto a peregrinare in cerca di nuove isole, alle prese con onde gigantesche e nuovi pericoli. In questo il documentario, nato dalla collaborazione con il National Geographic, è davvero molto efficace. Ci da una rappresentazione ben precisa di ciò che sta accadendo. Ma, al tempo stesso, ci offre delle divertenti ed interessanti curiosità, soprattutto sulla vita dei trichechi. La loro vita è tutta un lavoro di squadra: si scaldano accucciandosi l’uno con l’altro, si grattano a vicenda se hanno prurito, si muovono insieme, cacciano insieme, mangiano insieme, digeriscono e riposano insieme, si difendono insieme (rendendo così possibile la salvezza anche se assaliti da feroci predatori). E poi… l’amore: pensate che un tricheco può arrivare a cantare per amore anche 50 ore di fila… che bello. Insomma proprio affascinanti questi abitanti del regno di ghiaccio, un regno che si sta deteriorando, rischiando seriamente di vedere “coloro che hanno diritto di viverci sovrani trasformarsi in esiliati”.

17 febbraio 2012





WALL – E (2008). Film di animazione di Andrew Stanton

“La spazzatura è uno strazio? C’e’ spazio nello spazio!” L’invasione dei rifiuti e l’inquinamento dell’atmosfera hanno reso la Terra invivibile. Da 700 anni, ormai, una colonia di esseri umani vive nello spazio a bordo di una navicella spaziale. Sono tutti obesi per via di una vita eccessivamente automatizzata. E’ rimasto solo WALL – E sulla Terra. E’ un robottino che compatta e seleziona la spazzatura, conserva tutto ciò che può essere utile e lavora incessantemente tutto il giorno, allietato da musiche registrate ed immagini di vecchi musical. La sua vita viene turbata dall’arrivo di Eve, un robot inviato per indagare sullo stato del pianeta. Nasce tra loro un tenero “amore”. Il ritrovamento di una piantina, segno di ripresa di vita nel pianeta, darà agli esseri umani la speranza di ricominciare a vivere sulla Terra. Un film che diverte (per via delle tante trovate buffe), stupisce (per l’alta qualità dell’animazione) e fa riflettere (con i chiari riferimenti ai pericoli che corre il nostro pianeta).

4 febbraio 2012






A Bug’s life - Megaminimondo (1998). Film di animazione di John Lasseter e Andrew Stanton

a bug's lifeLe formiche e le cavallette, lo spirito di sacrificio e lo sfruttamento, la condivisione e l’egoismo. In questo divertente film di animazione i due mondi si scontrano in un susseguirsi di trovate, dialoghi esilaranti e chiari riferimenti alla realtà del mondo: “Quelle meschine formichine ci superano in numero di 100 a 1. E se se ne dovessero accorgere addio al nostro stile di vita”. Così il capo delle cavallette avverte i suoi. Flik è una formica pasticciona, sembra saper combinare solo disastri. Quando si trova a mentire nel tentativo di riscattarsi, viene ripreso seccamente e cacciato: “non era mai capitato ad una singola formica di anteporre se stessa alla colonia!” Flik cercherà e troverà l’aiuto di un simpatico gruppo di insetti circensi, e insieme ribalteranno la condizione di sfruttamento subita ad opera delle cavallette. Verso la fine del film una trovata forse un po’ cinica ma, a mio avviso, estremamente comica: la rappresentazione dei pulcini, del loro canto melodioso, del loro candore. Carini, dolcissimi, ma terrificanti per la cavalletta (urlante di paura) che si appresta a diventare il loro cibo.

23 gennaio 2012





Microcosmos – Il popolo dell’erba (1996). Film documentario di Marie Perennou e Claude Nuridsany

microcosmosSi tratta di un’opera straordinaria, realizzata scrutando l’infinitamente piccolo, grazie a strumentazioni precisissime. E’ il “microcosmo”, il mondo che si nasconde tra i fili d’erba, all’interno dei prati fioriti, dove “i sassi sono montagne, lo stagno è un oceano, la stagione è un’intera vita”: così recita la voce narrante nell’introdurre le prime scene. Ed ecco che scopriamo la vita delle lumache, degli scarabei, delle cavallette, delle farfalle, dei bruchi, delle api, dei ragni, di come la loro ragnatela catturi implacabilmente le prede. E poi le bellissime coccinelle, nei loro spostamenti, nella timorosa attesa della pioggia (un goccio d’acqua piovana si trasforma, in questo mondo microscopico, in uno schiaffo violentissimo capace di far barcollare, se non cadere, la coccinella). Ma la parte più strabiliante di questo documentario ritengo sia rappresentata dal mondo delle formiche. Il rumore (amplificato) del loro instancabile, forsennato lavoro. Le riprese all’interno dei formicai sono stupefacenti. Il film ti fa entrare in contatto con la vita che si svolge all’interno di questi minuscoli (per noi) anfratti, tra le riserve di cibo ed il movimento incessante e coordinato delle formiche. Le musiche di Bruno Coulais accompagnano le immagini, così come un’accentuata amplificazione dei rumori, dei fruscii, degli sbattiti d’ali. Un’esplosione di colori e di suoni che ci fa scoprire un mondo incredibile, spesso nascosto ai nostri occhi. Dopo aver visto questo film, quando passeggerò tra i prati, mi sentirò come il gigante Gulliver tra i lillipuziani.

7 gennaio 2012



Pietre in equilibrio

Abbiamo già incontrato, su questa rubrica, una forma di Land Art. Si trattava dell’opera di Dario Gambarin contro il nucleare, realizzata lungo enormi superfici di terreno. In questo caso desidero parlarvi di un altro tipo di Land Art: le pietre in equilibrio. Gli artisti protagonisti di questa originale forma d’arte sono denominati “balancers”. Si tratta di una difficile ed affascinante ricerca di equilibrio tra massi, pietre ed elementi circostanti. Ci vuole chiaramente una pazienza fuori dal comune, un equilibrio non solo fra gli elementi naturali ma anche dentro se stessi. Le pietre in equilibrio, infatti, vengono considerate una importante forma di meditazione o comunque un importante stimolo di ricerca interiore. Leggo sul web: “La ricerca dell’equilibrio di due o più pietre esige pazienza ed umiltà, estraniazione dallo scorrere del tempo, immersione nella natura, ascolto dei suoni e del silenzio. E’ una disciplina mentale che aumenta la sensibilità e la percezione dello scambio di energia tra il soggetto e la pietra da porre in equilibrio”.
Come si può intuire (e come in generale avviene nella Land Art) le opere hanno carattere transitorio e comportano una trasformazione provvisoria dei paesaggi. Esistono tanti tipi di intervento, in base alle dimensioni dei sassi, alla presenza di punti di appoggio ecc.: Equilibrio puro, Equilibrio counter, Pietre accatastate, Free style. Tra i più famosi artisti “balancers” citiamo sicuramente Bill Dan di San Francisco. Tra gli italiani Gabriele Meneguzzi, Renato Brancaleoni, Nicola Belotti, Marco Carnè, Carlo Pietrarossi. Ed è proprio di Pietrarossi la bellissima opera che vediamo in questa foto, una delle tantissime da lui realizzate. Lo abbiamo contattato e ci ha dato, gentilmente, il permesso di pubblicarla.

22 dicembre 2011



Home – La nostra Terra (2009). Film documentario di Yann Arthus-Bertrand

home“La Terra è un miracolo”. Un miracolo di equilibrio in cui “ognuno ha un ruolo preciso in un’armonia delicata e fragile”. “La connessione è vita. Tutto è collegato, niente basta a se stesso. Come acqua e aria che sono inseparabili. La condivisione è essenziale”. Con questa saggia premessa il documentario di Yann Arthus-Bertrand, co- prodotto da Luc Besson, ci introduce un viaggio entusiasmante ed inquietante. Entusiasmante per il gran numero di immagini aeree meravigliose tra i paesaggi miracolosi del nostro pianeta, girate in più di 50 Stati. Inquietante per via di una situazione drammatica e paradossale, dovuta all’ingordigia dell’essere umano. Il quale ha rotto quell’equilibrio delicato, schiavo di ritmi sempre più veloci e frenetici, messi in moto da uno sviluppo incontrollato innescato soprattutto dalla scoperta del petrolio. Il documentario mette in rassegna gli enormi sprechi e gli scenari iniqui e devastanti che tali sprechi sconsiderati hanno comportato e comporteranno; l’irrazionalità di scelte scellerate. Questa irrazionalità viene ben rappresentata da Dubai: “nulla sembra più lontano dalla natura di Dubai ma nulla dipende dalla natura più di Dubai”. Una città che non possiede un solo pannello solare, nonostante un sole inesauribile che picchia incessantemente, forse più che in qualunque altra area del pianeta; una città senza risorse naturali, comprate grazie alla ricchezza proveniente dal petrolio, trasportate da ogni parte del mondo, sperperate in maniera assurda. I problemi ambientali generali vengono esaminati uno per uno: la carenza d’acqua, i riscaldamenti climatici, l’inquinamento, l’estinzione di tante specie animali, le disuguaglianze drammatiche tra i Paesi, la crisi alimentare, i problemi legati all’eccessivo consumo di carne (con allevamenti spropositati che divorano ingentissime risorse). E la deforestazione. “Ci sono voluti 4 miliardi di anni per creare gli alberi, unico elemento in perpetuo movimento verso il cielo”. “Ogni anno scompaiono 13 milioni di ettari di foreste”.
Alla fine del film appaiono delle scritte in sequenza con dati molto interessanti e, certo, anche molto allarmanti, seguiti da flash video inerenti. In chiusura, un messaggio (necessario) di speranza. Vengono citate molte esperienze virtuose: l’aumento della scolarizzazione in moltissimi Paesi, l’impegno delle ONG, i passi avanti nella ricerca, l’aumento dei parchi naturali, l’aumento della raccolta differenziata, i programmi di sfruttamento forestale sostenibile, il commercio equo e solidale, l’aumento delle energie rinnovabili. L’invito è di diventare consumatori responsabili; di diventare, diciamo così, attivamente ottimisti. “E’ il momento di collaborare. Non ha importanza quello che abbiamo perso ma quello che ci resta. Abbiamo ancora metà delle foreste, migliaia di fiumi, laghi e ghiacciai e migliaia di specie rigogliose. Oggi sappiamo che le soluzioni esistono, abbiamo la capacità di cambiare. Allora, cosa stiamo aspettando? Tocca a noi scrivere il seguito della nostra storia. Insieme”.

vai al film


3 dicembre 2011





Terraferma (2011). Film di Emanuele Crialese

terrafermaSeguire la legge della terra, che considera salvare dei naufraghi “favoreggiamento all’immigrazione clandestina”? O seguire la legge del mare, di pescatori che non hanno “mai lasciato nessuno in acqua”? E’ questa una delle domande che “Terraferma” ci grida. I ritratti umani sono approfonditi in maniera impeccabile; chi ha conosciuto i pescatori ed ha avuto modo di parlare con loro ritroverà, in quei volti grinzosi, il carattere arcigno e schietto di chi ha solcato le onde del mare. Le situazioni di vita dell’isola (che richiamano alla mente la realtà di Lampedusa e di altre località soggette all’arrivo di migranti disperati) sono lette con amaro realismo. Il realismo delle grandi difficoltà che hanno gli abitanti isolani a gestire un fenomeno che certamente trasforma le loro vite, mette in crisi il turismo delle feste patinate ed un’economia già di per sé povera; ma mette in crisi soprattutto le loro coscienze. I pescatori si riuniscono per decidere cosa fare. Alcuni (soprattutto tra i più giovani) sono turbati dal timore di mettersi nei guai, di subire una “cattiva pubblicità”, di perdere quel poco che si riesce a raccogliere. I più anziani, invece, temono di tradire “le leggi del mare” e delle loro coscienze. Il film mette in crisi, come del resto la cronaca agghiacciante di questi anni. Mette in crisi, ad esempio, chi ha sempre creduto nella “legalità senza se e senza ma” quale valore imprescindibile. Quegli episodi narrati fanno un po’ scricchiolare, per un momento, questa nostra certa convinzione. Nel senso che, di fronte alle migliaia e migliaia di morti in mare, di fronte ad una legislazione che in tanti giudicano assurda, ci si chiede se non sia il caso di sostituire, in casi come quelli narrati nel film, il rigore con il buon senso. Il tema, di quelli grossi ed ostici, è ripreso anche ne “Il villaggio di cartone” di Ermanno Olmi (2011): il sacerdote protagonista offre ospitalità a migranti senza il permesso di soggiorno. Mi viene anche in mente il film francese “Welcome” di Philippe Lioret (2009): un istruttore di nuoto aiuta un giovane ragazzo curdo giunto in Francia clandestinamente. Tutti i protagonisti di queste pellicole hanno problemi con la legge perché la loro coscienza urla loro l’urgenza di scelte diverse dal delegare, dal far finta di niente, dal voltarsi dall’altra parte o, più in generale, dal compiere una scelta “obbligata” ritenuta ingiusta. Certo non è la sola accoglienza che può risolvere questa situazione, è evidente (ci vogliono soluzioni politiche incrociate, lavorando finalmente per una reale, fruttuosa integrazione, per le opportunità di sviluppo dei Paesi poveri, per la risoluzione dei conflitti armati). Ma altrettanto evidente è l’assurdità del perseguire legalmente chi salva delle vite. Infine, senza voler con questo sminuire la portata di problematiche pesanti, oltre che di opportunità, legate ai flussi migratori, aggiungerei che non va mai dimenticato, a mio avviso, quanto prepotentemente questa povertà e questa disperazione appartengano alla nostra storia di italiani… presenti in ogni angolo del pianeta.

9 novembre 2011




Il grande silenzio (2005). Film documentario di Philip Gröning

Philip Gröning ha cullato per 19 anni il sogno di realizzare questo film: un’opera interamente girata all’interno della Grande Chartreuse, nei pressi di Grenoble, un monastero considerato tra i più austeri al mondo. La lunga attesa è stata premiata con l’Oscar Europeo, categoria “Documentario arte”. In un’epoca così rumorosa da stordire e intontire i nostri cuori e le nostre menti, un tuffo nel “grande silenzio” fa un gran bene. E’ un silenzio interrotto solo dal suono delle campane, della preghiera, del lavoro dei monaci (nella cucina, nella sartoria, nella falegnameria, nella riparazione delle calzature, nella spalatura della neve, nella cura amorevole di una piccola colonia di gatti) e della natura (i corsi d’acqua, la montagna, la pioggia, la primavera, i pascoli). Una natura in primissimo piano nel racconto di vita di questi uomini di fede. I paesaggi mozzafiato delle montagne di Grenoble fanno da cornice sublime al racconto. Un racconto fatto senza l’ausilio di nessun commento parlato (ad eccezione delle parole finali del frate anziano non vedente) né musicale. “Il grande Chartreuse non mi ha imposto alcuna condizione – dice il regista – ad eccezione del fatto di non usare nessuna luce artificiale, nessuna musica aggiuntiva, nessun commento, nessuna equipe addizionale tranne me. Queste condizioni corrispondevano esattamente alla mia idea originale e perciò non hanno rappresentato una restrizione”. Per 4 mesi l’autore ha vissuto all’interno del monastero, ospite di una cella, ed è riuscito a raccontare l’essenza di queste scelte di vita: “Gröning voleva accostarci ad un mistero e riesce a farlo, ecco il miracolo” (IL MESSAGGERO); “Guardate il raggio del sole: ogni essere ne gioisce come se risplendesse solo per lui e tuttavia la terra, l’aria e il mare, sono pieni della sua luce. Allo stesso modo lo Spirito è presente a ogni creatura capace di accoglierlo, come se fosse l’unica creatura al mondo”, quello Spirito descritto come “il mormorio di un vento leggero”. “Il nostro animo fragile trova sollievo nel fascino del deserto e nella campagna riacquistando vigore” (San Bruno). Citazioni di questo tenore percorrono tutta la pellicola. Desidero infine aggiungere una mia personale considerazione. In tempi di sprechi, di consumismo, di bisogni indotti, di sindromi da shopping compulsivo; in tempi in cui c’e’ chi fa debiti per comprare la super-macchina da far vedere a tutti; in tempi in cui il centro commerciale è diventato (come dice padre Alex Zanotelli) “la nuova cattedrale di questa società”, in tempi di dolorosi “pellegrinaggi” nelle sale da gioco, nelle agenzie di scommesse, all’inseguimento disperato del sogno utopistico di una vincita; in tempi in cui non possedere l’ultimo modello di playstation o di telefonino può diventare motivo di frustrazione. In questi tempi che stanno però cambiando velocemente e drammaticamente a causa della grave crisi economica, ebbene, le vite silenziose di questi monaci certosini, la loro sobrietà, il sudore e l’umiltà del loro lavoro (fatto anche di recupero, riparazioni, valorizzazione di ciò che hanno a disposizione) ci dimostrano che la strada per la felicità passa più all’interno di noi stessi che non tra gli scaffali dell’ennesimo negozio.



Finchè c’è guerra c’è speranza (1974). Film di Alberto Sordi

finchè c'è guerra ...Fra i tanti insuperabili talenti di Alberto Sordi, quello che probabilmente mi colpisce di più è la portata quasi profetica e di denuncia sociale di alcune sue interpretazioni. Con “Il medico della mutua” (1968, regia di Luigi Zampa) e “Il prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste, convenzionata con le mutue” (1969, regia di Luciano Salce) vennero raccontati abusi, speculazioni, scandali all’interno della Sanità italiana. Negli anni abbiamo potuto rilevare, ahinoi, quanto fossero, in buona parte, realistici. In “Tutti dentro” (1984, regia di Alberto Sordi) di fatto vennero anticipati gli eventi di Tangentopoli (1992). In “Finchè c’è guerra c’è speranza” Sordi denuncia temi importantissimi che solo di recente hanno avuto un discreto riscontro mediatico (anche grazie alle continue denuncie delle ONG). Nel film si parla dei mercanti di morte, i trafficanti d’armi che fanno da mediatori tra le multinazionali, i governi dittatoriali, i gruppi di ribelli. Ma si parla anche di mine antiuomo (messe al bando dall’Italia solamente molti anni dopo, in seguito a pluriennali campagne di sensibilizzazione); in un passaggio del film vengono spiegate le conseguenze dell’utilizzo delle cluster bombs (le famigerate bombe a grappolo); si parla delle terrificanti bombe a forma di bambole e giocattoli, realizzate appositamente per attirare e mutilare o uccidere i bambini (chiaramente ispirate al <<concetto>> di pulizia etnica). Pietro (Alberto Sordi) è un venditore d’armi senza scrupoli, non si risparmia in profusione di energie, in inventiva, in strategie di emergenza, pur di vendere le sue armi. Più che per sé stesso lo fa per la famiglia, il cui tenore di vita è altissimo, oltre qualunque possibilità per un normale stipendio. Ed è proprio questo, a mio avviso, l’aspetto più interessante del film: la riflessione sugli stili di vita. Messo alle strette dai suoi familiari (delusi per lo scandalo che lo travolge in seguito ad un articolo giornalistico), Pietro si sfoga: “Le guerre non le fanno soltanto i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono, ma anche le persone come voi! Le famiglie come la vostra, che vogliono, vogliono, vogliono, non s’accontentano mai: le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i c…. che ve se fregano!!! Costano molto, e per procurarseli qualcuno bisogna depredare! Ecco perché si fanno le guerre”. Pietro, stanco, deluso, propone alla famiglia di tornare a vendere le pompe idrauliche: “Le mie oneste 300 mila lire le guadagno sicuro”. Ma, davanti ad un simile cambiamento di prospettiva, la famiglia riuscirà a dimenticare tutto in pochi minuti. E Pietro prenderà il solito aereo verso qualche Paese insanguinato.



Fortapàsc (2009). Film di Marco Risi

“Esistono due tipi di giornalisti: i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati. Questo non è un Paese per giornalisti giornalisti”. Giancarlo Siani, giornalista precario de Il Mattino di Napoli, morì assassinato dalla camorra sotto casa della fidanzata il 23 settembre 1985. Pagò con la vita le sue inchieste, che avevano infastidito non poco i boss di Torre Annunziata, i loro rapporti d’affare con la politica. Il film di Risi è molto bello. Dipinge i tratti della personalità di un ragazzo di talento e di grande spessore etico, morto a soli 26 anni. Descrive l’ironia, la timidezza, la dolcezza di un ragazzo come gli altri (la fidanzata, la musica di Vasco Rossi e Bennato, gli amici), il quale però amava il suo mestiere, quel mestiere che aveva sempre sognato; sentiva, di fronte alle carneficine della Torre Annunziata <<fortapasc>>, di fronte agli scandalosi intrallazzi del dopo terremoto, di non poter star zitto e di non fermarsi alle apparenze, alle scuse ufficiali del sindaco, ai discorsi di comodo. In un panorama come quello odierno, così pieno di giornalisti “impiegati” (e, a volte, lasciatemelo dire, più maggiordomi che giornalisti…) sento un senso di profonda gratitudine per Giancarlo Siani e per chi, come lui, cerca, con coraggio, quelle verità così scomode, così complesse, così martoriate dai giochi di potere.






Il mio amico giardiniere (2007) Film di Jean Becker

Un pittore parigino (Daniel Auteil) torna ad abitare nella vecchia casa dei suoi genitori, recentemente scomparsi. Vuole ritrovare le sue radici, i suoi ricordi da bambino, le emozioni della vita in campagna. Assume un giardiniere ex ferroviere (Jean-Pierre Darroussin), che scopre essere stato suo compagno di scuola e di burle. Con lui nasce una piena sintonia. Eppure chi si trova davanti è un uomo semplice. Ma al tempo stesso risoluto, capace di comunicazioni ben più vive ed interessanti dei vorticosi giri di parole di alcuni intellettuali improvvisati, dei loro discorsi da libro stampato, di “tendenza”. Il pittore non ne può più di quegli ambienti, preferisce la schietta saggezza dell’amico giardiniere, tanto da pensare di ritrarre le “sue opere d’arte”: le verdure del giardino. “La gente non sa più quello che mangia. Rinfreschiamogli la memoria”. Qualche critico cinematografico ha trovato banale il modo in cui vengono raffrontate, nel film, vita di campagna e vita di città. Personalmente non ho notato nulla di tutto questo. Bensì, a mio avviso, vi è esclusivamente un’esaltazione della semplicità, da non intendersi (come ricorda il grande cineasta italiano Ermanno Olmi, non nuovo a questi temi) quale “semplicioneria” o mancanza di senso critico. La semplicità è saper cogliere l’essenziale. In questo la campagna è di sicuro aiuto. E, di conseguenza, anche il film, con due bravissimi attori, disinvolti e padroni della scena.





Rosso sopra verde è la mia divisa – Canzoni d’autore contro la guerra
di Mario Bonanno Bastogi

Vorrei iniziare questa recensione con un sincero ringraziamento all’amico Mario Bonanno, scrittore e giornalista di fama nazionale, per il lavoro svolto in tutti questi anni al servizio di tematiche importanti. Al servizio, soprattutto, appassionato e verace, della canzone d’autore italiana; di quel fenomeno che ci ricorda che la canzone può essere non solo uno svago ma anche una forma d’arte con una valenza letteraria, culturale, politica, sociale. Con contenuti tali da spingere l’essere umano alla reazione contro l’ingiustizia, alla speranza pur sotto le bombe di una guerra, alla commozione, a sentirsi vivo. La già enorme potenza della musica, unita alla forza dei contenuti, alla poesia, può far spiccare il volo al cuore dell’uomo (ne abbiamo già parlato anche in queste pagine). Il lavoro di Mario Bonanno è anche un lavoro di approfondimento e di ricerca. Così come avvenuto con “Che mi dici di Stefano Rosso? – Fenomenologia di un cantautore rimosso” edito da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, libro realizzato in collaborazione con Stefania Rosso (figlia del cantautore). Desidero anch’io ricordare Stefano Rosso in questa rubrica (consentitemi questa voluta divagazione): un cantautore ironico, poetico, libero, inspiegabilmente sottovalutato. “E intanto il sole si nasconde, scavalca tutta la città; dietro una multinazionale fa l’occhiolino, se ne va…” … e il grano che nasce e l’acqua che va è un dono di tutti, padroni non ha”. Ma torniamo a “Rosso sopra verde è la mia divisa”. Con questo titolo l’autore riprende il verso di una canzone di Massimo Bubola: il rosso del sangue sopra il verde della divisa militare sono simboli potenti ed efficaci, in direzione di quel disprezzo per la guerra che percorre tutto il libro. Quella guerra che, oltretutto, è legata a stretto filo con la questione ambientale. Come traspare nel testo di Edoardo Bennato “Uffa’ Uffa’”, riportato nel libro: “Uffa’ Uffa’ ma che scocciatura. Questa guerra non mi piace, non la voglio fare. Non mi importa del petrolio, sarò un vile, un anormale, ma questa volta alle Crociate non ci voglio, non ci voglio andare”. Oltre alle canzoni di Edoardo Bennato e Massimo Bubola, troviamo Pierangelo Bertoli, Mario Castelnuovo, Mimmo Cavallo, Fabrizio De Andrè, Edoardo De Angelis, Francesco De Gregori, Eugenio Finardi, Ivano Fossati, Francesco Guccini, Ivan Graziani, Enzo Jannacci, Mimmo Locasciulli, Claudio Lolli, Gino Paoli, Paolo Pietrangeli, Enrico Ruggeri, Luigi Tenco, Roberto Vecchioni, Antonello Venditti (molti altri autori sono comunque citati, anche se non approfonditi). Nella seconda parte del libro troviamo un capitolo dedicato al periodo della contestazione giovanile e dei cosiddetti anni di piombo. Anche in questo caso Bonanno ci espone come la canzone d’autore italiana ha affrontato quegli anni. Chiude un’interessante intervista a Gianfranco Manfredi. Se dovessi descrivere con una sola frase questo testo, seguirei senz’altro l’indicazione dello stesso autore, secondo il quale “più che un libro sul pacifismo è un libro sull’antimilitarismo”.



Spegni lo spreco… Accendi lo sviluppo - Viaggio nel Nord e nel Sud dell’energia -
di Mercedes Mas Solé e Rosita Folli
Terre di Mezzo Editore

Il libro fa parte di una campagna sostenuta dall’Unione Europea per divulgare e condividere idee utili al futuro ed alla speranza di futuro di tutti/e noi. Il progetto è promosso dal Cope (Cooperazione Paesi Emergenti) in collaborazione con Energetica, Oltreilconfine, Tamburi di Pace.
Il volume è una fonte ricchissima a cui possono attingere, per la propria formazione , cittadini, insegnanti, educatori, associazioni e mi auguro classe dirigente (???). Contiene strumenti didattici, citazioni, idee per giochi a tema, grafici, statistiche. Contiene un’attenta, scrupolosa analisi delle problematiche socio-ambientali legate agli stili di vita ed all’uso/abuso dell’energia. Ma soprattutto contiene un largo spazio dedicato alle “Buone notizie” e l’intera seconda parte dedicata alle “Buone pratiche”. Perché è essenziale tenere nella giusta considerazione non solo le ombre ma anche le tante luci che fanno da faro per l’avvenire. Nella parte conclusiva sono riportati approfondimenti di personaggi del calibro di Serge Latouche, padre Alex Zanotelli, Maurizio Pallante, il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Satish Kumar, Lester Brown, Amory Lovins, Avvocati Senza Frontiere. Insomma questo libro è un albero rigoglioso, le cui foglie possiamo essere noi stessi. Infatti viene fatto l’invito a contribuire con idee, suggerimenti, segnalazioni, curiosità. Questo mi sembra un segnale comunicativo molto importante. Di chi vuole dare un contributo senza atteggiarsi a detentore della verità ma semplicemente fare la sua parte per cercare insieme soluzioni complesse a problematiche complesse. Dice André Brink: “Ci sono due tipi di follia da cui guardarsi. Uno è credere che possiamo fare tutto. L’altro è credere che non possiamo fare niente”. Questa è una delle splendide citazioni che arricchiscono il testo. E ne utilizzerei un’altra per chiudere il mio pezzo: “Quando l’uomo pianta alberi sotto i quali sa benissimo che non riuscirà mai a sedersi, ha cominciato a scoprire il vero senso della vita” (Elton Trueblood). In questa frase sta tutto il senso dell’impegno per un futuro difficile ma ancora non scritto. Per info: www.spegnilospreco.org



Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004). Film di Wes Anderson

le avventure acquatiche
Il più gustoso ingrediente di questo film è l’esilarante interpretazione di Bill Murray/Steve Zissou (specialmente nella prima parte) ma tutto il cast è di alto livello (Bud Cort, Anjelica Huston, Cate Blanchett, Owen Wilson, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Michael Gambon).
La storia scorre via come la lettura, all’ombra di un albero, di un libro d’avventure in un caldo pomeriggio di agosto. Ma non si tratta solo di una piacevole e folle avventura surreale (i personaggi, i luoghi, le creature marine del film sono del tutto inventate, frutto della fantasia di Anderson e del co-sceneggiatore Noah Baumbach). Si tratta di un’indagine sui sentimenti umani, si tratta altresì di un’ arguta riflessione sulla verosimiglianza e la consistenza dei miti, sulla cruda differenza che può esserci tra l’immagine e la vera identità dei nostri eroi.
Steve Zissou è un famoso oceanografo, alle prese con le crisi di mezza età, con la stanchezza di un ambiente lavorativo ormai fiacco e privo di entusiasmo (ma sempre ricco di tante finzioni e piccoli inganni verso il pubblico), con la presenza di un figlio, la cui esistenza non ha mai veramente e responsabilmente affrontato ed accettato. Cerca di esorcizzare tutto questo con l’ennesima avventura, alla ricerca dello squalo giaguaro, responsabile della morte di un suo amico e collaboratore. Ma l’avventura si rivelerà molto più ardua del previsto.
E forse suonerà la sveglia per l’inizio di una nuova vita: più responsabile, più vera.





Michael Clayton (2007) Film di Tony Gilroy


michael clayton “E poi realizzo: no, no, no… qui è tutto sbagliato, mi volto a guardare l’edificio ed ho un impressionante momento di chiarezza. Mi rendo conto che ero emerso non dai portali del nostro vasto e potente studio legale ma dal buco del culo di un organismo la cui unica funzione è espellere il veleno necessario perché altri organismi più grandi e più potenti possano distruggere il miracolo dell’umanità. E che io ero stato avvolto da questa patina di merda per gran parte della mia vita e che per eliminarne il fetore e la sporcizia ci avrei messo con tutta probabilità il resto della mia vita.”
Queste sono le parole di Arthur. E’ uscito fuori di testa, questo pensano tutti. Ha lavorato con obbedienza per anni, come Michael, al servizio di uno studio legale senza scrupoli; lo ha fatto senza porsi domande, un perfetto ingranaggio della macchina. Improvvisamente una lucida follia rimescola le carte di tutti: Arthur, Michael, studio legale e, soprattutto, la U-North, azienda di diserbanti chimici seguita dallo studio legale e colpevole di moltissimi tumori a causa della presenza (conosciuta da sempre ma colpevolmente ignorata) di numerose sostanze tossiche cancerogene. La responsabile della U-North, avvertendo il fiato sul collo, fa uccidere Arthur e per poco non si ripete con Michael. Ma la follia di Arthur ha ormai fatto saltare gli ingranaggi, disegnando una svolta decisiva nella vita di Michael, della U-North, dello studio legale, dei malati di tumore. Un film sul potere ed i suoi meccanismi, sulla follia quale esperienza e linguaggio che può decifrare la realtà in modo diverso ma persino più lucido della cosiddetta “normalità”; un film che lascia (o conferma) un enorme desiderio di libertà da tutto ciò che, in questa vita, rischia di ridurci ad automi senz’anima; un film che ho goduto tutto d’un fiato, a partire dalla più intensa e struggente interpretazione che mi sia capitato di vedere da parte di George Clooney. Particolarmente memorabile il lungo piano sequenza sui titoli di coda.



L’uomo del treno (2002) Film di Patrice Le Conte

l'uomo del treno L’incontro tra due solitudini, l’incrocio di due destini, la contaminazione tra due mondi apparentemente opposti: Manesquier, professore in pensione, il suo pianoforte, le sue pantofole, le sue buone maniere; Milan, rapinatore (suo malgrado), le sue pistole, la sua schiettezza, la sua inquietudine. L’incontro fa scoppiare in loro un senso di sintonia, di affinità, di desiderio di raggiungere il mondo dell’altro, di sostituire le pantofole con le pistole e viceversa. Un’amicizia vera, autentica, nel rispetto totale delle reciproche identità. “Pietà per il disperato davanti a cui la folla si scosta”, recita una poesia letta da Manesquier a Milan. I sogni, le riflessioni sulla vita, prendono il volo dalla terrazza, davanti ad una vista incantevole, ai suoni della natura ed al riemergere di ricordi lontani: “era il mio posto preferito. Non avevano costruito intorno. Respiravo profondamente, avevo l’impressione che il mondo sarebbe stato mio”; “bisogna stare attenti alla dolcezza delle cose, perché si rischia di perderne il gusto.” Un film traboccante di poesia…








Che Bio ce la mandi buona (2010). Spettacolo teatrale di Diego Parassole

E’ un Paese strano quello in cui c’e’ bisogno dei comici per rilanciare le tematiche più importanti. E, diciamocelo, in Italia avviene ormai da tanti anni: nell’Africa narrata da Giobbe Covatta, nell’ambientalismo di Beppe Grillo, nella richiesta di una politica più dignitosa (lo stesso Grillo, i fratelli Guzzanti, Crozza, Rossi, Benigni, Albanese, Littizzetto…), e non dimentichiamo l’originaria scuola eccelsa di Dario Fò. Diego Parassole si è inserito con pieno merito all’interno di questa gustosa squadra di utilissimi “inopportuni” (“Sì, lo conosco, è una persona seria. Fa il comico”, citando lo stesso Parassole). Giocando sulla parola Bio (niente da dire, il titolo è molto divertente e azzeccato), ha portato nei teatri italiani uno spettacolo originalissimo per ridere e al tempo stesso riflettere sui nostri stili di vita, sull’insensatezza di un sistema perverso, nel quale “se esci con la tua donna, prendi un taxi e vai al ristorante, i conti del taxi e del ristorante (le due cose che più ti avevano fatto girare le b….) avranno contribuito alla crescita del PIL, la notte d’amore con lei (che ti ha reso felice) no. […]. Tutto entra nel PIL: crimini, catastrofi, inquinamento, incidenti, stragi. E’ la sfiga il vero motore dell’economia” (per non parlare delle guerre, aggiungerei io). Insomma, ridendo, ci rendiamo conto ancora di più che tante cose vanno cambiate. Non ci sono ricette certe, ma una cosa è sicuramente essenziale: mettere al primo posto il rispetto dell’essere umano e dell’ambiente nell’economia e nella politica del mondo. E’ un’economia malata quella in cui devi fare una guerra per far crescere il PIL. Chi potrebbe negarlo? Intanto Parassole mette su, in questi giorni, un’altra provocazione teatrale sui problemi legati al futuro, il cui titolo è tutto un programma: “I consumisti mangiano i bambini”.

http://www.teatrodellacooperativa.it/index.php?page=che-bio-ce-la-mandi-buona


La gabbianella e il gatto (1998). Film di animazione di Enzo D’Alò

la gabbianella e il gatto

“La gabbianella e il gatto” è un film di animazione tratto dall’omonimo romanzo di Luis Sepùlveda. Ed è un’opera davvero preziosa che ha divertito, ispirato, emozionato, arricchito grandi e piccini. Perché la storia ideata da Sepùlveda (protagonista anche del film come voce del poeta) è ricchissima di spunti di riflessione: tra tutti il rispetto per le diversità e per l’ambiente. Una gabbiana, travolta in mare dal petrolio (fuoriuscito da una petroliera alla deriva) riesce, prima di morire, ad affidare il suo uovo al gatto Zorba per covarlo ed insegnare al nuovo nato a volare. Maschio e gatto, per Zorba sembra una impresa impossibile. Ma l'amore ed il cuore caldo di Zorba faranno il necessario per realizzarla. Una bellissima iniezione di saggezza e fantasia. Quella fantasia che gli adulti tendono a disperdere con il trascorrere degli anni. Come fa notare il figlio del poeta al padre: - “Papà, perché la poesia ha perso la rima?” - “E’ diventata una poesia per grandi, è cresciuta e ha perso la rima”.








L’urlo della Terra – Nuclear Pax Opera Land Art di Dario Gambarin.

opera land art dario gambarinLa Land Art è un’espressione artistica nata negli anni ’70. Il suo obiettivo è quello di fare arte mettendo al centro la natura e in particolare la terra. Insomma una grande celebrazione della natura, un mezzo simbolicamente potente per lanciare messaggi importanti. Dario Gambarin, con la sua ultima fatica, ha voluto esprimere il suo NO deciso al nucleare. L’opera è stata realizzata nella campagna di Castagnaro (Verona) su una superficie di 35 mila metri quadrati. In questo momento così delicato per il futuro del pianeta, ho pensato che potesse essere importante parlarne in questa nostra rubrica. Potreste obiettare: ma tutta questa superficie coltivabile? Ebbene, la Land Art di Gambarin è scrupolosamente attenta ai tempi della terra, della semina e della raccolta. Per cui la modifica del paesaggio è solamente temporanea e assolutamente ecosostenibile.
Ho avuto il piacere di parlargli telefonicamente. Ed è stato bello cogliere l’essenza delle motivazioni che hanno ispirato quest’opera: l’amore per la terra, per il buon senso, per la vita, il pianeta, il futuro. Le drammatiche conseguenze dello Tsunami giapponese rilanciano drammaticamente ed urgentemente il tema del nucleare nel dibattito internazionale. E, purtroppo, non sempre in buona fede. Sul nucleare ruotano interessi economici (più che energetici) spaventosi. E’ un dibattito acceso, vibrante, vitale. Qualcuno attacca gli ambientalisti italiani di essere dei “demagoghi”, degli “allarmisti”, degli “estremisti”, dimenticando che il “NO” al nucleare viene urlato a gran voce da moltissimi scienziati: uno su tutti il Premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, oppure i 24 scienziati autori di una lettera aperta inviata, già nel marzo del 2010, ai candidati alla carica di Governatore delle Regioni. Oppure i 1200 scienziati che firmarono, già nel 2008 (quindi in tempi non sospetti) l’appello antinucleare dell’Università di Bologna. C’e’ chi dice che la parola non può passare ai cittadini in quanto “tecnicamente impreparati”. Ma è proprio del futuro di questi cittadini, delle loro vite, dei loro figli che si sta parlando. C’e’ chi sostiene che esista il “nucleare sicuro” di quarta generazione, ignorando il problema abnorme delle scorie, mai risolto; ignorando che un Paese altamente sismico come l’Italia non può permettersi questa roulette russa; ignorando che l’uranio è tutt’altro che una fonte inesauribile; ignorando le incredibili potenzialità che le rinnovabili avrebbero, se ben sfruttate, nel nostro Paese. Per non parlare della fonte di energia più sicura, economica, efficace, redditizia: il risparmio energetico (sul quale abbiamo ancora risultati imbarazzanti).

Il referendum si svolgerà il 12 e 13 giugno 2011 e conterrà 4 tematiche molto importanti. Chi vorrà fermare il nucleare in Italia dovrà votare SI.




127 hours (2010) Film di Danny Boyle.

127 oreUn rubinetto lasciato aperto distrattamente, l’acqua che si perde, la telefonata della mamma ignorata, l’euforia di una nuova avventura. Inizia così, come in tante precedenti esperienze, l’evento che cambierà per sempre la vita di Aron Ralston, escursionista scalatore statunitense. Ed è la storia incredibile e vera narrata in questo film. Una roccia cade sul braccio di Aron e lo immobilizza irrimediabilmente, costringendolo a 127 ore di agonia, fino alla scelta finale di amputarselo per poter ritrovare una possibilità di fuga. Gli scenari naturali mozzafiato dello Utah, le invenzioni registiche entusiasmanti (come la telecamera posta nella borraccia tra le ultime gocce d’acqua aspirate disperatamente dal protagonista) e l’interpretazione straordinaria di James Franco, rendono il film estremamente coinvolgente. Inoltre esso suscita molti spunti di riflessione: innanzitutto sul necessario rapporto di rispetto e timore, oltre che di amore, che bisognerebbe avere nei confronti della natura. La sottovalutazione incosciente degli elementi, infatti, porta il protagonista a non riferire a nessuno il luogo della sua escursione, rendendo impossibili i soccorsi. Un’altra riflessione che emerge prepotentemente nel film è l’importanza delle risorse naturali e la superficialità con cui le utilizziamo. Quell’acqua che veniva dispersa all’inizio del film con distrazione e pressappochismo si rivelerà la cosa più importante, vitale, desiderata, nel momento più estremo della disavventura di Aron. Inoltre sottolineerei la parte più struggente e intensa del film: le riflessioni di Aron sulla sua vita. L’improvvisa consapevolezza delle occasioni perdute, dei propri egoismi, di quei sentimenti considerati scontati ma che scontati non sono e che vanno coltivati con cura. Tutto questo si presenta davanti ad Aron con forza. Con così tanta forza che si troverà a dire “grazie” a quel masso (“ha aspettato me in tutto questo tempo”) quale occasione, seppure drammatica, di un cambiamento profondo. La pubblicità del film proponeva questa frase: “fino a che punto può arrivare un uomo per restare vivo?” Aron ha resistito, cercando la calma, l’autoironia e giungendo fino ad amputarsi un braccio. Direi che questo gesto di vita così estremo ci porta a fare la medesima domanda a noi stessi: fino a che punto siamo disposti a lottare per la vita?



The day after tomorrow – L’alba del giorno dopo (2004) Film di Roland Emmerich


Lo dico subito, a scanso di equivoci: odio il genere catastrofico. Premesso questo, non posso esimermi dal riportare in questa rubrica un film come “The day after tomorrow – L’alba del giorno dopo”. Esso, infatti, trattando l’argomento del surriscaldamento globale e delle possibili conseguenze ad esso correlate, si propone come proficuo campanello d’allarme per il futuro preoccupante ed inquietante del pianeta. Perché possiamo accusare gli ambientalisti di essere dei menagramo, possiamo fare gesti scaramantici di ogni tipo, possiamo chiudere gli occhi o cambiare canale, oppure andare da un bravo analista (questi carichi di ansia non fanno bene a nessuno). Ma nulla di tutto ciò ci allontanerà dalla cruda realtà: o l’essere umano cambia registro attivandosi in tutti i modi possibili, o il futuro del pianeta è seriamente compromesso. Se le Maldive decidono di realizzare il Consiglio dei Ministri sott’acqua, quale gesto provocatorio per il rischio di scomparsa delle isole a causa dell’innalzamento delle acque, vuol dire che non è più tempo di scherzare. Nel finale del film, di fronte all’apocalisse ormai avvenuta, il vicepresidente degli Stati Uniti promette che “mai più l’uomo cercherà di sovrastare la natura”. Speriamo che i potenti della Terra prendano la medesima decisione, ma con migliore tempismo.





Fearless (2006). Film di Ronny Yu

fearlessUna storia di redenzione attraverso le arti marziali. Il protagonista, realmente esistito nella Cina degli inizi del 900 e interpretato da Jet Li, è Huo Yuanjia, un grande combattente ma uomo mediocre, ignaro dello spirito vero e profondo delle arti marziali, mirante più all’equilibrio interiore che non alla vendetta ed alla sopraffazione. Pagherà a carissimo prezzo questa incongruenza; la madre e la figlia saranno uccise proprio per vendetta, in seguito ad uno scontro violentissimo rivelatosi insensato. Divorato dai sensi di colpa, tenterà il suicidio e verrà salvato da una comunità contadina. Essa gli ridonerà il sorriso e la ricchezza della vita semplice di campagna, il vero senso della vita e delle stesse arti marziali, il rispetto per le piccole grandi cose di tutti i giorni: gli affetti, la piantagione del riso, il fluire dell’acqua. Ed il vento, davanti al quale restare fermi e immobili, ad occhi chiusi, quasi in segno di rispetto. E poi l’amore gratuito di una dolcissima ragazza non vedente e della nonna, il coraggio della vita di tutti i giorni e della condivisione, in luogo di una vorace fame di successo conquistato inseguendo l’effimera lode delle masse. Huo Yuanjia ritroverà l’umiltà, un senso nuovo per interpretare le arti marziali come strumento di unione e non di ostilità. Ed il coraggio, quello vero. Non quello che ci vuole per uccidere una persona, ma quello che lui troverà nel chiedere perdono alla famiglia di quella persona uccisa.





Green (2009). Film - documentario di Patrick Rouxell

Il frastuono della “modernità” (del traffico, dei taglialegna, delle fabbriche inquinanti) ed il suono rasserenante della vita della foresta. In una contrapposizione continua, traumatica e molto significativa, il film documentario di Rouxell, meritevole vincitore di numerosi premi, non ha bisogno di alcuna voce narrante, di nessun commento, di nessuna chiacchiera. Parlano le immagini e lo fanno in modo persino spietato. Il trattamento verso gli animali è esposto in tutta la sua crudezza: incatenati, fatti diventare fenomeni da circo, messi in gabbia, privati del loro habitat naturale. Ed ecco descritto il fenomeno della deforestazione, con puntigliosa precisione: il legno usato in occidente per la mobilia, per l’oggettistica, per la carta, per le iniziative dell’alta moda e soprattutto per l’olio di palma. Tutto questo a caro, carissimo prezzo. L’immagine finale è molto significativa: un’aquila vola nella città, sembra un’aquila… ma è soltanto un aquilone. Il documentario è un’opera di fortissima denuncia sociale. Sui titoli di coda vengono elencati tutti i responsabili della deforestazione indonesiana: le industrie della carta, del legno, dell’olio di palma, i poteri economici e politici. E ovviamente i consumatori, alla base di questo sistema produttivo. Ora, vi chiederete: che alternative ci sono? Oggi esistono diversi modi per poter acquistare prodotti eco-compatibili. Si tratta di fare delle scelte. Esistono prodotti cartacei realizzati in modo ecologico, esistono prodotti riciclati, esistono prodotti realizzati attraverso foreste controllate. E non sempre i prezzi sono superiori alla media. Ad esempio i prodotti di un noto marchio offrono queste garanzie e, al tempo stesso, mantengono la politica del mantenimento di prezzi piuttosto bassi. Il film offre comunque, per tutta la sua durata, la faccia dolce della medaglia: le cure amorevoli dei volontari verso lo scimpanzè agonizzante. E probabilmente quello scimpanzè è un simbolo potente dell’agonia del pianeta, intrappolato nelle ragnatele (più volte inquadrate) di scelte sbagliate e senza futuro.
Il film è visionabile gratuitamente attraverso il seguente link:

http://greenfilm.free.fr/Streaming.html



La ragazza delle balene (2002) Film di Niki Caro

Può essere un film realista e fiabesco allo stesso tempo? Sembra impossibile ma mi sembra proprio il caso di questo film neozelandese. Il realismo deriva dalla descrizione dello smarrimento, della disillusione, del disorientamento vissuto dal popolo Maori nel disperato tentativo di mantenere salda l’antichissima cultura Maori. Ma il film, dicevo, è anche una splendida fiaba. Narra la storia di una bambina, Paikea, che avrebbe dovuto essere, se fosse nata maschio, il predestinato condottiero del popolo del villaggio Whangara verso una rivalsa e riunificazione Maori. La bambina, nonostante gli insegnamenti del nonno, Koro, non viene ritenuta idonea e credibile, in quanto bambina. Eppure sarà proprio lei a rischiare la propria vita, a salvare dalla morte un branco di balene arenate salendo su una di esse (come da leggenda Maori) e conducendole in mare aperto. Ed il popolo del villaggio ritroverà l’orgoglio della propria identità: “andremo avanti, tutti insieme, con tutte le nostre forze”. Tra gli scenari incantevoli nella Nuova Zelanda, spicca a mio avviso una scena su tutte: il primo tentativo fallito dal popolo del villaggio, di spingere in mare le balene arenate. Koro, osservando la scena stravolto, si pone un interrogativo che potremmo allargare a tanti problemi del genere: “di chi è la colpa? Di chi è la colpa? Di chi è la colpa?”





Scappo dalla città – La vita, l’amore, le vacche (1991) Film di Ron Underwood

scappo dalla città la vita l'amore le vacche“Voi signorini di città vi preoccupate di un sacco di stronzate. Passate 50 settimane l’anno a fare nodi alla corda e poi credete che due settimane qui bastino a scioglierli”. Il posto a cui Curly (capo-spedizione interpretato da Jack Palance) si riferisce, è il selvaggio west, dove i 3 protagonisti del film guideranno, tra esilaranti disavventure di ogni tipo, una mandria di vacche, destinazione Nuovo Messico. Un tipo di vacanza diverso, scelto dai 3 amici non solo per una “botta” di adrenalina ma per superare le crisi delle loro vite da quarantenni di città. E guardare in faccia la realtà con più coraggio, ispirati dalla semplicità di uno stile di vita durissimo, ma a contatto con la natura e con se stessi, sdraiati all’aria aperta sotto le stelle.
Le mie personali valutazioni su questa commedia:
- divertentissimo; ci sono battute, trovate, riprese che fanno veramente stropicciare gli occhi dalle risate;
- commovente; mettendo a nudo la personalità dei 3 amici, del loro passato, dei loro problemi, dei loro contrasti, del loro affetto reciproco, il film si tramuta in un sincero inno all’amicizia, facendoti provare sincera gratitudine per questo meraviglioso sentimento;
- nostalgico; sulle immagini del film il telespettatore viaggia sull’onda dei propri ricordi e viene preso da un grande desiderio di avventura, uno spirito forse infantile ma del tutto salutare;
- profondo; afferma Curly, con una saggezza semplice ma assolutamente efficace da mandriano del west: “Il segreto della vita è soltanto una cosa, una sola. Tienila stretta e tutto il resto può andare a puttane”. Come avviene spesso sono le persone semplici a regalarci i più grandi insegnamenti. E così Mitch (nel rapporto con la sua famiglia), Ed (nel ritrovato desiderio di paternità), Phil (nel coraggio di ricominciare una nuova vita) torneranno a casa diversi, arricchiti di fiducia e coraggio.



Natural killers – Una vita con gli orsi (2006) Documentario di Andreas Kieling per la Parthenon Entertainment


In questa rubrica abbiamo già abbondantemente affrontato l’argomento “orsi” attraverso uno speciale piuttosto approfondito. Ma la mia è proprio una passione. Così mi è capitato di acquistare questo DVD della serie “Natural Killers”, un ciclo di documentari dedicati ai grandi predatori. Ebbene, lo stupore è stato tale da pensare ad un’immediata recensione. Si tratta di un viaggio del documentarista tedesco Andreas Kieling attraverso i paradisi dell’Alaska, in particolare presso le Isole Aleutine. Andreas non è certo nuovo a questa esperienza. Per più di dieci anni ha filmato scrupolosamente gli orsi grizzly. Ma c’e’ qualcosa di diverso e di nuovo in questo viaggio: la presenza del figlio Erik, di soli 10 anni. Erik sognava sin da piccolissimo di seguire il padre nelle sue spedizioni. Andreas lo ha ritenuto pronto e preparato. E così inizia la loro (e nostra …) avventura. Immagini strabilianti, panorami mozzafiato, ma soprattutto incredibili inquadrature a pochi passi dagli orsi: li si vede giocare, correre, cacciare, mangiare i salmoni, la frutta, l’erba e…il microfono (o meglio l’antivento in pelo) della telecamera. Non mancano gli imprevisti: ad esempio l’orso che si avvicina al bimbo Erik per “rubargli” il salmone appena pescato mentre il padre è impegnato in riprese subacquee (il grizzly verrà allontanato dallo spruzzo di uno speciale spray irritante); gli improvvisi stravolgimenti meteorologici tipici di quella area geografica; l’incagliamento della barca in seguito alla bassa marea. Non mancano neanche i piccoli grandi colpi di fortuna che caratterizzano tutti i grandi documentaristi, i quali vedono premiata la grande pazienza e perseveranza con scene impreviste piombate lì all’improvviso (e prontamente riprese) quasi come un dono del fato.



Due fratelli (2004) Film di Jean-Jacques Annaud

due fratelliJean-Jacques Annaud aveva già stupito il mondo con “L’orso”, ospitato anche nelle pagine di questa nostra rubrica. Direi che si è sicuramente ripetuto con questa pellicola dedicata al meraviglioso felino a rischio, ahinoi, di estinzione. Sto parlando della tigre. Amata, temuta, vittima di soprusi di ogni tipo: cacciatori di pelle, domatori circensi senza scrupoli, patetici omuncoli armati col fucile in cerca di <<gloria>> (alias cacciatori). Ma il problema probabilmente più gravoso (e comune a tutte le specie a rischio di estinzione) è la riduzione spaventosa dell’habitat naturale, in un mondo che tratta la natura senza alcun ritegno, trainato verso l’abisso dal dio denaro. Ma torniamo al film. E’ la storia di due fratelli tigrotti, la cui vita è travolta dal passaggio di esseri umani senza scrupoli. Papà tigre ucciso, mamma tigre ferita gravemente, i due tigrotti venduti e separati. Troveranno amorevole attenzione solo in un bimbo ed in un cacciatore pentito. Dopo tante vicissitudini saranno costretti, inconsapevolmente, a scontrarsi l’un l’altro in una esibizione pubblica. Ad un certo punto però, guardandosi negli occhi (scena indimenticabile) si riconosceranno e deluderanno gli assatanati dell’arena: non più l’agognata ferocia, bensì coccole e gesti di affetto tra i due fratelli ritrovatisi miracolosamente. Il film è interpretato benissimo ed alcune sequenze sono davvero incantevoli. In particolare gli insuperabili primi piani sui tigrotti.





Il ritorno di don Camillo (1953) Film di Julien Duvivier - appunti sul film e su tutta la serie -

Grazie all’amico Giovanni Cantone (esperto delle serie dedicate a don Camillo e Peppone) ho riscoperto con molto divertimento questi film tratti dagli scritti di Giovanni Guareschi. Mi riferisco ovviamente alla prima serie, interpretata da Fernandel e Gino Cervi. Le storie, ambientate nella bassa padana emiliana, raccontano le vicende umane di quei luoghi nel dopoguerra. In particolare il rapporto umano tra il parroco don Camillo ed il sindaco comunista Peppone. Un rapporto fatto di durissimi scontri ideologici, di rigide prese di posizione trasformate spesso e volentieri in muri ed invalicabili steccati “di principio”, di prese in giro e sfottò, ma anche di un profondo e tacito rispetto reciproco non privo di malcelata affettuosità. Fernandel e Gino Cervi furono straordinari nell’interpretare questi ruoli, ebbero una sintonia ed un affiatamento tali da essere considerati, dai più, insostituibili (nonostante i successivi e ripetuti tentativi di ripetere l’avventura). I dialoghi sono spassosissimi, così come le battute e le mimiche facciali. Ma non mancano i momenti profondi, commoventi, emozionanti. In particolare quando viene esplicitata quella semplicità di fondo che caratterizzava quegli ambienti dell’epoca e che, probabilmente, questo Paese ha perduto, inseguendo miti non sempre meritevoli. In questo ragionamento va collocata la durezza quotidiana della vita di campagna ma anche la genuinità di quegli stili di vita, pur con i limiti e le negatività proprie di ogni epoca. Riferendoci invece all’episodio specifico: “Il ritorno di don Camillo”, l’ho scelto in quanto a più stretto contatto con la descrizione della natura e quindi più vicino ai temi della rubrica. Cito ad esempio le scene girate in alta montagna (don Camillo costretto per punizione a vivere a Montenara, un posto impervio e quasi inaccessibile). E poi tutta la vicenda dell’esondazione del fiume Po. Alcune riprese sono girate addirittura sui luoghi dell’alluvione, con ancora le acque presenti sulla scena. Proprio grazie alla narrazione di questa vicenda emerge quel senso di solidarietà, di unione al di là delle ideologie, di condivisione che fa parte della storia di quella comunità. Ma va detto che un po’ tutta Italia, da nord a sud, in occasione di simili calamità naturali, ha quasi sempre saputo ritrovarsi solidale e unito. Questo non va dimenticato; in un Paese allo sbando come il nostro, il senso di solidarietà offre ancora qualche luce incoraggiante.



Il giardino di limoni (2008) Film di Eran Riklis


Salma è una donna palestinese che ha lottato tutta una vita per portare avanti la famiglia. Il marito ed i genitori sono morti, i figli distanti. Il suo giardino di limoni è tutto il suo mondo, tutta la sua vita. Se ne occupa con immenso amore, insieme al lavorante di fiducia, fedele collaboratore della famiglia da 50 anni. Salma cura i suoi limoni, li taglia, prepara le conserve, fa le limonate per gli ospiti. Quel giardino è tutta la sua vita, una sorta di tesoro affettivo che riconduce la mente ed il cuore di Salma ai ricordi da bambina; a quando, in braccio al papà, si inerpicava per cogliere i limoni più alti. Un giorno il ministro della difesa israeliano prende casa proprio accanto a quella di Salma. Per esigenze spietate di sicurezza (più supposte che reali) viene dato l’ordine di abbattimento degli alberi secolari del giardino. Il che sconvolge inevitabilmente la vita di Salma, la quale inizia una lunga e coraggiosa battaglia legale che, nonostante gli sforzi dell’avvocato, la solidarietà della moglie del ministro, dei giornali e dell’opinione pubblica, si concluderà alla Corte Suprema con un compromesso doloroso e insignificante. C’e’ tanto dolore in questa pellicola di Riklis. E non potrebbe essere altrimenti, visto il contesto in cui si svolge la storia. E’ il dolore dei muri culturali e di cemento, della paura che diventa allarmismo, di anni di sanguinoso interminabile conflitto. Ma c’e’ anche una visione romantica e struggente della natura: gli alberi descritti come esseri viventi bisognosi di cure, rispetto e gentilezza. C’e’ la sensibilità femminile che si tramuta in solidarietà (la moglie del ministro, l’agguerrita giornalista). C’e’ la descrizione di mondi diversissimi: il mondo israeliano, il mondo palestinese. E in termini più generali potremmo anche dire: l’arroganza del potere, la faticosa resistenza degli ultimi.



Tutto il grillo che conta – 12 anni di monologhi, polemiche, censure
Cura redazionale di Fausto Vitaliano, consulenza editoriale di Marco Morosini
Feltrinelli

“Gli americani comperano migliaia di tonnellate di biscotti danesi e i danesi migliaia di tonnellate di biscotti americani con un viavai di navi, aerei, treni. Sarà giusto? Forse sì, perché i biscotti sono diversi. E allora perché non si scambiano la ricetta???”
Negli spettacoli di Beppe Grillo si ride così tanto da sentirsi quasi male ed al tempo stesso si pensa, si riflette, ci si rende conto di quante cose strambe e senza alcun senso si muovono intorno a noi tra indifferenza diffusa e mancanza di consapevolezza. “Tutto il grillo che conta” è un libro che raccoglie in forma scritta gli spettacoli del comico genovese dal 1993 al 2005 e, nella parte finale, i pezzi scritti per quotidiani e riviste. Certo si sente la mancanza della esilarante gestualità e della strepitosa mimica facciale di Grillo, ma il risultato di pensare ridendo è ugualmente garantito. E, come sappiamo, in questo gioco molto serio del comico genovese le tematiche ambientali la fanno da padrone. I gesti simbolici potenti come l’aerosol fatto con il tubo di scappamento dell’auto all’idrogeno sono entrati nella storia dello spettacolo e dell’ecologia. Così come le campagne a favore di un <<futuro>> pulito già pronto da 30 anni ma rimasto nei cassetti, a giudizio di Grillo, per una terribile sudditanza e/o complicità dei potenti nel rapporto con gli interessi dominanti (petrolio, nucleare, armamenti). Il futuro possibile è “disegnato” dalla volontà dei singoli, artigiani, liberi pensatori, che a volte riescono ad ispirare anche la politica (come avviene in Germania). Questo ovviamente se la politica si lascia ispirare. Perché non c’e’ peggior sordo di chi non vuol sentire. Come nel caso dell’Italia, distante anni luce da certe scelte virtuose ed essenziali: una distanza culturale ed etica.




Disputa su Dio e dintorni

di Corrado Augias e Vito Mancuso
Mondadori

Se fossi costretto a riassumere in una frase il contenuto di questo libro, potrei dire: il trionfo dell’intelligenza, o meglio il trionfo di due intelligenze ispirate e sensibili. Il tema trattato è di quelli grossi, di quelli per cui ci si appassiona, ci si infervora e persino si litiga: esiste Dio? Qual e’ il senso di tutto? Quale quello della natura, della vita, dell’evoluzione dell’essere umano, delle scelte umane in generale e di quelle della istituzione Chiesa in particolare, dei suoi dogmi e delle sue prese di posizione? Qual è il senso della storia, dei massacri, della sofferenza, del fluire così variegato dell’esistenza? Tutto questo e molto altro ancora viene trattato senza timidezze e proprio per questo il termine “disputa” ben si addice al lavoro svolto, in quanto i due autori (Corrado Augias, non credente “militante” e Vito Mancuso, teologo laico) se le danno di santa ragione, senza buonismi né ipocrisie. Ma sempre nell’assoluto rispetto reciproco, in un botta e risposta continuo ed esaltante, che fa letteralmente “divorare” le 254 pagine scritte e pensate con coinvolgente e spontanea passione.
Consiglio vivamente questo libro a tutti/e: perché comunque la si pensi, al termine della lettura ci si trova enormemente arricchiti e stimolati a fare la propria parte per diventare un elemento di armonia in questo pianeta affaticato e zoppicante. E’ proprio questo comune denominatore ad uscire dai racconti, i ragionamenti, i confronti dei due autori: uno spirito etico profondo in entrambi i ragionamenti (ovviamente laico quello di Augias; ovviamente spirituale quello di Mancuso). Insomma una gran voglia di esserci e di esserci al meglio delle proprie possibilità: questo il tacito condiviso invito dei due autori. Così, al termine della “disputa”, pur restando entrambi, com’era preventivabile, fermi sulle loro convinzioni, Augias e Mancuso si dichiarano contenti ed arricchiti da questo intenso appassionato scambio, contagiati positivamente l’uno dall’altro. E’ così che gli esseri umani dovrebbero imparare a comunicare tra loro.



Il piccolo libro verde del viaggio
di Federica Brunini Morellini Editore

Forse a qualcuno risulteranno banali le informazioni contenute in questo libro, ma una bellaripassata non fa di certo male. Si tratta di un’interessante serie di consigli per chi vuole viaggiare in modo ecologicamente responsabile, prendendo consapevolezza di quanto consumiamo viaggiando e di quanto possiamo diminuire il nostro impatto sul pianeta con qualche opportuno accorgimento. Che il trasporto in treno sia più ecocompatibile dell’aereo è cosa risaputa (almeno per le medie percorrenze dovremmo utilizzarlo, sperando che Trenitalia possa aiutarci in questo). Ma meno conosciuta, ad esempio, è l’informazione che viaggiare di notte aumenta i nostri consumi (causa impianti di illuminazione, specie in aereo). Un’altra curiosità è che l’utilizzo della toilet in aereo causa un maggiore dispendio di carburante, in quanto si mette un moto un certo quantitativo di energia per far funzionare il tutto. L’autrice ovviamente non dice: non fate la pipì! Ma, se si facesse un po’ di attenzione, specie nei viaggi di piccola percorrenza, si potrebbe tranquillamente evitare. E comunque è un arricchimento esserne a conoscenza. Questi sono solo alcuni esempi. I consigli pratici sono ben 250 e riguardano tutti gli aspetti del viaggio (mezzo di trasporto, albergo, fotografie, bagagli, souvenir, abbigliamento ecc.).





Eternal sunshine of the spotless mind (2004)
Film di Michel Gondry

Fino a che punto la tecnologia ed il progresso umano possono giungere? Esiste un limite da non valicare? Tra le tante riflessioni ed emozioni suscitate da questa perla cinematografica (tradotta in Italia con l’assurdo, ammiccante, ingannevole “Se mi lasci ti cancello”) c’e’ sicuramente anche lo spunto posto pocanzi. Infatti la trama del film parla di una industria emergente che riesce, su richiesta, ad asportare dal cervello determinati ricordi relativi ai sentimenti traditi, alle storie d’amore tormentate. Così Joel e Clementine (interpretati in modo memorabile rispettivamente da Jim Carrey e Kate Winslet) decidono entrambi (l’uno all’insaputa dell’altra) di farsi asportare ogni ricordo, ogni immagine della loro sofferta storia d’amore. Ma il subconscio di Joel, durante l’asportazione, si ribella, creando un gap nel sistema. Nonostante questo imprevisto causato dall’improvviso e reiterato rifiuto di rinunciare a determinati ricordi, l’operazione va a buon fine. Le strade dei due si incroceranno di nuovo e verranno travolte dalla conoscenza dei reciproci dossier di cancellazione. Il film sembra voler incoraggiare la vita, in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più dolorose. In una società quale quella attuale, caratterizzata dall’ illusione dell’eterna giovinezza, dal mito della <<sicurezza>>, dalla paura della sofferenza ed in generale di ogni forte emozione, il film di Gondry non può farci che bene.

 

 

 

 




Una scomoda verità (2006)
Film Documentario di Davis Guggenheim/Al Gore

una scomoda veritàNella politica dei nostri giorni il percorso delle buone intenzioni è molto arduo. Ed è difficile credere che un candidato alla presidenza USA, dopo aver ricevuto i finanziamenti per la propria campagna elettorale (possibilmente da aziende petrolifere o produttrici di armi) sia poi realmente libero di agire al meglio delle proprie possibilità. Però oggi, a distanza di tanti anni e col senno di poi, sapere che Al Gore perdette la presidenza per una dubbia manciata di voti e che al suo posto venne eletto George W. Bush (con tutto quello che ne è conseguito) fa veramente venire un po’ di magone, per lo meno per quanto riguarda le tematiche ambientali. Questo film documentario non è certo tranquillizzante, anzi direi senz’altro ansiogeno, ma è un’opera importante e necessaria perché mette a nudo la situazione del pianeta senza mezze misure: le conseguenze del riscaldamento globale ed il problema delle emissioni, l’aumento drammatico dell’intensità degli uragani, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento delle acque (Manhattan rischia ad esempio di essere completamente sommersa), le deformazioni della natura causate da questa situazione, le conseguenze sui Paesi poveri, gli incendi, il peso delle nuove tecnologie nell’impatto umano sul pianeta. Personalmente la parte del film che trovo più interessante è quando Gore smentisce che gli scienziati siano in disaccordo sul fatto che sia l’uomo a causare questa situazione. Su 928 articoli scientifici nessuno esprime contrarietà a questo concetto. Al tempo stesso, quale paragone di propaganda disonesta, Gore fa vedere la campagna con cui, anni fa, si sosteneva che il fumo non faceva male. Si tratta in pratica dei soliti goffi tentativi al servizio delle grandi multinazionali. “E’ difficile far capire qualcosa ad un uomo se il suo stipendio dipende proprio da questo suo non riuscire a capire”. Con l’ausilio delle esperienze personali di Gore (e anche dei ricordi nostalgici), di grafici, statistiche, di immagini video e fotografiche, nonché di simpatici cartoons, Gore espone la sua lezione sul futuro. Presentando anche le alternative possibili. “Abbiamo tutto ciò che serve eccetto, forse, la volontà politica. Ma in America la volontà politica è una risorsa rinnovabile”. A 4 anni dall’uscita del film abbiamo il primo presidente nero della storia americana. Speriamo che rappresenti al meglio questo auspicio di cambiamento.


“Il mio amico Eric”
(titolo originale “Looking for Eric”)
(2009) Film di Ken Loach

Il regista inglese Ken Loach proviene da anni di impegno civile e politico, riversato nelle sue pellicole estremamente asciutte, trasformate in prezioso strumento per dare voce agli ultimi, agli sfruttati ed alle sfruttate del nostro tempo. In questo modo però Loach ha corso più volte il rischio di ripetersi nella riproposizione di copioni drammatici quasi scontati, sia pur quasi sempre ben fatti ed egregiamente interpretati.
“Il mio amico Eric” fa compiere a Loach un ulteriore salto di qualità, rivelandosi come una riuscitissima equilibrata sintesi tra commedia e dramma, presentando agli spettatori un eccezionale campionario di emozioni umane: è un film sull’amore, sul disagio mentale, sulle ingiustizie, sulla forza di rialzare la testa di fronte alle vicissitudini della vita, sulla precarietà del lavoro, sul disagio sociale, sui conflitti generazionali, sulla bellezza dello sport e del calcio in particolare
(descritto poeticamente grazie al co-protagonista Eric Cantona, grande campione della Premier League prestato al cinema per questo personaggio immaginario nato dalla mente delirante del protagonista) ma direi che soprattutto è un film sull’amicizia e la solidarietà. In questo il film è molto fiducioso e ottimista, vede nei rapporti umani e nell’unione tra le persone la forza dirompente per cambiare le cose (personali e del mondo). “Devi fidarti dei tuoi compagni, in ogni caso. Altrimenti tutto è perduto”. Il film possiede aspetti da fiaba, da sogno ed al tempo stesso la durezza del realismo più crudo. Ma soprattutto ha la caratteristica essenziale di suscitare emozioni. E credo sia un dono speciale per chi si sente solo, incompreso, ai margini di una società gestita da squali (con tutto il rispetto dovuto agli squali…).
 




Earth – La nostra terra
(2007) Film di Alastair Fothergill, Mark Linfield

E’ lecito chiedersi con stupore come sia stato possibile realizzare un film di questo livello spettacolare. E non si tratta di una spettacolarità ricostruita al computer ma di uno specchio fedele dei maestosi scenari della natura. Ebbene questo risultato è il frutto di 200 location, 4500 giorni di riprese, dei quali 250 giorni in cielo (ad altezze mai raggiunte prima dai video-operatori, parliamo ad esempio degli 8.844 metri di altezza sopra le cime dell’Everest) per un investimento di 40 milioni di dollari e 0 ritocchi in digitale. Partendo dalle riprese spaziali del pianeta, ecco susseguirsi in sequenza: i giochi sulla neve dell’orso polare, appena uscito dal letargo, con i suoi cuccioli; la vita diurna e notturna della foresta; gli inseguimenti dei predatori lungo le vallate; la maestosità e la durezza del deserto; le migrazioni degli uccelli; le tempeste; gli oceani; la lotta per l’acqua e per il cibo (resa ancora più ardua dagli sconvolgimenti climatici). In sintesi: “il cerchio della vita, con il quale la maggior parte di noi uomini <<civilizzati>>, ha perso il contatto”. Così afferma la voce narrante di Paolo Bonolis (nella versione italiana) il quale svolge l’insolito compito senza infamia e senza lode. Il film ci ricorda che abbiamo solo questo pianeta, che la Terra è l’unico pianeta vivibile e dobbiamo difenderlo e tutelarlo. A conclusione di questa breve recensione vorrei citare il critico cinematografico Tullio Kezich, che ci consente di chiudere con un sorriso un po’ amaro questo pezzo: “Dopo aver visto “Earth – La nostra terra “ verrebbe spontaneo dare un consiglio ai dirigenti della Rai: fate veder più animali e meno politici”.


Speciale Charlie Chaplin

In tempi di rivoluzioni digitali (3D, proiezioni stereoscopiche tridimensionali, ambienti e persino personaggi ricreati artificialmente col computer) pensare di potersi emozionare davanti ad un film muto potrebbe apparire un assurdo. Ma non è così. I film di Chaplin sono davvero senza tempo. Uniscono la forza comica a quella drammatica, la bellezza della musica alle intuizioni geniali del cinema muto chapliniano (non disperse nel seguito sonoro) e soprattutto una forza idealistica ed etica dirompente. E’ proprio questo l’aspetto che mi suggerisce di parlarvene nell’ambito di questa rubrica. La scelta delle pellicole è stata ardua, mi sono basato esclusivamente su quei film che sono maggiormente in linea con le tematiche trattate in questo ambito. Differentemente mai avrei potuto esimermi dall’inserire autentici capolavori quali “Luci della città”, “Luci della ribalta”, “Il monello”, veri e propri gioielli di artigianato cinematografico pieni zeppi di contenuti, suggestioni, lezioni di vita. Ve li consiglio vivamente, andate a riscoprirli, ne resterete ammaliati. Per chi invece volesse conoscere più da vicino il personaggio Chaplin consiglio il film del 1992 di Richard Attemborough “Charlot” con una grande interpretazione di Robert Downey Jr alle prese con un ruolo suggestivo ma a dir poco arduo quale quello di Chaplin.
I film di Charlie Chaplin hanno fatto emergere le problematiche sociali della povertà, dell’ingiustizia, della guerra, della vecchiaia, della depressione, dell’alcolismo, dei rischi della società industriale, dell’arroganza del potere e delle istituzioni, il tutto sempre con una carica umanista coraggiosa, vissuta con libertà anarchica ed il senso di colpa di “descrivere i poveri non essendo povero”. Eppure Chaplin pagò di suo (e piuttosto caro) per quanto ebbe il coraggio di dire. Artisticamente fu non sempre compreso e accolto, fu costretto ad emigrare in Svizzera a causa delle false accuse maccartiste. Oggi possiamo solo dirgli grazie per aver dato voce agli ultimi, aver preso in giro i potenti e aver regalato un sorriso a chi non aveva più la forza di ridere.

Charlie Chaplin
di Giorgio Cremonini
Edizioni Il Castoro Cinema

Gli amanti di Chaplin troveranno senz’altro interessante la lettura di questo libro. Gli ingredienti sono molti: tra di essi spicca l’elevato numero di citazioni riportate mettendo a confronto le opinioni più disparate e, a volte, contrapposte; le illustrazioni fotografiche che vanno di pari passo con la descrizione dell’artista Chaplin e delle sue opere.
Detto questo, bisogna evidenziare che il linguaggio adoperato risulta a tratti troppo cerebrale, eccessivamente tecnico, quasi a puntare esclusivamente agli addetti ai lavori. Ed i ragionamenti sulla poetica, l’anima e gli obiettivi di Chaplin si rivelano a mio avviso come delle vere e proprie forzature.
Insomma consiglio l’opera a chi già conosce Chaplin e lo vorrebbe approfondire. Ma a chi volesse tuffarsi per la prima volta in questo mare di emozioni dico una cosa sola: lasciate perdere schematismi mentali di qualunque tipo, inserite il DVD o la videocassetta nel lettore e lasciatevi andare: scoprirete un mondo magico senza tempo, capace ancora, a quasi un secolo di distanza, di far palpitare il cuore.


Tempi moderni

(1936) film di Charles Chaplin

Charlie Chaplin credeva nel progresso umano. Ma, da grande osservatore umanista, si rese conto di cosa la rivoluzione industriale stesse causando: l’essere umano ridotto a numero, a cifra esanime di un capitalismo selvaggio per il lucro di pochissimi uomini senza scrupoli; lo sfruttamento indiscriminato delle risorse (umane e non) nella meccanizzazione di un produttivismo sempre più disumano pronto a sacrificare i posti di lavoro per una maggiore velocizzazione delle catene di montaggio; il lucro sopra qualunque altra cosa, dominatore di ogni scelta e/o ragionamento. In pratica più un aumento degli strumenti di sopraffazione da parte dei forti verso i deboli che un aumento di opportunità per la razza umana. Quello che Chaplin osservava nel 1936 non era nulla in confronto a quello che si sarebbe verificato negli anni a seguire (mettendo a rischio, come sappiamo, l’intero ecosistema) ma il suo sguardo illuminato seppe essere lucido monito (purtroppo inascoltato) per la società tutta. Si ride tanto in questo film ma, come spesso avviene nei film di Chaplin, la risata è al servizio di una visione più ampia e profonda del mondo.
 

 

Il grande dittatore
(1940) film di Charles Chaplin

“Se il vagabondo deve morire, morirà dicendo le cose in cui credo”. Queste parole vengono attribuite, nel film di Attemburough, ad un Chaplin affranto per l’avvento del sonoro che avrebbe ucciso, a suo modo di vedere, la magia del cinema muto e quindi del vagabondo, il personaggio che aveva dato lustro ed ispirazione all’autore londinese. E le cose dette ne “Il grande dittatore” sono di quelle che lasciano il segno.
Specie in un momento in cui Hitler espandeva il dominio tedesco provocando i fermenti che daranno vita, due anni più tardi, alla seconda guerra mondiale.
Un Hitler che, incredibile davvero, aveva palesi somiglianze (nella statura, nel volto e soprattutto nei baffetti) con il vagabondo chapliniano. E così nasce la storia del barbiere ebreo sosia di Hinkel (pseudonimo utilizzato nel film per descrivere il dittatore tedesco).
Tanti sono i momenti indimenticabili de “Il grande dittatore”: la formidabile presa in giro nei confronti dei due dittatori Hinkel (Hitler) e Napoloni (Mussolini) impegnati a salire più in alto possibile con la propria sedia per dimostrarsi superiore all’altro; il balletto di Hynkel (Hitler) con il mappamondo quasi a voler dire “il mondo è mio!!!”; il discorso ad Anna ed all’umanità (che riportiamo integralmente nel video qui accanto) dal quale comprendiamo a fondo quanto questo film non sia soltanto un film ma un’immersione totale di Chaplin nella sofferenza del mondo, un grido di speranza, il cinema utilizzato come strumento per reagire alle scelte folli dell’uomo. “In questo mondo c’e’ posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi.
La vita può essere felice e magnifica ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotto a passo d’oca fra le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà […]”
 

 

La donna di Parigi
(1923) film di Charles Chaplin

Marie e Jean, un amore tormentato, aggredito da mentalità chiuse e bigotte del piccolo villaggio, da un destino avverso che blocca inesorabilmente i due al momento della partenza per una nuova vita insieme a Parigi. I due si perdono di vista e si rincontrano, dopo tanti anni, proprio in quella Parigi che avevano sognato.
Jean è divenuto un artista e vive in condizioni di estrema povertà; Marie è entrata, come amante di un ricco possidente, nel mondo dell’aristocrazia parigina. Ormai troppo diversi tra loro, Marie e Jean vivono solo qualche fugace e triste slancio emotivo di quell’amore che fu. Preso dallo sconforto, Jean si suicida.
La madre di Jean, in collera, ha l’impulso di vendicarsi, ma, appena vede Marie disperata inginocchiata davanti al corpo esanime del povero Jean, desiste dal proposito.
A questo punto Chaplin ci dona una delle sue geniali trovate, una pagina di cinema muto indimenticabile, una lezione di vita, una trovata che spezza la tragedia trasformandola in speranzosa fiducia (nonostante tutto) nell’essere umano.
Marie e la madre di Jean scopriranno la bellezza della solidarietà lavorando in un orfanotrofio, dando un taglio a tutto il resto (la madre all’odio ed al rancore; Marie ai privilegi, alle comodità, al lusso più sfrenato) e troveranno la felicità. Sul video una scritta anticipa la scena: “l’esperienza insegna che il segreto della felicità è nel provvedere agli altri”.

 



Il posto
(1962) Film di Ermanno Olmi

Ancora una volta ospitiamo il buon Olmi tra le righe di questa rubrica. Si tratta di un film del 1961 che vinse, tra gli altri, anche il Premio della Critica alla Mostra Cinematografica di Venezia.
Il film affronta il tema dell’inurbamento della società italiana ai tempi del cosiddetto boom economico.
La grande città, Milano, diventa meta obbligata per i giovani delle periferie e delle campagne alla ricerca del “posto”.
E’ questo anche il caso del giovane protagonista, la cui genuina ingenuità viene descritta con disarmante tenerezza (lo stesso Olmi afferma di aver in qualche modo rivisto in quel giovane l’imbranamento dei suoi quindici anni).
Insieme al “posto” in gioco c’e’ la quotidianità, l’incontro col potere ed i suoi subdoli contagi, la frenesia di una società sempre più simile ad una catena di montaggio.
 





Avatar
(2009) Film di James Cameron

Mentre vi parlo di quest’opera ultima di Cameron, specialista nella realizzazione di filmoni ad altissimo costo ed altissimo incasso, non ho né le lacrime agli occhi per l’emozione né un’irrefrenabile desiderio di tornare al cinema per rivederlo.
Mi trovate assolutamente freddo e razionale perché questo genere di film non riesce più di tanto a toccarmi il cuore.
Però ho deciso di approfondirlo qui con voi per due ottime ragioni: i temi trattati e la diffusione che questi stessi temi possono avere grazie al colossale successo planetario di questa pellicola.
I temi ai quali mi riferisco sono: la colonizzazione (i marines alla conquista di un mondo non loro, con gli inganni tipici che caratterizzarono medesime situazioni ai tempi della scoperta delle Americhe e successivamente in Africa); l’usurpazione delle risorse (il genere umano occupa il nuovo pianeta fondamentalmente perché interessato ad un prezioso materiale vendibile 20 milioni di dollari al kg, così come accade da decenni nella martoriata Africa); il tema della guerra, della sua assurda cruenza basata sui freddi calcoli di persone avide e senza scrupoli e di contro la forza della dignità di un popolo unito; il tema ecologico, della tutela ambientale e del vitale bisogno di rispettare il pianeta e gli altri.
Nel film si fa spesso cenno all’agonia del pianeta Terra causato dall’essere umano e dai suoi comportamenti incoscienti. E’ di questo che mi preme parlare, di come un film certo ben fatto, certo impressionante per i mirabolanti risultati digitali, visibili anche in tridimensionale (portatevi un analgesico in tasca perché l’impatto visivo è talmente potente da scioccare) abbia potenzialità notevoli anche (e soprattutto) di tipo contenutistico.
La speranza è quella che possa scattare nelle varie fasce d’età coinvolte nella visione del film (adolescenti, adulti, anziani, tutti…) una curiosità, un quesito, una riflessione, un’indignazione su quanto, nella realtà oltre che nella finzione, è accaduto e sta accadendo in questa nostra Terra.

 



Knulp
di Hermann Hesse
Biblioteca Universale Rizzoli

E’ per me particolarmente emozionante parlarvi di “Knulp”. Perché esso ha rappresentato per anni parte dei miei sogni, della mia immaginazione, delle mie angosce. E credo che lo stesso Hesse abbia affidato a questo racconto il compito di interpretare la sua voglia di estraneità verso la società industriale prossima alla Prima Guerra Mondiale.
Knulp è un vagabondo, un viandante che ha scelto le impervie strade della libertà senza patria e senza casa. La vita lo ha deluso e ferito, eppure egli ha mantenuto un fare gentile e affabile che lo rende simpatico a tutti.
Il mondo di Knulp, nel sud della Germania di fine 800, è un mondo di artigiani, di sapori antichi, di terra e sudore ma anche di accoglienza e generosità (leggendo certi passi del racconto e paragonandoli al clima di allarmismo e chiusura che viviamo in questi anni, ci si chiede se la società si sia realmente evoluta o se invece sia accaduto esattamente il contrario).
E Knulp ricambia con la propria saggezza, l’affetto, la calda passione per la musica, per le immagini, per la danza, per la poesia e per la natura, che fa da cornice lussureggiante ai suoi teneri ricordi facendola da padrona in tutta l’opera.
“Poco prima, le colline erano ancora illuminate dal riflesso dorato del cielo e si perdevano nel soave ondeggiare di un crepuscolo luminoso, ora però erano sagome scure e nette, e risaltavano fosche di alberi, cespugli, dossi, contro il cielo che tratteneva ancora un po’ dell’azzurro chiaro del giorno, ma aveva già l’azzurro profondo della notte. […] Ogni uomo ha una sua anima, che non può confondere con nessun’altra.
Due persone possono essere attratte, possono parlare fra loro, ognuna ha la sua radice, e nessuna può raggiungere l’altra, perché per farlo dovrebbe abbandonare la sua zolla, e questo è proprio impossibile. I fiori emanano il loro profumo e i loro semi, perché vorrebbero confondersi; ma perché un seme cada nel terreno adatto, nulla può fare il fiore, ci pensa il vento, e il vento viene e va, soffia come e dove vuole. […] Era un limpido giorno d’ottobre; l’aria leggera, e riscaldata dal sole, era mossa da brevi ventate improvvise, dai campi e dai prati si alzava a strisce sottili il lieve fumo azzurro dei fuochi d’autunno, che riempiva la campagna del profumo dolce e acre dell’erba e del legno verde bruciati. Nei giardini del villaggio fiorivano gli asteri, tardive pallide rose e le giorgine, e lungo le staccionate erano ancora accesi in colori fiammeggianti i trapeoli che spuntavano dalle siepi già opache e scolorite.“
Il racconto si chiude con un dialogo meraviglioso tra Knulp, sofferente e moribondo, e Dio. Knulp teme di aver sprecato la sua vita. Ma Dio lo rassicura. Knulp è stato importante con il calore che ha trasmesso, con i legàmi che ha intrecciato e con il suo vagare tra un umido fienile, un fresco bicchiere di sidro ed un nuovo amico a cui scaldare il cuore.



Red e Toby – Nemiciamici (The Fox and the Hound)
(1981) Film/animazione Walt Disney Productions di Richard Rich, Art Stevens, Ted Berman
dal racconto di Daniel P. Mannix

red e tobyAvevo 8 anni quando entrai al cinema con mio padre per vedere “Red & Toby – Nemiciamici”. Non mi rendevo conto che avrei assistito alla prima essenziale lezione della mia vita sulla diversità.
E’ possibile per una volpe essere amica di un cane da caccia addestrato ad ucciderla? Questo è il tema centrale del film di animazione. E allo stesso modo potremmo chiederci: è possibile per un israeliano essere amico di un palestinese nella striscia di Gaza? Oppure per un ragazzo eterosessuale essere amico di un omosessuale, di un transessuale, di una lesbica? E per un protestante dell’Irlanda del Nord essere amico di un cattolico? E per un Tutsi essere amico di un Hutu in Ruanda? Per un nero del Mississipi o del Sudafrica ai tempi dell’Apartheid essere amico di un bianco?
La risposta del film sembra essere: sì, è possibile, ma ci vuole la giusta dose di coraggio.
Sarà la mia una forzatura, non lo so, oppure una deformazione mentale, ma mi sembra che un tema del genere, ancor di più perché affrontato all’interno del colorato mondo animato, abbia straordinarie potenzialità educative. Il film è tutt’altro che giocherellone, tutta la pellicola è pervasa da una persistente e suggestiva melanconia, all’interno di incantevoli paesaggi boschivi, disegnati come sempre in modo ammaliante.
Non mancano momenti esilaranti, come il goffo inseguimento del vermicello ad opera del picchio o le verosimili difficoltà nella pesca della volpe Red, lasciato da solo nel bosco dopo una vita trascorsa tra gli agi delle mura domestiche. Il film inoltre espone varie forme di rapporto tra gli esseri umani e gli animali e rivela senza tentennamenti una spietata e giusta critica contro la caccia ed il bracconaggio. Ma resta innanzitutto, a mio avviso, come prima accennavo, un film sulla diversità. Come riprova, riporto le toccanti parole di un canto del film: “Non ti chiedi perché non somiglia a te… Se il prossimo non si curasse di voi, se si facesse ognuno i fatti suoi, invece critica già la vostra ingenuità….”
Ricordo nitidamente che uscii dal cinema con le lacrime agli occhi e, dopo 18 anni, parte di quelle emozioni sono ancora dentro di me e mi spingono a suggerirvene caldamente la visione.




Fantasia
(1940 Registi vari) Walt Disney’s Productions

Nell’augurare a tutte/i un Natale gioioso ed un 2010 di pace e serenità, ecco a voi l’ultima recensione del 2009.
Si tratta di “Fantasia”, film di animazione del 1940 che suscita ancora oggi a 70 anni di distanza meraviglia e stupore nonostante gli elefantiaci passi in avanti compiuti dalla tecnologia.
Forse è proprio vero, la calda bellezza artigianale dei disegni di un tempo, costruiti con certosina premura, resta irraggiungibile dalla fredda perfezione dei lavori al computer. Ad ogni modo non tragga in inganno il genere “animazione”. Questo film non è solo un cartoon di Walt Disney.
E’ un autentico capolavoro senza tempo, esperimento unico nel suo genere di artisti che si sono messi a disposizione della “dea” musica (al contrario del destino inverso riservato solitamente alle colonne sonore al “servizio” delle pellicole, in questo caso si è ribaltato totalmente l’ordine dei fattori). Le musiche sono quelle di Bach, Beethoven, Stravinskij, Tciaikovskij.
E’ proprio di quest’ultimo musicista la suite dello Schiaccianoci che ispira un sublime spettacolo di animazione dedicato alla natura: la danza dei fiori, dei funghi e delle foglie, le lucciole, la tela del ragno, le gocce d’acqua a formare i cerchi nello stagno, la foresta, gli abissi del mare. E ovviamente è proprio questa parte di film ad avermi suggerito di dedicare una recensione su questa rubrica.
Ma “Fantasia” è anche un viaggio tra le esplosioni dei colori, e poi il mondo della magia, la descrizione dell’Olimpo e della Terra i tempi dei dinosauri. Insomma un film da vedere, per grandi e per piccini, che suscita a mio avviso emozioni simili a quelle provate davanti ad un bel quadro.
 
 
 


 



Speciale Peppino Impastato

Questo vuole essere un omaggio sentito ad un grande uomo che seppe rivoluzionare la propria storia ribellandosi al padre mafioso, seppe sacrificare se stesso dimostrando coraggio, lucidità, intelligenza e lungimiranza. Militante del PCI prima e di Democrazia Proletaria poi, Peppino trovò nella radio libera, nel giornalismo indipendente, nell’animazione di strada, nelle manifestazioni di piazza, nella diffusione culturale e musicale, strumenti essenziali per la sua lotta di giustizia e di liberazione dalle dinamiche mafiose di Cinisi (PA). In tempi in cui l’ambientalismo italiano era probabilmente ancora acerbo (sia pure già presente ed attivo), Peppino fu anche in qualche modo un precursore delle lotte ambientaliste dei nostri giorni, si batté in difesa della bellezza contro la devastazione ambientale, contro il nucleare, contro le “grandi” opere (autostrada e aeroporto) costruite in modo selvaggio ed irrazionale per favorire le strategie mafiose. “Voglio poter gridare che la mafia è una montagna di merda!”
La gratitudine che proviamo per Peppino non può non estendersi alla mamma Felicia ed al fratello Giovanni nonché ai compagni/e di lotta e a chi ha lavorato allo splendido film “I cento passi” . Grazie a tutti/e loro l’eredità di Peppino non è andata dispersa, quei semi hanno portato frutto in abbondanza.

*è doveroso ricordare in particolare l'opera meritoria del Centro Documentazione Peppino Impastato, che in questi anni ha ostinatamente percorso la strada tortuosa della ricerca della verità e della giustizia, attraverso un'ampia opera di denuncia e di approfondimento. Basta dare un'occhiata all'ampia bibliografia prodotta in tutti questi anni. Per ulteriori informazioni www.centroimpastato.it e www.peppinoimpastato.com


I cento passi
(2000) film di Marco Tullio Giordana

E’ impegnativo trovare le parole per descrivere un evento cinematografico di questa portata. Queste sono immagini che sono entrate nella storia del cinema italiano, ma direi nella storia d’Italia, se solo pensiamo all’impatto, all’eco avuti nell’immaginario collettivo. L’interpretazione di Luigi Lo Cascio, il monologo finale di Claudio Gioè, il pathos di Lucia Sardo che dichiara addirittura di aver dato tutto a questo ruolo, a mo’ di riscatto per quanto, nella vita, avrebbe voluto dare e non ha dato (a suo dire) per cambiare le cose.
I cento passi sono la distanza che separa la casa di Peppino, figlio di un padre mafioso, da quella del boss Badalamenti.
Ma essi sono un potente simbolo per tutti noi: sono i cento passi che separano ognuno di noi dall’impegno sociale, dall’osare di più, dalla ricerca della verità e della giustizia.
E ti ritrovi il volto pieno di lacrime su immagini intensissime, dialoghi indimenticabili e le note incredibilmente evocative degli Animals, di Janis Joplin, dei Procol Harum. E provi profonda indignazione ma anche un incontenibile desiderio di fare qualcosa per cambiare le cose.


Nel cuore delle alghe e dei coralli
i cento passi di Peppino Impastato
(2000) Documentario di Antonio Bellia, Giovanni Giommi, Giacomo Iuculano

Chi ha amato ed apprezzato il film “I cento passi” non può non innamorarsi anche di questo lavoro, fatto con cuore pulsante di sincere emozioni. E’ un viaggio attraverso la preparazione del film, il backstage, la storia, gli aneddoti, i racconti su Peppino, le interviste ai protagonisti del film ed ai cittadini di Cinisi, di cui viene offerto un largo e verosimile campionario: ci sono parole omertose, parole di paura, ma anche parole di indignazione ed impegno.
Ci sono soprattutto i volti commoventi degli amici e compagni di Peppino, i loro occhi lucidi di rabbia e di dolore, pieni anche della malinconia dell’amore rubato. “Peppino era la nostra guida spirituale, ci ha fatti crescere”. “Peppino era pieno di amore, amore di vita, amore di morte, amore di libertà”.
Peppino, un uomo pieno: di capacità creativa, di travaglio interiore, di sbalzi d’umore vertiginosi causati dalla sproporzione tra l’esaltazione del sogno di cambiamento e la realtà crudissima. Il Peppino taciturno ed il Peppino estroso, estremamente ironico.
Un’ironia travolgente ad esempio nella trasmissione radiofonica “Onda pazza–programma satiro/schizofrenico”, attraverso quello strumento radiofonico e molto teatrale.
Le struggenti note di Tony Landolina fanno da colonna sonora alle immagini di un vecchio proiettore di famiglia, ritraenti Peppino qualche settimana prima di morire. E poi, come un colpo al cuore, le parole di Peppino: “I miei occhi giacciono in fondo al mare, nel cuore delle alghe e dei coralli”.


Peppino Impastato: da Musica e Cultura alla Manifestazione Nazionale Antimafia
a cura dell’Associazione culturale Peppino Impastato Onlus

Interessantissimo catalogo fotografico. A partire dalla copertina, frutto di un fotomontaggio tra la foto più conosciuta di Peppino e, sullo sfondo, l’immagine di Radio Aut.
Si susseguono testimonianze fotografiche sulle iniziative di quegli anni, sui momenti ludici, sulle animazioni di strada, i comizi, le feste, il corteo dopo i funerali di Peppino, il luogo dell’omicidio, le manifestazioni contro il nucleare e quella nazionale antimafia del 1979 ad un anno dalla sua morte. Infine una bella poesia di Peppino.
Ma l’aspetto più affascinante di questo lavoro è la sua origine, il suo concepimento. Giovanni Impastato, per aver dato dell’imbecille all’avvocato del boss Badalamenti che si ostinava a denigrare il nome di Peppino, fu condannato a pagare una penale di 2.000 euro per diffamazione. A seguito di questa assurda vicenda ecco arrivare al “Centro Siciliano di documentazione Peppino Impastato” una pioggia di contributi e offerte da tutta Italia che consentirono la realizzazione di quest’opera e di altre iniziative per celebrare il 27° anniversario della morte di Peppino, dimostrando le potenzialità di un popolo unito.


Felicia – tributo alla madre di Peppino Impastato
a cura di Salvo Vitale e Guido Orlando
Navarra Editore/Collana Fiori di Campo

Un’anziana donna vestita a lutto, eppure sorridente, disponibile, accogliente, calorosa. Il sordo terribile dolore di madre per il barbaro assassinio del figlio, l’indignazione per le beffarde ed assurde accuse susseguitesi, la voglia di lottare per il raggiungimento della verità, la grande dignità.
Queste le sensazioni espresse dalle persone che hanno avuto il privilegio di conoscere Felicia Bartolotta, una persona che ha accolto con amore centinaia di persone nella sua casa per poter raccontare la vicenda del figlio Peppino e lasciare in questo modo un segno alle future generazioni. E questo quadro esce nitido anche da questo lavoro, realizzato con amore e profondo rispetto.
Esso contiene un’intervista in cui Felicia Bartolotta, rispondendo alle domande con il caratteristico dialetto siciliano, ricorda, emozionandoci, il suo rapporto con Peppino; contiene inoltre tutti i messaggi arrivati a Giovanni Impastato in occasione della morte della madre (tra cui spicca quello dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi); contiene soprattutto un’introduzione davvero toccante da parte della nipote Luisa Impastato.
Ne riporto un brano. “Io non ho conosciuto mio zio Peppino. Sono nata nel 1987, ben nove anni dopo il suo assassinio. Eppure lo conosco da sempre, è parte di me, mi è familiare non solo per quella che dovrebbe essere la consanguineità, ma lo conosco soprattutto grazie a lei: mia nonna. […] Ricordo che per le festività la imploravamo di venire con noi
a passare il giorno in famiglia, e lei si rifiutava di muoversi da casa rispondendo placidamente che voleva restare nel caso qualcuno avesse voluto sentire parlare di Peppino, o Giuseppe, come lo chiamava lei. E ricordo anche che questa cosa mi faceva arrabbiare tremendamente perché avrei voluta averla sempre vicina, quei giorni come tutti gli altri. Oggi […] rimpiango di non essere rimasta anch’io con lei in quelle occasioni. […] La solidarietà che si è mossa alla sua morte, da parte di tutto il Paese, finanche dal presidente della Repubblica, ha confermato nuovamente l’importanza del suo gesto, della sua forza di madre e di donna, la cui eco rimarrà in questa terra come esempio, come modello, come radice inestirpabile.”




 

W.
(2008) Film di Oliver Stone

Com’e’ potuto accadere? Com’e’ stato possibile che gli Stati Uniti d’America, per ben otto anni, abbiano avuto per presidente George W. Bush? Già senza vedere il film, questa inquieta domanda ha tartassato e logorato tante persone nel mondo. Poi è giunto Oliver Stone, con la consueta lucidità, a confermare tale sgomento. Il regista fa un ritratto lucido ed umano del personaggio. Ne esce un Bush goffo e problematico, assai più fragile dell’apparente ed ostentata sicurezza da mandriano del Texas. Un uomo fragile, instabile, in continua competizione col fratello Jeb, in aperto conflitto con il padre. Alcolismo, ansia da prestazione, inadeguatezza, imbarazzo ed arroganza di fronte alle domande dei giornalisti (vi ricorda qualcosa di italica pasta?) ed una fede estremista da “cristiano rinato” che fa rabbrividire in relazione alle scelte operate in nome di tale “fede”. Così, ecco un ripasso sintetico dei “risultati” storici del governo Bush: il rifiuto stizzito ed arrogante del trattato di Kyoto, le assurde manchevolezze in occasione dell’11 settembre in termini di controllo, intelligence, sicurezza, organizzazione, trasparenza (ad esempio l’aspetto assai inquietante, non affrontato in modo esaustivo dal film, dei rapporti tra i Bush e Bin Laden),il lassismo in occasione del disastro dell’uragano Katrina a New Orleans, le guerre (e le relative menzogne per giustificarle), la mancanza di un' adeguata vigilanza su quelle falle che avrebbero prodotto la crisi economico-finanziaria più grave dal 1929 ad oggi. “W” mostra i nei del presidente ma non risparmia di certo i suoi collaboratori, i quali appaiono come una schiera di incapaci, superficiali, esaltati senza scrupoli, con l’unica eccezione di Colin Powell, descritto come un uomo pensante e turbato da scelte spesso non condivise.
Tra i vari dialoghi contenuti nel film ne riporto uno, a mio avviso sconvolgente nella sua ironica verosimiglianza; risale ai tempi della corsa all’elezione di governatore del Texas e ci dimostra ancora di più quale vertiginoso salto nel buio sia stato compiuto nell’era Bush. “George! Se non riesci a stare neanche due minuti davanti ai giornalisti, come puoi pensare di diventare governatore?” – “Karl, dimmi cosa devo fare e lo farò! Se devo leggere quel cazzo di Costituzione, lo farò!”

 

 



Speciale Immigrazione

Alcuni italiani li chiamano “invasori”, li accusano di “rubarci” il lavoro, di toglierci la “sicurezza”. Ma questi italiani, nell’esprimersi così, ignorano la storia. Ignorano innanzitutto la propria storia di italiani, popolo di migranti in ogni luogo della Terra; ignorano le origini dell’immigrazione, le sue ragioni profonde e la sua complessità che comprende anche notevoli lati positivi (senza voler per questo annullare buonisticamente i nodi critici che ovviamente ci sono ma che vanno interpretati con maturità e consapevolezza).
L’occidente ha rubato per secoli le risorse del Sud del mondo, oggi “ripaga” questi Paesi con abnormi carichi di rifiuti tossici; oltre al danno della povertà smisurata la beffa dell’inquinamento ambientale, ad esempio di un’Africa che è divenuta a tutti gli effetti pattumiera d’Europa. A completare il quadro quei cambiamenti climatici che sono causati dall’irresponsabile modello di sviluppo occidentale e che producono gli effetti più devastanti proprio su quei Paesi (aumento delle alluvioni, delle inondazioni, degli uragani, innalzamento delle acque che rischia di far scomparire molte isole negli oceani…). Di fronte a questo stato di sofferenza si rinnovano promesse di lotta alla povertà che restano sempre vuote e prive di fondamento. Anzi in molti casi (ad esempio in Italia) si diminuiscono sempre più i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Di fronte a tutta questa situazione ci si aspetterebbe non buonismo ma almeno una buona dose di apertura mentale ed umana comprensione, soprattutto nei confronti dei richiedenti asilo, persone provenienti da Paesi in guerra (e anche sull’origine di tali guerre l’occidente dovrebbe mettersi una bella mano sulla coscienza). E invece no! Ecco ripiombare l’intolleranza razzista in tutta la sua cruenza bestiale. Siamo veramente al paradosso storico.
Ho pensato di dedicare uno spazio a questo tema, servendomi di 3 libri delle Edizioni Dell’Arco, acquistati da Amadou e Mustafà, due ragazzi senegalesi che dedicano la loro vita a diffondere la cultura africana tramite testi per lo più scritti da autori africani. E’ interessante osservare il fenomeno, una volta tanto, dal loro punto di vista.


Imbarazzismi

di Kossi Komla-Ebri
Edizioni Dell’Arco - Marna

Tra il serio e (soprattutto) il faceto questo libro ci riporta le sensazioni di Kossi Komla-Ebri, medico togolese in Italia da tanti anni, sposato con un’italiana, laureato in Medicina e Chirurgia sin dal 1982, lingua italiana parlata in modo fluente e quasi perfetto; eppure, agli occhi di molti, ancora solamente “il bel negro”. E’ un viaggio tra i pregiudizi, i luoghi comuni, gli atteggiamenti forzatamente “caritatevoli” e involontariamente offensivi, soprattutto quegli imbarazzi (come si evince dal titolo) che il diverso colore della pelle ancora suscita nel nostro Paese. Un lavoro interessante, pungente, efficace e divertente. Kossi Komla-Ebri si dedica da anni all’educazione interculturale attraverso i mass media, gli incontri di sensibilizzazione nelle scuole e nella vita quotidiana. E con questo senso dell’ironia e dell’autoironia risulterà, ne sono convinto, infallibile.
“Un giorno, in classe, durante un incontro sull’interculturalità, chiesi ai ragazzi di darmi una definizione del termine “razzismo“. Subito il più sveglio esclamò: “il razzista è il bianco che non ama il nero!” “Bene” – dissi – “e il nero che non ama il bianco?” Mi guardarono tutti stupiti con l’espressione tipo: come può un nero permettersi di non amare un bianco?”

 

Pap, Ngagne, Yatt e gli altri
di Mbacke Gadji
Edizioni Dell’Arco

“Avevamo quindi il diritto e il dovere di rifiutare quella miseria e di conseguenza impegnarci fino alla morte per migliorare quella condizione, se non per eliminarla”. E’ grande la voglia di riscatto e di giustizia che esce fuori da questo racconto. I disagi infiniti, le speranze, le ghettizzazioni, le radici nelle vicende di migranti africani a Nizza. Il sogno d’argilla assume i toni di un antico proverbio wolof: “Chi nel suo espatrio si comporta da laborioso, tornerà a vivere da re a casa sua”. E questa voglia di cambiare le cose è così grande che, quando i fratelli tornano a casa o comunicano con le loro famiglie, raccontano una realtà diversa da quella da loro vissuta, dicono che va tutto bene e che stanno facendo fortuna, lo dicono affinché il sogno rimanga intatto, costante. Il libro fa emergere aspetti davvero molto interessanti della cultura africana e soprattutto senegalese, per una volta vediamo l’immigrazione raccontata dal punto di vista del migrante: “[…] essere povero in Africa, dove la solidarietà dei singoli individui si applica a tutti, è ben diverso che esserlo in Occidente dove la stessa solidarietà è istituzionale e uno strumento politico”.

 

Mare nero
di Gianni Paris
Edizioni Dell’Arco

Il libro, questa volta, è opera di un autore abruzzese, Gianni Paris. Ma sembra scritto da uno dei protagonisti dei terrificanti “viaggi della speranza” via mare (come si evince dal titolo e dall’efficacissima illustrazione grafica della copertina, a cura di Tiziano Perotto). Dal risultato ottenuto si evince il lodevole lavoro di ricerca e le interviste realizzate con chi questa esperienza l’ha davvero vissuta. Merito principale del libro è, a mio avviso, quello di entrare a testa bassa sull’angoscia provata prima, durante e dopo queste esperienze e di fare provare inevitabilmente questa angoscia al lettore. Lo definisco un merito perché troppo spesso la cloroformizzazione mediatica, l’abitudine ed il desiderio di una vita tranquilla ci fanno vivere queste tragedie come una sequenza di freddi numeri che si susseguono nella quotidianità del nostro vivere. Eppure la sofferenza che sta dietro a quei numeri è enorme: la sofferenza di veder morire i propri compagni lungo il tragitto; la sofferenza di vedere donne e bambini indifesi alle prese con la fame, la sete, il freddo, la febbre; la sofferenza di dover proteggere avidamente la tua acqua residua rifiutando richieste supplicanti (come capita al protagonista della storia) perché i tuoi familiari hanno bisogno che questo tuo sogno disperato, insieme a te, sopravviva.





Centochiodi
(2006) film di Ermanno Olmi

Non c’e’ due senza tre. E così ecco la terza recensione di un film di Ermanno Olmi. Del resto questo è logica conseguenza della grande sensibilità ambientale del regista, forse il più grande amico della natura tra i cineasti italiani.“Centochiodi” ha suscitato molte polemiche, in relazione all’atto sacrilego del protagonista (Raz Degan), professore universitario, il quale inchioda al pavimento 100 libri sacri colpevoli, a suo dire, di aver reso tutta la sua vita “di carta”. Alcuni hanno accusato il film di aver manifestato disprezzo nei confronti della cultura, dei libri, della lettura. Ma è una visione a dir poco superficiale della pellicola.In realtà Olmi desidera solo sottolineare quanto tutta la sapienza del mondo rischia di essere fine a se stessa, inutile e persino dannosa se resta accademica, autoreferenziale, priva di riscontri nella vita vissuta, se ci chiude i veri orizzonti della vita: il rapporto con gli altri, l’apprezzamento della semplicità e dei semplici, la solidarietà, l’amore. “Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”. E’ come voler dire: una fede ed una vita che siano impregnate di pagine scritte e che però, al tempo stesso, perdano il contatto con i propri simili, il calore, lo stare insieme, hanno perso tutto. Viceversa Olmi ci mostra ancora una volta la saggezza e la profondità dei semplici (e non dei “semplicioni” differenza che l’autore tiene molto a sottolineare), della civiltà contadina che popola gli argini del Po’. Proprio l’incontro con queste persone, con i loro sorrisi, le bottiglie di buon vino rosso, le tradizioni, la spontanea accoglienza consentono al protagonista di ritrovare il senso autentico della vita. Così si batte per loro, contro la notifica dall’Agenzia interregionale per il fiume Po’ che intima lo sgombero delle loro case per consentire la costruzione di un grande porto fluviale del medio Po’. “Non siate stupiti se vi cacceranno da questi luoghi. Molti si illudono, con le loro imprese, di fare cose meritevoli, senza il rispetto di ciò che regola la vita”. Un rispetto che i semplici del Po’ hanno forte e radicato dentro di sé: “Davanti al fiume i bei pensieri vengono fuori da soli e la mente è come un bel prato fiorito”. Questo film mi ha fatto pensare ai miei nonni; a quanto essi, da semplici, mi hanno insegnato.





Crimini di pace
(2003) film documentario di Antonio Bellia

Come può un paradiso naturalistico (Melilli, Augusta, Priolo) trasformarsi nel “triangolo della morte”? Potrebbe essere questo il sottotitolo di un film documentario veramente bello, purtroppo non facilmente reperibile, essendo un prodotto quasi del tutto indipendente.
Già dal titolo si evince il forte spirito di denuncia che caratterizza l’opera, come a voler evidenziare i numeri di una vera guerra in tempo di “pace”, costata negli anni moltissimi morti, un aumento sconsiderato dei tumori e delle malformazioni neonatali, la contaminazione dell’intera catena alimentare, la distruzione di un’economia semplice ma solida basata sulla pesca, sulla produzione del sale, sulla
agricoltura, con enormi potenzialità di sviluppo turistico: il tutto soppiantato dalle false promesse e dal miraggio dello “sviluppo” industriale, dalla beffa di un posto di lavoro costato sangue e messo oggi in serio pericolo dalle crisi succedutesi (petrolifera, economica, produttiva…).
Il film ripercorre la storia di questi luoghi, cosa essi rappresentavano prima e dopo l’avvento degli impianti; mette in rilievo le storie e le opinioni attraverso interviste ed interventi. Tra di essi ad esempio quello di un contadino che racconta di come uscisse benzina dalla sua pompa di irrigazione e dai rubinetti, episodio a dir poco significativo. E poi i livelli di mercurio oltre ogni limite di sicurezza, i rischi legati al terremoto in una zona altamente sismica e quelli legati alla possibilità di una sequenza di incendi tra impianti troppo vicini tra loro. Insomma storia di una follia tutta italiana. Perché, se è vero che di certo non siamo il solo Paese a subire l’inquinamento industriale, è però altrettanto vero che dopo i crimini commessi in queste terre, per lo meno la bonifica di questi territori dovrebbe costituire un’emergenza nazionale sulla quale non transigere in nessuna maniera. E invece si chiacchiera, si promette, si annuncia… e si decide, come ciliegina sulla torta, di aggiungere un nuovo impianto, stavolta di incenerimento, nella zona di Augusta. Siamo davvero alla beffa. Per fortuna un manipolo di cittadini attivi si batte da anni contro queste ingiustizie. Tra di essi don Palmiro Prisutto, parroco di Brucoli, da sempre attivo contro le ingiustizie vissute dalla gente di queste parti: senza mezzi termini le sue definizioni: “Olocausto industriale”; “Strage di Stato”.





Rifiuti Zero – No ai 4 inceneritori in Sicilia
Spot interpretato dagli attori: Paolo Briguglia, Giovanni Calcagno, Donatella Finocchiaro, Claudio Gioe’
testi di Mauro Mangano - montaggio di Alessandra Pescetta
Produzione La Casa dei Santi per Vivisimeto

Questa volta proponiamo una recensione un po’ diversa dal solito. Mi sembrava infatti giusto ed interessante spendere due parole sullo spot contro i 4 inceneritori previsti in Sicilia. Lo spot è di durata molto breve (appena 1,21 minuti) ma snello ed efficace. Interpretato da 4 attori di grandissimo calibro (e siciliani), esso si presenta sottoforma di video-messaggio al Presidente della Regione Sicilia. “Dica no agli inceneritori in Sicilia!”
Questo è l’invito ironico, pacato ma al tempo stesso convinto e convincente che i 4 attori rivolgono al Presidente, sottolineando l’importanza della raccolta differenziata e l’entità dell’inquinamento causato da questi megaimpianti. La prima volta che ho visionato questo video mi trovavo alla “ViviSimeto 2009” un’iniziativa molto bella organizzata dall’associazione ViviSimeto presso la masseria Aragona di Centuripe (EN).
In quest’area, così come a Bellolampo, Casteltermini, Augusta, si sta lottando da anni con grande forza contro una scelta che appare veramente folle sia in quanto obsoleta, primitiva, irragionevole, costosissima “strategia” di trattamento del rifiuto (tante esperienze in tutto il mondo ed anche in Italia ci dimostrano che una strategia seria di trattamento dei rifiuti prescinde da questi “dinosauri”), sia per le dimensioni assolutamente irrazionali degli impianti previsti, sia per le aree prescelte. In particolare Contrada Cannizzola (Paternò) si trova in un Sito di Interesse Comunitario, pieno di produzioni agricole biologiche di grande pregio, ricco di bellezze naturalistiche, archeologiche, paesaggistiche. Dietro l’incenerimento dei rifiuti si muovono mostruosi interessi economici. Ma, nonostante questo, i coraggiosi “lillipuziani” si stanno facendo valere nella lotta contro questi inquietanti giganti. Lottano con le azioni legali, le manifestazioni, la sensibilizzazione della cittadinanza. Certo il reperimento delle risorse sia umane che economiche che di tempo sono un problema non da poco. Eppure da quelle parti si resiste, con grande coraggio, si resiste. Per ulteriori contatti ed informazioni: www.vivisimeto.it
 



 

Un delfino per amico
(2006) Film di Michael D. Sellers

“A volte la solitudine può rubare la speranza e nasconderla in un posto così lontano da non ritrovarla più…” Il film inizia con questo pensiero profondo che fa da commento alle immagini degli abissi dell’oceano (scenario a dir poco azzeccato per rappresentare questa condizione umana).

Si somigliano quasi tutti questi film ecologisti per ragazzi, sia nella trama che nei dialoghi. Abbastanza banali, sdolcinati e a volte decisamente scontati. Però è sempre un piacere guardarli per almeno due ragioni: le suggestive immagini di paesaggi mozzafiato e scenari incantevoli (nel film in questione ci troviamo alle Bahamas); il piacevole pretesto che ci offrono per parlare di specie animali straordinarie come, in questo caso, i delfini, mammiferi dall’incredibile fascino dotati di capacità comunicative, relazionali ed intellettive uniche, oggetto di studi fin dall’antichità, studi che, secondo i più, hanno fatto emergere solo una parte delle loro potenzialità.

La trama del film parla per l’appunto degli studi di un biologo marino e di tutte le vicissitudini affrontate per la prosecuzione del progetto, ostacolato da enormi interessi economici. Alla comunità locale si impone una scelta: il miraggio economico di uno sviluppo turistico fuori controllo caratterizzato da massiccia cementificazione con i delfini che diventino fenomeni da circo? Oppure il mantenimento di quel meraviglioso ecosistema e degli studi biologici nel rispetto dei delfini?


Grazie alla figlia quattordicenne del protagonista emerge una terza possibilità: una sorta di compromesso virtuoso che veda sì un incremento dello sviluppo turistico ma finalizzato all’osservazione rispettosa dei fenomeni naturali e dei delfini, piuttosto che ad una distruttiva invadenza dell’essere umano. Trovo questo episodio del film (con tutte le riflessioni che ne conseguono) davvero molto interessante e attualissimo. Tratta infatti un tema caro a tutti noi: la posizione delle comunità locali di fronte a decisioni che possono stravolgere un territorio.





Breve trattato sulla decrescita serena
di Serge Latouche
Bollati Boringhieri editore

“Dire che una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito e che le nostre produzioni ed i nostri consumi non possono superare le capacità di rigenerazione della biosfera sono ovvietà su cui non è difficile trovare consensi. Ma molto più difficile è trovare consensi sul fatto altrettanto incontestabile che quelle produzioni e quei consumi devono essere ridotti …” Questa inequivocabile dichiarazione di Latouche assolutamente condivisibile credo che sia il miglior modo per introdurre la recensione di questo testo. Un testo di enorme interesse che può davvero gettare le basi per un confronto serio sulla crisi ecologica e sociale del pianeta. Latouche critica certo il sistema neoliberista ma non risparmia critiche nemmeno alle sinistre, ancora imprigionate, a suo modo di vedere, in logiche produttiviste. Le logiche della crescita infinita, del profitto a tutti i costi hanno creato una situazione paradossale. Cito solo alcuni dei tanti esempi riportati nel testo: i gamberetti danesi vengono spediti in Marocco per essere puliti; poi ritornano in Danimarca e ripartono per la commercializzazione in tutto il mondo; le aragoste scozzesi vengono spedite in Thailandia per la pulitura; poi tornano in Scozia per le procedure di cottura e infine vengono inviate nei supermercati Marks and Spencer. Questi sono solo alcuni esempi (peraltro spesso riscontrabili anche nei nostri supermercati se solo stiamo attenti alle etichette) per evidenziare quante assurdità si compiono con queste dinamiche economiche e commerciali.
Se moltiplichiamo questi esempi possiamo immaginare gli enormi sprechi ed i relativi danni per il pianeta. Per non parlare poi della piaga dell’”obsolescenza programmata”, cioè di quella strategia assurda grazie alla quale la vita media dei prodotti è diminuita enormemente per consentire la maggiore vendita ed i maggiori profitti. Latouche inoltre denuncia i guasti irreversibili e le ingiustizie perpetrate ai danni del Sud del mondo; ad esempio il fatto che 500 navi cariche di rifiuti speciali provenienti dall’Occidente facciano rotta ogni mese verso la Nigeria. Oltre al danno delle risorse defraudate, la beffa di un gravissimo degrado ambientale.
Latouche addita la pubblicità quale tra le principali responsabili dell’inganno della crescita, del miraggio di prodotti inutili venduti come produttori di benessere, con atteggiamenti irresponsabili adottati soprattutto nei confronti dei bambini, irretiti da bombardamenti di messaggi fuorvianti. Questo settore, ricorda l’autore, ha avuto in questi anni il secondo bilancio mondiale dopo gli armamenti. Cambiare rotta è possibile. Un esempio storico citato nel testo lo dimostra: nel 1942, di fronte all’emergenza bellica, l’economia americana fu capace di convertire dall’oggi al domani la produzione di automobili private in produzione di carri d’assalto. Perché non farlo oggi, di fronte all’emergenza ambientale, con destinazioni ovviamente differenti?
Prima di chiudere la mia sintesi, mi permetto anche di avanzare, pur nel rispetto per un’opera essenziale, qualche piccola perplessità. Latouche mette in seria discussione anche termini quali “ecoturismo” o “sviluppo ecosostenibile” che sono serviti, a suo avviso, più a creare degli alibi che delle alternative credibili. Secondo me quanto dice Latouche può in alcuni casi rispondere al vero, ma esistono molte esperienze in cui queste terminologie hanno una loro giustificata sensatezza, esperienze meno impattanti che tendano ad ottenere risultati equilibrati per noi stessi e per il pianeta. Al tempo stesso, nel momento in cui Latouche mette al bando la possibilità di una “crescita altra” penso ai tanti processi virtuosi innescati dal commercio equo solidale in tutti questi anni.
Conclusa la lettura del libro, viene confermata una certezza: il mondo deve cambiare passo, deve prevedere processi di rilocalizzazione e di conversione delle produzioni, la società deve rivalutare il suo rapporto con le cose, le risorse, le persone. Anche concetti quali “turismo di massa” devono essere rivalutati (oggi addirittura si parla di prossimo “turismo spaziale”… assurdo), bisognerà fare sempre meglio con sempre meno, bisognerà lottare per difendere il bene comune. Latouche ci propone anche due nuove categorie che sostituiscano le vecchie: più che una distinzione tra destra e sinistra, auspica una distinzione a suo avviso più appropriata tra “partigiani della preoccupazione ecologica” e “predatori”.




Thank you for smoking
(2005) Film di Jason Reitman

Un film originalissimo, frizzante, estremamente ironico, con una grande sceneggiatura. Il tema di fondo, come si evince dal titolo, ruota attorno al tabacco: il vizio del fumo, la potentissima industria senza scrupoli, la lotta senza quartiere in atto negli Stati Uniti contro questo fenomeno sociale. Il soggetto è incentrato principalmente sul protagonista Nick Naylor (interpretato magistralmente da Aaron Eckhart), un uomo brillante il cui compito è quello di controbattere alle accuse rivolte contro l’industria del tabacco. Con lucidità e cinismo riesce a smontare o ridicolizzare tutti gli attacchi, davanti ai media come davanti agli amici lobbisti dell’alcol e delle armi. Proprio a questi ultimi Naylor ribatte: quanti morti fanno le vostre industrie? E quanti ne fanno gli incidenti stradali? E quanti il colesterolo? Eppure tutto questo non produce scandali ne’ limitazioni né gli stessi allarmismi.
Il film sembra porre l’accento sugli eccessi e le incongruenze che i tabu’, in generale, producono, specialmente in America. Al tempo stesso, attraverso il cinismo del protagonista e le vicende del film, non è di certo tenero verso le multinazionali del tabacco.
Personalmente non amo la caccia alle streghe, i climi di terrore e di condanna nei confronti di chi ha questo vizio. Però, da non fumatore e amante dell’aria salubre, devo ammettere che, da quando si sono attuate politiche di restrizione nei confronti di questo fenomeno, la qualità della vita di molte persone ne ha avuto notevoli benefici.
Pur nel rispetto di chi fuma, è innegabile che poter andare in un ristorante senza riempirti corpo e vestiti di fumo, è un passo in avanti di civiltà. Purchè non si scada nell’intolleranza, ovviamente.



 

Terra Madre
(2009) Film/Documentario di Ermanno Olmi

terra madreUn film fatto con amore e pervaso d'amore. Amore per la Madre Terra, per la natura, per chi si impegna a preservarla, per la civiltà contadina. Non è la prima volta che questo avviene nelle opere di Ermanno Olmi. Anzi, possiamo dire che quasi tutta la sua produzione è permeata di queste tematiche. In questo caso, però, il regista non solo si apre ai temi del movimento “Slow Food” ma ne testimonia, di fatto, un’autentica ed amorevole militanza. A partire dal titolo, che riprende proprio l’evento “Terra Madre” organizzato già 3 volte a Torino e caratterizzato dalla partecipazione di migliaia di delegati provenienti da ogni parte del mondo. Il film trasmette con efficacia le emozioni di quelle giornate attraverso vari interventi di grande spessore.
Di particolare rilievo le parole di Vandana Shiva, che introduce un punto fondamentale: “dobbiamo riuscire a rappresentare la necessità della diminuzione dei consumi e degli sprechi non come un impoverimento ma come un possibile nuovo Rinascimento per l’umanità”. Carlo Pedrini, fondatore del movimento “Slow Food” ed organizzatore di questi convegni dalla portata a mio avviso storica, sottolinea l’urgenza di un’”economia naturale”, un’economia cioè che metta al centro la sostenibilità delle scelte adottate, aspetto, quest’ultimo, la cui essenzialità è sotto gli occhi di tutti.

Essenziale, ad esempio, sarà puntare sempre di più sulla filiera corta, sulla diminuzione delle distanze che separano la materia prima dal consumatore. A tal proposito viene narrata la storia di un contadino del Nord Est, di come è vissuto, di quanto le sue esigenze di vita fossero semplici e “ricche” al tempo stesso.
Particolarmente toccante l’intervento di una delegata africana: “L’occidente ci accusa di essere gli “invasori” e registriamo un preoccupante aumento di razzismo ed intolleranza. In verità, si dimentica troppo spesso che è stata l’Africa ad essere invasa. E la maggior parte dei ragazzi africani che si trovano oggi in Europa, tornerebbe immediatamente a casa se solo avesse un’opportunità.”
Un altro passaggio molto emozionante del film è il reportage sulla Banca dei semi, realizzata in Norvegia per tutelare (consegnandola alle generazioni future) la biodiversità ed un patrimonio naturale di grande importanza messo a rischio dai cambiamenti climatici, dai disastri ambientali, ma soprattutto da una classe politica mondiale che, ancor più che in mala fede, è impreparata (con qualche rara eccezione) a gestire realmente ed efficacemente questa situazione.
Chiudo con l’intervento a mio avviso più incoraggiante. E’ quello di un ragazzo quindicenne del Massachusetts, il quale ha proposto al proprio istituto scolastico un progetto semplice ma molto efficace: “Il progetto Germoglio”, che consisteva nel convertire un vecchio ed inutilizzato campo di calcio in un orto, coltivato e curato dagli studenti, in modo da fornire cibo genuino e biologico alla mensa scolastica. Un progetto che è stato in seguito adottato in varie parti degli USA e anche in Senegal. “Siamo stufi di essere etichettati con frasi tipo: “ah, questi ragazzi di oggi…”. Noi abbiamo dimostrato che ci sappiamo fare. Saremo la generazione che riconcilierà l’essere umano con la terra!”



 


Il candidato
(1972) Film di Michael Ritchie

Analisi lucida e feroce del mondo della politica, “The candidate” si guadagnò un meritatissimo Oscar per la sceneggiatura, a tratti geniale. Il protagonista Bill McKay è un idealista democratico ed ecologista che si candida alle elezioni per il Senato americano. La mentalità e la corruzione del sistema corroderanno il suo modo di pensare. L’iniziale convinta esposizione delle sue idee si tramuterà, pian piano, nell’esposizione di un’immagine ai fini dell’elezione finale, sfruttando i mass media nel perverso inseguimento dei tempi televisivi e delle logiche pubblicitarie.
Di seguito riporto alcuni dei dialoghi premiati meritatamente con l’Oscar. Ascoltandoli, non ho potuto non pensare alla situazione italiana ed alla relativa classe politica.
“Questi uomini politici si reclamizzano come un deodorante qualunque”;
“Non so se qualcuno ha capito quali sono le mie idee” – “ Non preoccuparti, non fa nessuna differenza”;
“Io e te, Bill, sappiamo che sono tutte stronzate, ma l’importante è che gli elettori ci credano”;
Una volta eletto senatore degli Stati Uniti: “E ora cosa hai in mente di fare, senatore?” – “Non lo so” – “Bene, allora sei un senatore perfetto…”





Abbaiare stanca
di Daniel Pennac
Salani editore

In questo testo c’e’ tanta passione per gli amici a 4 zampe. Non è un freddo racconto super partes. Daniel Pennac ama i cani, ne ha avuti molti nella sua vita ed ognuno di essi ha significato tanto per lui.
La grande originalità dell’opera sta nel fatto che la storia viene narrata dal punto di vista del cane protagonista. Non solo il rapporto con l’essere umano ma anche quegli aspetti che possono essere interpretati come bisogni e/o emozioni universali: il frenetico bisogno d’amore, di comprensione, di condivisione; il sentirsi randagi, la lotta per la sopravvivenza, il dolore del distacco, dell’abbandono, le ferite inferte dall’egoismo, dall’indifferenza. Perché “abbaiare stanca” e stanca parecchio, specie se quell’abbaiare rimane inascoltato.

Il libro si chiude con una lucida analisi dell’autore su quello che è il rapporto dell’essere umano con il cane, sulle tante forzature, sul vizio di snaturare questo rapporto soggiogandolo alle varie aspettative egoistiche ed anche sulle difficoltà, le paure, i freni che questo rapporto può contenere e che trovano il pieno rispetto dell’autore. E la riflessione, anche per chi, come me, non ha mai avuto un cane (pur avendolo sempre rispettato con tenerezza) risulta estremamente interessante.
Le ultime tragiche vicende di Scicli (la morte atroce di un bimbo sbranato da un branco di cani) purtroppo ci fanno comprendere che il fenomeno del randagismo è una questione di grande delicatezza che merita la massima attenzione delle istituzioni, affinché si possa affrontare la questione con maturità e saggezza, senza feroci ed inefficaci scorciatoie dettate da una generalizzata psicosi fuori controllo.






Fast Food Nation
(2006) film di Richard Linklater

Si è detto tanto sul mondo dei fast food. I salutisti additano queste aziende come fautrici di uno stile alimentare non salutare e persino cancerogeno, nonché tra le cause del gravoso problema sociale dell’obesità; gli animalisti accusano le condizioni estremamente dure in cui vengono tenuti gli allevamenti di bestiame; gli ambientalisti rimproverano l’annosa questione del consumo di carne, che è causa, attraverso gli allevamenti estremamente impattanti, di uno sperpero immenso di energia, di terra, di coltivazioni, di acqua nonché dell’inquinamento dei corsi d’acqua; i sindacalisti rimproverano le condizioni di sfruttamento che caratterizzano i rapporti di lavoro sia a valle che a monte della produzione. Inoltre ai fast food viene mossa una critica di tipo culturale. Essi sono accusati di essere parte integrante di un sistema malato e per l’appunto “fast” in tutte le sue componenti, persino nel cibo. A questo si contrappone da tempo il movimento dello slow food che tende a riconquistare l’idea del cibo come cultura, come momento sociale di fondamentale importanza da vivere in armonia con il proprio essere e con tutto ciò che ci circonda.
“Fast food nation” è un film di inchiesta basato sulla fiction ma non per questo meno ficcante ed incisivo. Il tema principale è la “carne”. La carne da macello del bestiame tenuto in condizioni a dir poco inumane; la “carne” dei migranti messicani che cercano fortuna negli States sottostando, in molte di queste aziende, a condizioni di lavoro spaventose, pagati in nero e senza i più ovvi criteri di sicurezza. Infine la carne dell’hamburger, sulla quale vengono evidenziate le ombre più inquietanti, persino la presenza al suo interno di coliformi fecali (merda … per intenderci) causata dai forsennati ritmi di produzione che portano alla mancata separazione degli intestini dell’animale da tutto il resto. Certo il film è una fiction ma credo sia importante interrogarci su queste realtà. Personalmente trovo particolarmente ignobile un aspetto: attirare i bambini (attraverso le atmosfere giocose e colorate, attraverso la pubblicità, attraverso i panini premio) verso una probabile obesità e verso problemi sociali e salutari molto seri.
Il film, definito dal New York Times il “film politico più significativo dai tempi di Fahrenheit 9/11”, è una coproduzione USA/Gran Bretagna e vede il coinvolgimento di attori di fama mondiale tra i quali Bruce Willis, Ethan Hawke, Greg Kinner.




Il cucciolo
(1946) film di Clarence Brown

Il film, molto suggestivo, (e interpretato benissimo) non a caso vinse 2 Oscar per la fotografia e la scenografia.

Si narra uno spaccato di vita dei coloni americani dell’800 in Florida e proprio per questo risulta essere di estremo interesse anche da un punto di vista storico.
L’amore viscerale di un bambino verso un cerbiatto rimasto orfano (adottato e quindi strappato a morte certa) si scontra con la dura vita della campagna e dei coloni: la piaga diffusissima della mortalità infantile, la distruzione dei raccolti a causa delle intense piogge, la dura lotta giorno per giorno della vita contro la morte. Insieme a questo però anche la ricchezza della semplicità, la bellezza sconvolgente della natura, l’entusiasmo di sempre nuove ed avventurose scoperte e, in un mondo senza televisione, l’affascinante suggestione delle storie raccontate all’ombra del focolare.
Proprio per questa varietà di argomenti il film è apprezzabile nella sua interezza perché ci offre una visione oggettiva di quel contesto, senza preconcetti né forzature. Un’ultima considerazione: gli animali selvatici, ci dicono gli esperti, è bene che vengano lasciati nel loro mondo. Il contatto con l’essere umano (magari per la brama di possesso di un tenero cucciolo) ne compromette seriamente le caratteristiche di vita ed a volte la vita stessa. L’eccezione ovviamente riguarda situazioni di emergenza come quella narrata in questo film o come nel caso dei collari elettronici a tutela dell’ animale stesso, lo stato di cattività in caso di necessità ecc.



 


Il piccolo panda
(1995) film di Christopher Cain

“Narra una leggenda cinese: una volta i panda erano interamente bianchi. Poi morì una ragazza che li aveva tanto amati. Allora, in segno di lutto, i panda si cosparsero il corpo di cenere. E, asciugando le proprie lacrime, anche gli occhi divennero neri” (tratto dal film).

Classico film per ragazzi dallo spirito ecologista, abbastanza banalotto e scontato. Nonostante questo, il film riesce ad essere godibile grazie a paesaggi cinesi mozzafiato e grazie a questo splendido essere soffice, tenerissimo, “batuffoloso” (consentitemi il neologismo) chiamato panda, specie in pericolo di estinzione, non solo simbolo del WWF ma simbolo internazionale della Pace, grazie alla straordinaria mitezza che lo contraddistingue.

La trama: uno studioso e biologo americano si batte, con il figlio, per il mantenimento della riserva naturale di tutela del panda, messa in pericolo dal bracconaggio e da problemi economici.




Speciale Pace

Non di solo ambiente vive Legambiente. La pace è un tema caro ad ogni volontario, socio, simpatizzante. Così, in un momento in cui, purtroppo, assistiamo all’ennesimo osceno riacutizzarsi del conflitto in Medio Oriente, ben consapevoli che, ahinoi, non è il solo conflitto in atto nel mondo, mi è sembrata cosa buona e utile affrontare questo tema per augurare prima di tutto un 2009 di Pace a chi ci legge.
Introduco il tema con l’immortale testo del compianto Fabrizio De Andrè “Disamistide” (terribilmente attuale, terribilmente bello) per poi riportare 4 recensioni di altrettante incantevoli pellicole pacifiste (tratte dal mio libro: "L’ostinazione della speranza. credere, sentire, vivere...nonostante tutto" - ilmiolibro.it ).

Disamistade
Fabrizio De Andrè


Che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa
a misura di braccio
a distanza di offesa
che alla pace si pensa
che la pace si sfiora
due famiglie disarmate di sangue
si schierano a resa
e per tutti il dolore degli altri
è dolore a metà
si accontenta di cause leggere
la guerra del cuore
il lamento di un cane abbattuto
da un'ombra di passo
si soddisfa di brevi agonie
sulla strada di casa
uno scoppio di sangue
un'assenza apparecchiata per cena
e a ogni sparo all'intorno
si domanda fortuna
che ci fanno queste figlie
a ricamare a cucire
queste macchie di lutto
rinunciate all'amore
fra di loro si nasconde
una speranza smarrita
che il nemico la vuole
che la vuol restituita
e una fretta di mani sorprese
a toccare le mani
che dev'esserci un modo di vivere
senza dolore
una corsa degli occhi negli occhi
a scoprire che invece
è soltanto un riposo del vento
un odiare a metà
e alla parte che manca
si dedica l'autorità
che la disamistade
si oppone alla nostra sventura
questa corsa del tempo
a sparigliare destini e fortuna
che fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa



La grande illusione
(1937) film di Jean Renoir

In questo splendido film pacifista (la definizione fu data dallo stesso regista) ambientato ai tempi della Prima Guerra Mondiale (1917) è completamente assente la logica dei buoni e dei cattivi. C’e’un campionario di ostinati sentimenti umani che si confrontano con l’unico e solo terribile demone: la guerra. A partire dal profondo rispetto dell’ufficiale tedesco nei confronti di quello francese; l’umanità della guardia tedesca che, intenerito dalle sofferenze del prigioniero francese, cerca di consolarlo offrendogli una sigaretta ed un’armonica; l’ironia disperata dei prigionieri in piccoli momenti di svago. E poi il malinconico amore del fuggiasco Marechal (Jean Gabin) con una giovane tedesca vedova di guerra che gli offre ospitalità durante la fuga, amore reso impossibile dalla sporca guerra. In brevi attimi irrompe nella casa della donna una serenità che fa sembrare assai distante il conflitto armato ma i protagonisti sanno che è solo un’illusione. In quella stessa casa Maréchal entra nella stalla e parla alla vacca dandole una pacca affettuosa: “Tu sei una vacca tedesca. Io sono invece nato in Francia ma questo non ci vieta di essere amici!”
Maréchal e l’altro fuggiasco francese Rosenthal proseguono il loro cammino in cerca dei confini svizzeri. Finalmente arrivano e Maréchal chiede: “Ma sei sicuro che sia la Svizzera?A me sembra tutto uguale” Rosenthal risponde: “Che vuoi, le frontiere sono un’invenzione dell’uomo, non della natura.” Maréchal aggiunge: “Bisogna finirla questa guerra!” Rosenthal replica: “Non farti illusioni”.
Stanno per giungere in Svizzera, li raggiungono i tedeschi, uno di loro spara. Ma il compagno lo frena: “Non sparare. Sono già in Svizzera”. Il soldato tedesco risponde amaramente: “Buon per loro.”
In questa ultima frase esclamata con pacata rassegnazione (che rasenta l’invidia) e non con odio viscerale sta a mio avviso tutta l’anima di un film che descrive i protagonisti prima di tutto come vittime della guerra, ostaggi di decisioni non loro, costretti dalla Storia ad eseguire ordini di morte



Duello a Berlino

(1943) film di Michael Powell ed Emeric Pressburger

Durante un duello nasce tra i due sfidanti (un ufficiale tedesco ed uno inglese) una sintonia che ben presto si trasforma in una salda e tenace amicizia. Proprio durante un duello…già da questo particolare si denota lo spirito ottimista e filantropico del film nell’evidenziare quanto grande possa essere la potenza dei sentimenti umani. Il film venne censurato dal governo britannico di Churchill perché ritenuto antimilitarista.
Tale amicizia resisterà alla guerra (affrontata ovviamente nelle due opposte fazioni) pur con qualche inevitabile momento di crisi (l’ufficiale tedesco, nel campo di prigionia, inaridito dalla guerra, ignorerà il saluto dell’amico) ma resisterà. Resisterà alla ferocia del conflitto, all’amore per la stessa donna (svelato solo nella parte conclusiva del film), resisterà ai drammi della vita (la scomparsa della moglie di entrambi) ed all’amarezza dell’ufficiale ribellatosi al nazismo: “Non ho più contatti con i miei figli. Sono dei “buoni” nazisti, per quanto si possa essere dei “buoni” nazisti”.
Riporto infine la riflessione profonda ed interessante della moglie del generale britannico (interpretata da Deborah Kerr). Si riferisce nello specifico ai nazisti ma credo si possa allargare al genere umano. Una parentesi a mio avviso significativa in un film per il resto molto fiducioso ma che, con questa riflessione, pone l’attenzione anche sugli orrori e le nefandezze di cui l’uomo può essere capace:
“Per anni ed anni essi sognano la musica e la poesia, poi ad un tratto scatenano una guerra, bombardano, massacrano e poi, nella medesima uniforme da assassini, ascoltano Schubert. C’e’ qualcosa di spaventoso".

 

Train de vie
(1998) film di Radu Mihaileanu

Nello stesso periodo in cui “La vita è bella” si guadagna un meritatissimo Oscar affrontando il tema terribile della Shoah con la straordinaria e geniale leggiadria di Benigni, esce sugli schermi questa pellicola altrettanto meritevole percorsa da un pulsante desiderio di vita e di pace affidato al sogno impossibile e la “sublime follia” del protagonista.
Un piccolo villaggio ebreo dell’Europa dell’Est viene a sapere dell’arrivo dei nazisti e delle scene di morte e distruzione di cui essi si sono resi protagonisti negli altri vicini villaggi.
Subentra uno stato di inevitabile agitazione generale, si cerca una soluzione: ecco l’idea di un treno camuffato da treno nazista che raggiunga la libertà. E’ necessaria la collaborazione di tutti perché il sogno si avveri e si possa raggiungere l’obiettivo finale. Così si alternano mille peripezie ed episodi teneri, divertenti e surreali (geniale, memorabile la scena dell’incontro con un “esercito” di zingari che aveva avuto la medesima trovata del travestimento. Tra i due “eserciti” nascerà uno “scontro” esaltante a suon di musica e canti): costruiscono il treno, cuciono le stoffe, i vestiti e le divise, perfezionano l’accento ed i modi del finto comandante nazista per renderlo credibile, si mette in moto questa pazza macchina per inseguire il sogno comune della vita.
Un sogno che sembra realizzarsi quando un impietoso primo piano gela gli spettatori: quanto si è visto sta tutto nell’immaginazione della mente ferita del protagonista, il quale, dalle sbarre del campo di concentramento, perde i suoi occhi nel vuoto della cruda realtà.



Joeux Noël
(2005) film di Christian Carion

A mio avviso è molto grave che un episodio storico così bello ed importante come quello contenuto e descritto in questo film non compaia in adeguata evidenza su tutti i libri di storia. Si narrano le “gesta” dei “grandi” dittatori, le “imprese” degli imperi e degli eserciti ma non il piccolo grande miracolo di disobbedienza civile e di fede che avvenne nel Natale del 1914, sul fronte della I guerra mondiale. Due cantanti lirici tedeschi decidono di far visita alla truppa per allietare loro la vigilia di Natale in trincea. Il canto è così bello che rapisce le truppe nemiche scozzesi e francesi all’interno delle rispettive trincee. Un prete scozzese prende la sua cornamusa e risponde con note melodiose. Ne nasce un’atmosfera sublime, di amicizia, fratellanza, disgusto per la guerra. Le tre truppe celebrano il Natale insieme con gratitudine e commozione. Non riusciranno più a spararsi addosso l’un l’altro; anzi, si proteggeranno a vicenda nelle rispettive trincee. Purtroppo non basterà questo gesto a guarire il cancro della guerra. Sia gli ufficiali che le truppe pagheranno le conseguenze di questa vicenda. Ma chi, tra di loro, sarà sopravvissuto all’orrore, avrà qualcosa di diverso da raccontare alle generazioni seguenti. Un segno scolpito nella Storia, un segno che tocca a tutti noi valorizzare in tempi ancora oggi oscurati dalle tenebre della guerra





L'occhio del lupo
di Daniel Pennac
Salani editore

Se cercherete questo testo in una libreria sicuramente lo troverete negli scaffali destinati ai libri per ragazzi. Invece (prendo spunto dalla riflessione di Claudio Bisio sul suo sito) “questo è un libro per adulti che vogliono ancora sognare”. Vi consiglio di addentrarvi in questa fiaba bellissima, vi accorgerete all’ultima pagina, che la lettura è durata troppo poco e che avreste voluto sognare ancora un po’. E’ la storia di un ragazzo africano, chiamato Africa, e di un lupo guercio, Lupo Azzurro. Incontratisi in uno zoo dell’Alaska, entrambi hanno vissuto il dolore, le peripezie, la strada lunga e tortuosa di chi viene abbandonato, subendo la cattiveria di molti uomini, tanto che il lupo è lapidario nel descriverli: “gli uomini? Due zampe e un fucile. Hanno due pelli:la prima nuda, senza un pelo, la seconda, è la nostra.”
Tanto il ragazzo quanto il lupo sono abili nel narrare storie, ognuno a suo modo, ognuno ai suoi simili. Africa però riesce a comunicare non solo con i suoi simili ma anche con il mondo animale. E così, magicamente, avviene anche con il lupo, attraverso le pupille dell’unico occhio visto che anche il ragazzo, per solidarietà, ha provveduto a chiuderne uno. E così condividono le loro storie di sofferenza. Una sofferenza che si scopre essere l’unica causa dell’occhio guercio del lupo: “un occhio solo basta e avanza per uno spettacolo simile!” Ma il ragazzo non ha mai perso la speranza; dopo tanti anni, ha trovato due adulti che gli vogliono bene; ha ritrovato, proprio nello zoo tropicale dell’Alaska, l’amico dromedario Pignatta, con il quale da molto tempo ha “imparato a ridere dentro”. Ha ritrovato l’amico ghepardo, il Gorilla Grigio delle Savane, il Pappagallo Azzurro dalla gola rossa e tutti gli amici di un tempo. Così anche un ambiente triste e angusto come quello dello zoo viene contagiato dalla felicità. E Lupo Azzurro ed Africa riapriranno il loro occhio chiuso.






Into the wild – Nelle terre selvagge
(2007) film di Sean Penn

La vera storia di Christopher McCandless, conosciuto come Alexander Supertramp (1968/1992), trovato morto a soli 24 anni in Alaska, alla fine di un viaggio estremo tra quelle impervie e paradisiache terre voluto con tutte le sue forze. Perché una simile scelta? Per inseguire un sogno? Per il disgusto verso una società arida? L’amore viscerale verso la natura più selvaggia? Uno sterile senso di avventura? Un disagio talmente profondo ed intimo da risultare esplosivo? Scelta di ribellione o di individualismo? Scelta di vittoria (sulle convenzioni, su se stesso, sul vivere borghese) oppure scelta di sconfitta (fuga, rinuncia, isolamento)?
A mio avviso il film ci pone davanti a tutte queste domande e riflessioni. Ma se, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato anche in un piccolo angolino del nostro cuore, di compiere una scelta simile, questo film toccherà delle corde profonde ed intime dentro di noi.
Consiglio vivamente questo film, tratto dal libro di Jon Krakauer “Nelle terre estreme”. Non è un film qualunque; è un film che ci fa guardare allo specchio e che ci fa guardare il mondo, la vita, forse con occhi un po’ diversi. Segnalo, in ordine cronologico due frasi del protagonista che costituiscono, a mio avviso, il bivio, il contrasto all’interno della sua scelta: “Nella vita quello che conta non è essere forti ma sentirsi forti e se vuoi qualcosa veramente datti da fare e prendila…” “La felicità è reale solo se viene condivisa…”





Ridere ultimo (Mondo e Missione)
Edizioni EMI

Questo libro raccoglie le vignette uscite con la rivista del P.I.M.E. “Mondo e Missione” tra il 1974 ed il 1990. Non so quanto sia facile reperirlo. Se riuscite a trovarlo, però, in qualche mercatino dell’usato o in qualche libreria, vi consiglio di acquistarlo, ne vale la pena.
In questi anni vignettisti della stoffa di Vauro ci hanno mostrato quanto possa essere efficace rileggere la realtà con gli occhi della satira più graffiante. In questo testo vignettisti di tutto il mondo interpretano l’abnorme ingiustizia planetaria che vede le moltitudini morire di fame o di guerra, spesso derubate delle proprie risorse a causa di un sistema economico globale perverso, ecologicamente ed umanamente distruttivo ed autodistruttivo. Da tutto ciò deriva il titolo molto azzeccato: “Ridere ultimo”. Per una volta sono proprio gli ultimi della Terra ad avere voce in capitolo, grazie a cento celebri matite simbolo di una parte di mondo che, dalla Svizzera al Brasile, dalla Francia al Burkina Faso, reagisce alle ingiustizie con l’”arma” della vignetta e dell’ironia. Le tante vignette sono intervallate dai commenti di autorevoli personaggi della cultura.



Speciale Orso

Di ritorno da un viaggio in Abruzzo, dove ho potuto far visita a tanti orsi marsicani, osservandoli, filmandoli ed innamorandomene ancora di più, ho pensato, dopo aver già trattato in parte l’argomento in una precedente recensione (il libro “Vita con gli orsi”), di fare un piccolo sunto di opere dedicate a questo animale elusivo, solitario, imponente eppure al tempo stesso tenerissimo, affascinante, straordinario, essenziale attore della vita dei boschi, delle foreste, dei ghiacciai. L’Orso Bruno Marsicano è una sottospecie di Orso Bruno a forte rischio di estinzione. Esistono tante persone impegnate affinché questo non accada.
Per sostenere questi progetti e per altre informazioni: www.mantagnagrande.it. e www.parcoabruzzo.it



L’Orso
di Corrado Teofili
FRANCO MUZZIO EDITORE

Questo testo è un mezzo efficace per soddisfare le proprie curiosità su questa creatura formidabile. Particolarmente puntiglioso ed approfondito è il lato scientifico, sviluppato in modo impeccabile dall’autore (il quale per l’appunto ricopre il ruolo di consulente scientifico per il WWF Italia). Si entra dentro al mondo dell’orso, le sue abitudini, le sue caratteristiche, la sua alimentazione, la descrizione completa e dettagliata delle tante specie di orso esistenti al mondo, molti dei quali purtroppo a rischio di estinzione. “L’uomo ne subisce l’incanto e con esso popola i propri miti e dà corpo alle proprie paure ed ai propri difetti, lo usa come simbolo e come metafora, in un caldo abbraccio ci si addormenta.”
Così Teofili introduce questo libro e penso proprio che non potrebbe esserci introduzione migliore.Lo stesso Teofili, nella presentazione, racconta di come si sia innamorato degli orsi, di come grazie ad essi si sia trasformato da cacciatore ad ecologista convinto e militante. Poi, in appendice, pubblica un intervento del prof. Franco Cardini, il quale ci fa fare un viaggio nella mitologia, nelle allegorie, nelle metafore, nei simbolismi che da sempre circondano il mondo dell’Orso. Simbolismi religiosi (ad esempio l’amore materno dell’Orsa che plasma i figli con la bocca diventa nel II secolo simbolo del Battesimo), sciamanici (le antiche usanze di cibarsi del suo fegato, del suo sangue, del suo cuore per acquisirne la forza ed il coraggio), il rispetto da parte degli Indiani d’America che era quasi devozione; e poi le tante definizioni alternatesi nella storia. Fra le tante ne scelgo due: “il lupo delle api”, immagine molto bella miscela di durezza e dolcezza di questo carnivoro amante del miele; “l’essere che muore e rinasce ogni stagione” con chiaro riferimento al letargo, straordinario fenomeno che porta l’orso a diminuire al minimo le funzioni vitali per resistere all’inverno, al riparo di una grotta.


Alaska
(1995) film di Fraser C. Heston

Film edificante sul rapporto tra l’uomo e la natura. Due ragazzini, grazie all’aiuto di un cucciolo di orso polare cui era stata uccisa la mamma, ritrovano il papà rimasto disperso sulle montagne durante il suo lavoro con l’aeroplano. Durante il viaggio i due ragazzini fanno i conti con il bracconaggio e salvano il cucciolo ingabbiato dai due stessi bracconieri che avevano ucciso la madre. L’orso li aiuterà nel loro tragitto alla ricerca speranzosa del padre tra le rapide e le insidie di una natura selvaggia tutta da godere. Molto interessante l’interpretazione che l’amico indiano dà sul ritrovamento e la sacralità dell’orso.
Alla fine uno dei ragazzini, sopraffatto dalla tenerezza per questa creatura, resisterà alla tentazione di tenere l’orsetto con sé. Lo lasceranno, com’e’ giusto che sia, libero nel suo mondo, tra i ghiacciai dell’Alaska.

 



L’Orso

(1988) film di Jean-Jacques Annaud

Anche questa pellicola mette a nudo la ferocia dei bracconieri. E’ la storia di un’ orsetto rimasto senza la mamma a causa della caduta accidentale di un masso e per questo molto sofferente. Sta un’intera notte al fianco del cadavere (scena molto tenera e realistica: gli orsi sono legati alla mamma in modo viscerale per tutto il periodo dello svezzamento, ne sono addirittura completamente dipendenti). Viene adottato da un grosso grizzlie adulto che lo porta con sé.
Due bracconieri li perseguitano e li catturano ma uno di essi si ritroverà, in una scena indimenticabile, proprio di fronte al grizzlie inferocito. Implorerà l’orso di lasciarlo in vita. E proprio grazie a questo episodio capirà il valore della vita.
Da sottolineare la bellezza delle riprese. Il film, pur essendo ambientato nella Columbia Britannica del 1885, è stato girato interamente sulle Alpi Tirolesi e sulle Dolomiti. Le scene che hanno per protagonisti gli orsi sono veramente incredibili, quasi recitassero sul serio, frutto sicuramente di un lavoro straordinariamente scrupoloso e di un numero infinito di ciak.



I due giorni dell’orso
di Giuseppe Paone
PSICHE E AURORA EDITORE

Questo testo, promosso e sostenuto dal Parco Nazionale d’ Abruzzo, Lazio e Molise, è un romanzo ambientato in questi luoghi meravigliosi.
Interamente stampato su carta riciclata (cosa bene-augurante e purtroppo non frequente) propone una serie di avvincenti e fantasiosi racconti tutti ambientati nei luoghi di questa bellissima area del Centro Italia. E’ bello leggere queste pagine proprio al ritorno dal mio viaggio. Ritrovo narrate quelle vicende e quei personaggi che ho vissuto in parte da vicino in quei giorni: i guardiaparco, i turisti responsabili, gli escursionisti, gli abitanti delle montagne, gli ambientalisti, i veterinari, e purtroppo anche gli irresponsabili, i bracconieri, gli uomini senza scrupoli. Credo che questo libro sia uno strumento eccezionale per la sensibilizzazione degli studenti ma anche per una realistica e sincera promozione turistica. Leggendo queste pagine viene una gran voglia di recarsi in questi luoghi e chi vi scrive vi conferma che non è solo un’illusione, ne vale la pena.



Chiamami aquila
(1981) film di Michael Apted

Può un fumatore incallito, giornalista d’assalto di una città tossica come Chicago, innamorarsi di una ornitologa che vive sulle Montagne Rocciose studiando le Aquile Calve (specie in via di estinzione)? Certo che è possibile. Anche se, per il mantenimento del rapporto, ci vorrà tanto tanto impegno… Stili di vita, di ossigeno, di lavoro completamente opposti si incrociano creando momenti davvero esilaranti. Una commedia deliziosa dotata di irresistibile ironia, con un John Belushi in gran forma.
Lo consiglio vivamente sia per i dialoghi, la grande tenerezza di molte scene e poi per le riprese straordinarie girate sulle Montagne Rocciose (circa metà film è ambientato in quel paradiso).
Mi piace segnalarvi, tra le tante, una battuta del film e dell’indimenticabile John Belushi: “Lei è un galantuomo signor Harriger, non sarà mai presidente"




Radiohead
In Rainbows Tour 2008

La prima volta che ascoltai questa band fu a Catania il 6 agosto 1995. I Radiohead aprivano il concerto dei R.E.M. allo Stadio Cibali. Fu una folgorazione. Da quel momento in poi quella musica non mi ha mai più abbandonato accompagnando molti momenti della mia vita. Oggi sapere che dietro quelle note suadenti, dietro quei testi a volte impregnati di nichilismo ma comunque affascinanti, nascono iniziative di grande importanza per la tutela del pianeta, è davvero un piacere.
E’ come dare una duplice lettura alle gesta di questi ragazzi di Oxford, unendo lo spessore artistico a quello etico. Negli ultimi anni la band ha capito quanto sia importante dare il proprio contributo, specie per chi, come loro, calca le scene della musica. Il CD “In Rainbows” è stato messo in vendita via internet a offerta libera. I Radiohead si sono svincolati dalle grandi industrie discografiche risparmiando un notevole quantitativo di carta e plastica. Hanno facilitato ai fans l’accesso ai concerti scegliendo luoghi più vicini al centro delle città, più accessibili e raggiungibili coi mezzi pubblici. Ad esempio a Milano, proprio per le ragioni prima accennate, hanno preferito l’Arena civica del Parco Sempione al ben più attrezzato Stadio Meazza di San Siro. Inoltre hanno avviato ed approfondito una collaborazione con l’associazione Best Foot Forward per calcolare e ridurre all’osso l’impronta ecologica dei concerti: energie rinnovabili, raccolta differenziata, impianti luce ed audio a basso consumo ecc.
Oggi chi assiste ad un concerto dei Radiohead, assiste ad uno spettacolo sobrio ed essenziale in cui ciò che conta, finalmente, non sono gli esagerati e quasi irritanti effetti speciali di ogni natura e specie ma semplicemente la musica.

 




Gomorra
(2008) film di Matteo Garrone

Dal best seller di Roberto Saviano un film crudo, un vero cazzotto sullo stomaco. Un incubo di 2 ore per noi spettatori, un incubo per tutta la vita per i veri protagonisti della vita reale di Scampia. Non poteva che essere così una efficace trasposizione cinematografica del libro. Diverse terribili storie di vita si intrecciano, divorate dal mostro camorra. In particolare in questa sede è maggiormente attinente approfondire uno degli aspetti narrati: la gestione dei rifiuti tossici. “Se quei rifiuti illegali, gestiti dai clan negli ultimi 30 anni, fossero ammonticchiati, formerebbero una montagna di 14.600 metri su una base di tre ettari, circa il doppio dell'Everest”. Questa la dimensione del fenomeno, secondo Saviano.
Il film mette in luce vari protagonisti plausibili del fenomeno: il mediatore tra le aziende del nord ed i clan (capace di “risolvere” i problemi in qualunque modo, anche mettendo dei ragazzini alla guida dei camion), la famiglia povera che svende il proprio terreno pur sapendo che servirà allo smaltimento illegale dei rifiuti tossici, la vecchietta ignara che raccoglie ingenuamente le pesche dagli alberi contaminati, il ragazzo (unica piccola luce di speranza del film) che preferisce la disoccupazione a quel tipo di lavoro: “io non sono come voi!”
Alla fine due ragazzi del quartiere, che si erano messi nei guai con i boss, vengono trucidati. I loro corpi vengono trasportati con un escavatore proprio come rifiuti. Questa analogia finale, terribile ma assai significativa, chiude il film lasciando un senso di amaro e di nausea.
Alcuni personaggi dello spettacolo si stanno indignando affermando con enfasi che “Napoli non è solo questo”. Voglio credere alla loro buona fede (anche perché è vero che Napoli non è solo questo), ma mi chiedo: cosa si dovrebbe fare allora secondo loro? Continuare a chiudere gli occhi all’infinito? In fondo siamo tutti desiderosi di rassicurazioni, di notizie tranquillizzanti. Ma secondo me chi denuncia, con così tanto coraggio, lo schifo che ci circonda, non può che avere il nostro plauso ed incondizionato sostegno.





Canzoni e ambiente
Viaggio tra le canzoni d’autore

Poteva mancare la musica in questa nostra rubrica? Assolutamente no. Provo così a mettere in rassegna, in ordine cronologico, alcune canzoni d’autore che ho amato profondamente.

- “Cemento armato” dall’album “Collage” – Le Orme – 1971
La prima volta che, grazie a mio zio Franco, ascoltai questo pezzo, fu una folgorazione. E’ il grido di protesta di una generazione, di chi traduceva in note un grande disagio, la rabbia e l’urgenza di una società migliore di questa. La voce melodiosa del cantante contrasta con le “urla”strazianti di un organo Hammond che Pagliuca strapazza impeccabilmente. “Cemento armato la grande città senti la vita che se ne va. Vicino a casa non si respira, è sempre buio ci si dispera. Ci son più sirene nell’aria che canti di usignoli. E’ meglio fuggire e non tornare più.”

- “Il lupo” dall’album “Sul nido del cuculo” – Mario Castelnuovo – 1988
C’e’ tanto amore e tanta poesia di questa canzone di Castelnuovo. Il cantautore scrive mettendosi nei panni del lupo, di fronte ad un fucile, di fronte ad un uomo che non capisce, di fronte ad una compagna che gli viene rubata da un ennesimo assurdo colpo d’arma da fuoco. “Gli uomini conoscono cos’è un fucile, ora che l’ho visto lo conosco anch’io. Ma lo sanno gli uomini cos’è morire, quello di morire è un privilegio mio. Gli uomini lo sanno che cos’è l’amore, ora che t’ho vista lo conosco anch’io, lascia che ti annusi in questo batticuore… Gli uomini lo sanno che cos’è la vita, siamo nel mirino corri un altro po’, ci sorprende il lampo di una fucilata; dimmi stai giocando, non mi dire no. Giovane compagna fossi addormentata? Gli uomini sorridono ora so perché. Leccherò per sempre questa tua ferita; uomo, se hai coraggio prendi pure me… Dietro la collina scende giù la sera. Dietro il nostro amore dorme insieme a te…”

- “A piedi nudi” dall’album “Mi vuoi bene o no?”– Angela Baraldi – 1993
In questo pezzo a mio avviso ritroviamo l’antico spirito hippy, il desiderio di libertà, di evasione, di ricerca di un rapporto intimo con la natura e tutte le sue componenti e poi quella ribellione che troviamo anche, ad esempio, nella storia narrata nel recente film di Sean Penn “Into the wild”. In una società veloce, arida, conformista, inquinata, il desiderio di riconquistare il proprio rapporto con la natura e di sentirsi soprattutto liberi. “Vado via e non bisogno di molti soldi, vado verso la campagna a piedi nudi, corro verso il fiume e mi diverto, con un po’ di vento, con un po’ di pioggia, perdo del tempo. Aspetto che il giorno finisca sulle valli aperte sui fossi l’ortica, mentre il silenzio dei grilli e del grano copre il boato di un mondo lontano lontano. E me ne frego non guardo dove mi siedo, non guardo che ore sono, non so come mi chiamo. E non torno a casa tanto ho perso la strada, tanto non mi piaceva preferisco camminare a piedi nudi. Vado via e non ho bisogno di indicazioni, vado verso la campagna in cerca di visioni. Aspetto seduto se qualcuno passa saluto se chiudo gli occhi continuo a vedere parlo da solo e mi sto ad ascoltare ascoltare, Aspetto che il giorno finisca sui campanelli sui vecchi cortili, dormo per terra riposo la schiena, io sono il matto tra il sole e la luna, la luna. Vado via, vado via….”

- “Marzo 3039” dall’album “Prima di essere un uomo” – Daniele Silvestri 1995
Una canzone visionaria che immagina un futuro inquietante che però, se non stiamo attenti, potrebbe non essere così lontano. E’ un futuro in cui le azioni dell’uomo sono andate fuori controllo ed il protagonista immaginario del pezzo arriva a rimpiangere cose che oggi ci appaiono scontate ma forse scontate non lo sono più: “Chissà com’era quando il sole si poteva guardare e sentirlo sulla pelle fino a farsi bruciare… Chissà com’era quando l’aria si poteva respirare e sentirla nei polmoni fino a farli scoppiare. Ogni notte sogno di nuotare e sento il fuoco sulle labbra che ti lascia il sale… Però… oggi partono i missili, li guarderò e saranno bellissimi…”

- “Il libro della terra”/”Fuori orario”/”Bianco su nero” dall’album “Un po’ di febbre” – Mario Venuti 1994
In questo lavoro di Mario Venuti sono diversi i riferimenti verso la natura ma trova spazio soprattutto un grande desiderio di cambiamento. “Il libro della terra”, con le sue note melodiose, ti verrebbe voglia di ascoltarla davanti ad un panorama mozzafiato. “E lasciami guardare, voglio solo un po’ lasciarmi vivere, presto tutto passa e poi ci lascia. Già torna primavera, tutto è più tranquillo e più felice. E tutto è detto, tutto è scritto dentro al libro della terra. E lasciami ascoltare, vibrano le foglie come anime e quando il fiume passa quasi parla…” “Fuori orario” non è per me solo una canzone, è un manifesto da cui farsi ispirare, è una lezione di vita. “Se abitassi in cima a una montagna e passassi il tempo tutto solo sarei molto più felice di vederti quando vieni e bussi alla mia porta. Invece stiamo in mezzo a tanta gente, gli uni sopra gli altri nei palazzi, ci incrociamo sempre con indifferenza o un poco di aggressività. Chissà, che cosa ci potrebbe capitare se provassimo ad andare fuori orario oltre il nostro monotono binario. Portiamo i desideri più innocenti a bere l’acqua pura di una fonte, l’universo emette voci impercettibili sul ritmo più segreto della vita, mi accorgo che gli incontri e gli abbandoni scandiscono lo scorrere del tempo; i cerchi dentro al tronco di una quercia trasmettono i ricordi ai nuovi rami. Mi sveglio e vado, cammino a passi lenti tra la gente e ricomincio a vivere in orario, lungo un altro possibile binario.”

Abbiamo riscontrato in alcuni pezzi il desiderio di fuga e di evasione. “Bianco su nero” è invece un invito a lottare contro tutto ciò che è ingiustizia, violenza, orrore. E’ l’affresco sofferto di un siciliano ferito. “… una storia di crude violenze dove lo Stato non c’è o non si vede. Ma noi non ci siamo mai dati, da tempo abituati solo a difendere un posto nel nostro piccolo mondo tranquillo. E’ solo un altro spettacolo in onda che accompagna la nostra realtà ma non ci sfiora. Pochi chiarori in un mare così nero è facile disperdersi non sapere dove si va. Spero che il tempo sia giusto con noi e presto ci libererà, eppure lo so per ingenuo che sia la voglia non è solo mia di grandi azioni, di ribellioni che mettano bianco su nero, dopotutto credo ancora a questa voce che dal cuore viene su. Mi sforzo ogni giorno di capire ma non avete scuse, le vostre carriere del crimine bisogna con forza spezzare. Non è detto che avremo solo il destino di dormire o di morire. E quando le azioni feroci colpiscono ancora scegliere il posto in cui nascere è la cosa che più avrei voluto. Oppure dovremmo soltanto inebriarci nei giardini di delizie e non vedere?”




Grey Owl
(1999) film di Richard Attenborough

Pur non essendo un grande capolavoro, questo film ha avuto il grosso merito di narrare e far conoscere la bellissima storia di colui che è considerato, se non addirittura il primo, uno dei primi ecologisti della storia. “Grey Owl” (“Gufo Grigio” – Colui che vola di notte) era in realtà Archibald Stanfeld Belaney, nato in Inghilterra nel 1888, orfano e cresciuto per anni dalle zie. A 17 anni fuggì di casa e si recò in Canada per vivere il suo sogno: la passione viscerale per i nativi americani.
Così entrò in contatto con una tribù di Chippewa, nascose fino alla morte la sua vera identità dicendo a tutti, per giustificare i suoi occhi azzurri, che era un nativo mezzosangue. Così visse per anni da indiano e da cacciatore nella natura selvaggia del Canada. Finchè, dopo un processo di maturazione e la conoscenza del grande amore della sua vita, divenne un convinto difensore della natura e di tutte le sue creature. In particolare divenne uno strenuo sostenitore e difensore dei castori. Scrisse libri e tenne conferenze in tutto il mondo diventando un fondamentale punto di riferimento ecologista. Solo dopo la sua morte, avvenuta per polmonite nel 1938, venne scoperta la verità sulla sua vita e le sue origini. Ma, nonostante ciò, rimane inalterato il valore enorme dei suoi gesti e della vita di un precursore, testimone e protagonista del suo tempo. Non a caso, a distanza di un secolo, sia la terra natia che quella di adozione hanno dedicato a questo personaggio importanti tributi in segno di gratitudine, tenuti presso i locali istituti scolastici.




Gocce di resina

di Mauro Corona
Edizioni Biblioteca dell’Immagine

“La resina è il prodotto di un dolore, una lacrima che cola dall’albero ferito. Gocce dorate, gialle come miele, che non scappano via, non fuggono come l’acqua, non abbandonano l’albero. Rimangono incollate al tronco, per tenergli compagnia, per aiutarlo a resistere, a crescere ancora. I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita”.
Questa è solo una delle tante bellissime metafore contenute in questo libro, giunto alla decima ristampa. Affascinato da questo modo di narrare ed in generale dalla grande e suggestiva simpatia del personaggio, ho deciso di acquistare questo testo.
Mauro Corona è un boscaiolo, scalatore, scultore del legno, disegnatore, in generale un abitante e grande conoscitore delle montagne di Erto. In questo libro vengono descritti minuziosamente gli aspetti piu’ diversi della storia di queste vallate. Da quelli piu’ fastidiosi ed inquietanti (“Costretto da mio padre e da una legge non scritta che voleva un ragazzino bracconiere, fumatore, bevitore e, se non proprio stupratore, quanto meno maltrattatore di donne per poter diventare vero uomo…”) a quelli piu’ belli e teneri (“Lo andavano a trovare perché a quei tempi non si lasciava morire la gente in solitudine”). E’ un viaggio attraverso i racconti, le leggende, i dialetti, gli aneddoti, i ricordi di una vita trascorsa tra i boschi e la gente dei boschi, tra le tante osterie e le migliaia di alberi, con l’ombra costante ed infinitamente triste della tragedia del Vajont, causata dall’avidità e l’arrivismo dell’essere umano, una tragedia che segnò indelebilmente quella parte di Italia.
Chiudo questa recensione segnando l’aspetto piu’ negativo e quello piu’ positivo, secondo il mio parere, di questo testo. L’aspetto piu’ negativo è sicuramente la mancanza di una critica ferma nei confronti del bracconaggio, quando c’e’ è piuttosto timida; gli aspetti piu’ positivi sono sicuramente la sincerità della scrittura ed il sublime uso delle metafore. “Gli uomini sono come alberi, hanno una corteccia che li protegge. Se gliela togli rimangono nudi, li puoi vedere nella loro interezza, nella loro fragilità, nel loro dolore. Vi sono molti attrezzi per togliere la corteccia agli uomini. Uno di questi è l’amore, che fa togliere le linfe come la primavera”.




Oltre il limite
spettacolo teatrale - regia di Monica Felloni e Piero Ristagno

Emozioni forti ed indimenticabili quelle che si provano assistendo allo spettacolo “Oltre il limite”. Protagonisti sono 10 attori con Sindrome di Down, condotti mirabilmente da Giuseppe Calcagno. Tutta l’opera è ispirata alla figura di Angelo D’Arrigo, a distanza di 2 anni esatti dalla sua scomparsa. Una persona che non era solo un recordman. Solo ad occhi ciechi, orecchie sorde e cuori distratti può essere apparso così. Angelo era l’amore viscerale per la natura e per tutti gli esseri viventi. Un esempio, il suo, che viaggia ancora attraverso la sua poesia, le sue immagini ed i progetti di solidarietà portati avanti dalla Fondazione che porta il suo nome.
Ce n’e’ tanta di poesia in quest’opera. La voce narrante, intensa ed emozionante, accompagna le immagini di Angelo con il suo deltaplano, l’atmosfera è subito leggera e gli attori si lasciano andare al volo trasportando gli spettatori in un viaggio talmente emozionante da non poter frenare in alcun modo i loro ripetuti applausi. La scenografia è snella ed essenziale, gli effetti assolutamente efficaci riproducono l’elemento naturale a cui Angelo era legato: l’aria. Gli attori protagonisti uniscono alla naturalezza, leggerezza della loro dimensione una maturità da attori professionisti che non finisce di stupire gli stessi registi.
“Oltre il limite” ha avuto risonanza anche sulle reti televisive nazionali e, sostenuto dal CSVE, è stato proposto anche alle scuole come importante momento formativo.
Alla fine dello spettacolo vedere questi attori così contenti, vedere gli occhi lucidi di tutti i presenti, fa capire che, anche grazie a questo progetto, il sogno di amore e libertà di Angelo D’Arrigo è ancora qui con noi.




Il segreto del bosco vecchio
(1993)
film di Ermanno Olmi

La mancanza di rispetto verso la natura e la mancanza di rispetto verso i propri simili sono due facce della medesima medaglia. Questo film a metà tra la fiaba ed il noir, è a mio avviso un viaggio assolutamente suggestivo nell’animo umano e nelle sue varie sfaccettature. Non è la prima volta che Ermanno Olmi immerge le sue opere nella natura, parte essenziale e imprescindibile del suo raccontare.
L’amministratore di una vecchia proprietà all’interno del bosco vecchio, il colonnello Procolo (interpretato magistralmente da un grande Paolo Villaggio), è disposto a tutto pur di assumerne per intero la proprietà.
Nessuno riesce a dissuaderlo: gli spiriti del bosco, i moniti delle creature, le leggende antiche ed inquietanti, l’importanza e la storia di alberi centenari.La sua sete di possesso supera ogni ammonimento. Decide persino di uccidere il nipote (primo intestatario dell’appartamento). Rimane desolatamente solo con la sua avidità; persino la sua ombra, schifata, decide di abbandonarlo.
Poi, improvvisamente, uno scatto di lucidità e coscienza. Si rende conto di quello che sta facendo, cerca disperatamente di salvare il nipote uscendo, e morendo, in una tormenta di neve. “Il colonnello muore” – sussurrano le creature del bosco. Per fortuna il nipote è salvo, il colonnello si è redento, la sua ombra torna a fargli compagnia e lui, serenamente, muore.
Da un racconto di Dino Buzzati, una fiaba sul rispetto per gli altri e per la natura, su cosa può diventare l’uomo divorato dall’avidità e su come può egli stesso rimettersi in piedi e redimersi, fino all’ultimo respiro di vita.

 



Vita con gli orsi

di Beth Day
Edizioni Garzanti


La vera storia dei coniugi Jim e Laurette Stanton, i quali decidono un bel giorno di abbandonare tutto e andare a vivere tra le foreste nel Nord America. Niente più comodità, niente più “sicurezza”. Stanchi di una società che già nel 1919 dava segnali inquietanti di aridità, scelgono il rischio, scelgono l’amore per i paesaggi sconfinati, scelgono il rapporto diretto con la natura selvaggia. Si arrangiano in baracche di fortuna, si adattano e resteranno per sempre fedeli alla loro scelta di vita. In questo contesto impareranno a convivere con i Grizzlies, i giganteschi orsi delle Montagne Azzurre.
Diceva James Artur Wallace: “Non so bene perché, ma c'è qualcosa negli Orsi che induce ad amarli". Come dargli torto? Anche io sono rimasto stregato dagli orsetti marsicani abruzzesi (ben più mansueti, in verità, dei grizzlies…). In effetti la parte più affascinante del libro, come si evince dal titolo stesso, è proprio il rapporto con questi esseri fenomenali, la loro psicologia, le loro abitudini a volte estremamente curiose. Ad esempio lo “sfruttamento”, da parte dell’orso, dell’olfatto del lupo per una caccia più proficua. I due animali così diventano una vera e propria squadra pur non dandosi alcuna confidenza.
Alcune pagine del libro e della vita dei coniugi Stanton stridono con i criteri di un ambientalismo maturo che abbiamo fatto nostri in questi anni. Jim Stanton è un cacciatore abbastanza responsabile ma è pur sempre un cacciatore. Inoltre si guadagna da vivere con le pelli e tira giù un gran numero di alberi; accompagna i visitatori e curiosi a cacciare. Cerca di farlo in modo responsabile ma l’ impatto ambientale generale non è indifferente. Allora, vi chiederete, perché consiglio questo libro? Perché a mio avviso è uno spaccato di vita interessantissimo. Cosa li ha spinti a fare una scelta di vita così forte e soprattutto a mantenerla, tra lo stupore della gente, per tutti quegli anni? “Non sei al sicuro in questo paese selvaggio” dichiara Jim. “Non sei più una ragazzina, lo sai.” Risponde Laurette: “Ma ho tutto quello che avevo allora. Ho te e gli animali e gli uccelli… e tu, dal canto tuo, hai tutti gli orsi grigi che rimangono al mondo!”




Quotidiano responsabile
di Ugo Biggeri, Valeria Pecchioni, Anne Rasch
Edizioni EMI


“Quotidiano responsabile” è un testo pregevole, ottimo strumento formativo per le scuole ma anche per ogni singolo cittadino che desideri ricevere qualche spunto in più per rispondere alla domanda personale: “cosa posso fare io di fronte ai problemi del pianeta?”
Già dal sottotitolo si evince l’obiettivo che il “Quotidiano responsabile” si propone: “Guida per iniziare giorno per giorno a prendersi cura del mondo e degli altri”. Sia la veste grafica che l’impostazione risultano snelli ed efficaci. La lettura è agevole poiché schematica ed arricchita da pensieri, riflessioni e citazioni di interesse, nonché da consigli bibliografici e di siti internet sui vari argomenti trattati.
E’ un lavoro che approfondisce soprattutto un punto: il peso delle nostre scelte personali non solo nei confronti dell’ambiente ma anche nei confronti dei Paesi del Sud del mondo. L’importanza di un cambiamento degli stili di vita e delle abitudini quotidiane, partendo dai piccoli accorgimenti quali la limitazione delle distrazioni, passando per scelte importanti come quella della finanza etica e del consumo responsabile. E poi il rispetto per le risorse, la gestione dei rifiuti, il risparmio idrico ed energetico, il commercio equo e solidale, il volontariato.
A questo punto immaginerete almeno 400 pagine. Invece sono appena 97 e in questo, a mio avviso, sta un ulteriore punto a favore del testo. Infatti il basso costo ed il basso numero di pagine consente a tutti di avere una sorta di “piantina”, una piccola mappa delle scelte, facile da consultare e da promulgare, un lavoro efficace ma anche sincero.





L’Ottavo giorno
(1996) film di Jaco Van Dormael

“Buongiorno! Sono le 7:30 e ci sono già 5 km di coda sulla Statale 111!” La radiosveglia ricorda ad Harry che sta per iniziare un’altra insensata giornata di finzioni, di maschere, di arida routine. E’ profondamente infelice, un matrimonio fallito alle spalle (le due figlie vivono con la madre), ma non può permettersi di farlo notare. Il suo lavoro ed il suo ruolo nella società non gli consentono di essere triste. “Siate fieri di voi e della vostra banca!” Ma quando è solo nella sua casa con i suoi pensieri medita in segreto il suicidio. “A forza di fingere sei diventato il tuo sistema” gli rimprovera la ex moglie.
In questo contesto irrompe nella sua vita Georges, ragazzo con sindrome di Down. Georges è un ragazzo sensibile e vitale, gli insegna ad amare la vita anche nelle sue piccole cose, gli scioglie i nodi allo stomaco e all’anima.
- “Se tocchi un albero diventi albero”;
- “l’erba, quando la tagliamo, piange. Bisogna consolarla, sfiorarla con dolcezza”;
- Distesi sull’erba: “Restiamo ancora un minuto, un minuto tutto per noi”.
Harry, grazie all’amicizia di Georges, ribalta la sua vita, fugge da una importante convention aziendale e riconquista i rapporti con le figlie e la moglie, riconquista la vita.
Invece quella di Georges è una condizione di diversità che il mondo gli fa pesare fino a condurlo alla morte.
- “Io non sono come gli altri”;
- “Sì, è vero. Tu sei migliore degli altri”. L'ottavo giorno è un film che ci riconcilia con la vita, con l’essenziale, con la bellezza.


 

 

 

 

 

 




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