Legambiente Catania
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ecofilm, ecopensieri

a cura di Marcello Gurrieri

Perché questa rubrica? A mio avviso è bene che le esperienze, le opere ed in generale i percorsi fatti dalle persone non si disperdano ma si possano condividere. In particolare l’argomento ambiente ha bisogno di costanti spunti di riflessione e di incentivi per la maturazione di scelte virtuose e contagiose. Per cui si è pensato di individuare attraverso i libri, le esperienze, i film a tema alcuni spunti interessanti tesi ad arricchire il nostro rapporto emozionale e razionale con l’ambiente ed il pianeta.

Marcello Gurrieri è nato a Ragusa il 9 maggio 1973. Socio di Legambiente Catania, è stato volontario di Mani Tese Sicilia e di Casa Famiglia Puebla. Ama il cinema, lo sport, la musica, la natura e la buona cucina. E' stato responsabile della sede di Ragusa del Centro di Servizio per il Volontariato Etneo. Ha pubblicato i seguenti libri: "Le anime libere della notte" per la Libroitaliano, "L'ostinazione della speranza - credere, sentire, vivere... nonostante tutto" e "Il rugby... secondo me" con www.ilmiolibro.it


Arctic Tale (2007). Film documentario di Adam Ravetch, Sarah Robertson

La descrizione di due cuccioli (di orso polare e di tricheco), della loro vita parallela, della loro crescita, delle grandi difficoltà di sopravvivenza nella regione artica, rese ancora più ardue dai mutamenti climatici e, in particolare, dallo scioglimento dei ghiacciai. E’ proprio questo l’aspetto più interessante e al tempo stesso inquietante del film. Attraverso le immagini ci rendiamo conto in concreto di ciò che sta accadendo, lasciando per un attimo in secondo piano le belle parole o i grandi discorsi. Parlano le immagini e parlano chiaro: l’ orsa polare nuota per miglia e miglia in cerca di un appoggio su cui riposare e in cerca di quel cibo che era abituata a cacciare sulle superfici ghiacciate (ormai troppo esigue); un intero branco di trichechi si trova costretto a peregrinare in cerca di nuove isole, alle prese con onde gigantesche e nuovi pericoli. In questo il documentario, nato dalla collaborazione con il National Geographic, è davvero molto efficace. Ci da una rappresentazione ben precisa di ciò che sta accadendo. Ma, al tempo stesso, ci offre delle divertenti ed interessanti curiosità, soprattutto sulla vita dei trichechi. La loro vita è tutta un lavoro di squadra: si scaldano accucciandosi l’uno con l’altro, si grattano a vicenda se hanno prurito, si muovono insieme, cacciano insieme, mangiano insieme, digeriscono e riposano insieme, si difendono insieme (rendendo così possibile la salvezza anche se assaliti da feroci predatori). E poi… l’amore: pensate che un tricheco può arrivare a cantare per amore anche 50 ore di fila… che bello. Insomma proprio affascinanti questi abitanti del regno di ghiaccio, un regno che si sta deteriorando, rischiando seriamente di vedere “coloro che hanno diritto di viverci sovrani trasformarsi in esiliati”.

17 febbraio 2012





WALL – E (2008). Film di animazione di Andrew Stanton

“La spazzatura è uno strazio? C’e’ spazio nello spazio!” L’invasione dei rifiuti e l’inquinamento dell’atmosfera hanno reso la Terra invivibile. Da 700 anni, ormai, una colonia di esseri umani vive nello spazio a bordo di una navicella spaziale. Sono tutti obesi per via di una vita eccessivamente automatizzata. E’ rimasto solo WALL – E sulla Terra. E’ un robottino che compatta e seleziona la spazzatura, conserva tutto ciò che può essere utile e lavora incessantemente tutto il giorno, allietato da musiche registrate ed immagini di vecchi musical. La sua vita viene turbata dall’arrivo di Eve, un robot inviato per indagare sullo stato del pianeta. Nasce tra loro un tenero “amore”. Il ritrovamento di una piantina, segno di ripresa di vita nel pianeta, darà agli esseri umani la speranza di ricominciare a vivere sulla Terra. Un film che diverte (per via delle tante trovate buffe), stupisce (per l’alta qualità dell’animazione) e fa riflettere (con i chiari riferimenti ai pericoli che corre il nostro pianeta).

4 febbraio 2012






A Bug’s life - Megaminimondo (1998). Film di animazione di John Lasseter e Andrew Stanton

a bug's lifeLe formiche e le cavallette, lo spirito di sacrificio e lo sfruttamento, la condivisione e l’egoismo. In questo divertente film di animazione i due mondi si scontrano in un susseguirsi di trovate, dialoghi esilaranti e chiari riferimenti alla realtà del mondo: “Quelle meschine formichine ci superano in numero di 100 a 1. E se se ne dovessero accorgere addio al nostro stile di vita”. Così il capo delle cavallette avverte i suoi. Flik è una formica pasticciona, sembra saper combinare solo disastri. Quando si trova a mentire nel tentativo di riscattarsi, viene ripreso seccamente e cacciato: “non era mai capitato ad una singola formica di anteporre se stessa alla colonia!” Flik cercherà e troverà l’aiuto di un simpatico gruppo di insetti circensi, e insieme ribalteranno la condizione di sfruttamento subita ad opera delle cavallette. Verso la fine del film una trovata forse un po’ cinica ma, a mio avviso, estremamente comica: la rappresentazione dei pulcini, del loro canto melodioso, del loro candore. Carini, dolcissimi, ma terrificanti per la cavalletta (urlante di paura) che si appresta a diventare il loro cibo.

23 gennaio 2012





Microcosmos – Il popolo dell’erba (1996). Film documentario di Marie Perennou e Claude Nuridsany

microcosmosSi tratta di un’opera straordinaria, realizzata scrutando l’infinitamente piccolo, grazie a strumentazioni precisissime. E’ il “microcosmo”, il mondo che si nasconde tra i fili d’erba, all’interno dei prati fioriti, dove “i sassi sono montagne, lo stagno è un oceano, la stagione è un’intera vita”: così recita la voce narrante nell’introdurre le prime scene. Ed ecco che scopriamo la vita delle lumache, degli scarabei, delle cavallette, delle farfalle, dei bruchi, delle api, dei ragni, di come la loro ragnatela catturi implacabilmente le prede. E poi le bellissime coccinelle, nei loro spostamenti, nella timorosa attesa della pioggia (un goccio d’acqua piovana si trasforma, in questo mondo microscopico, in uno schiaffo violentissimo capace di far barcollare, se non cadere, la coccinella). Ma la parte più strabiliante di questo documentario ritengo sia rappresentata dal mondo delle formiche. Il rumore (amplificato) del loro instancabile, forsennato lavoro. Le riprese all’interno dei formicai sono stupefacenti. Il film ti fa entrare in contatto con la vita che si svolge all’interno di questi minuscoli (per noi) anfratti, tra le riserve di cibo ed il movimento incessante e coordinato delle formiche. Le musiche di Bruno Coulais accompagnano le immagini, così come un’accentuata amplificazione dei rumori, dei fruscii, degli sbattiti d’ali. Un’esplosione di colori e di suoni che ci fa scoprire un mondo incredibile, spesso nascosto ai nostri occhi. Dopo aver visto questo film, quando passeggerò tra i prati, mi sentirò come il gigante Gulliver tra i lillipuziani.

7 gennaio 2012



Pietre in equilibrio

Abbiamo già incontrato, su questa rubrica, una forma di Land Art. Si trattava dell’opera di Dario Gambarin contro il nucleare, realizzata lungo enormi superfici di terreno. In questo caso desidero parlarvi di un altro tipo di Land Art: le pietre in equilibrio. Gli artisti protagonisti di questa originale forma d’arte sono denominati “balancers”. Si tratta di una difficile ed affascinante ricerca di equilibrio tra massi, pietre ed elementi circostanti. Ci vuole chiaramente una pazienza fuori dal comune, un equilibrio non solo fra gli elementi naturali ma anche dentro se stessi. Le pietre in equilibrio, infatti, vengono considerate una importante forma di meditazione o comunque un importante stimolo di ricerca interiore. Leggo sul web: “La ricerca dell’equilibrio di due o più pietre esige pazienza ed umiltà, estraniazione dallo scorrere del tempo, immersione nella natura, ascolto dei suoni e del silenzio. E’ una disciplina mentale che aumenta la sensibilità e la percezione dello scambio di energia tra il soggetto e la pietra da porre in equilibrio”.
Come si può intuire (e come in generale avviene nella Land Art) le opere hanno carattere transitorio e comportano una trasformazione provvisoria dei paesaggi. Esistono tanti tipi di intervento, in base alle dimensioni dei sassi, alla presenza di punti di appoggio ecc.: Equilibrio puro, Equilibrio counter, Pietre accatastate, Free style. Tra i più famosi artisti “balancers” citiamo sicuramente Bill Dan di San Francisco. Tra gli italiani Gabriele Meneguzzi, Renato Brancaleoni, Nicola Belotti, Marco Carnè, Carlo Pietrarossi. Ed è proprio di Pietrarossi la bellissima opera che vediamo in questa foto, una delle tantissime da lui realizzate. Lo abbiamo contattato e ci ha dato, gentilmente, il permesso di pubblicarla.

22 dicembre 2011



Home – La nostra Terra (2009). Film documentario di Yann Arthus-Bertrand

home“La Terra è un miracolo”. Un miracolo di equilibrio in cui “ognuno ha un ruolo preciso in un’armonia delicata e fragile”. “La connessione è vita. Tutto è collegato, niente basta a se stesso. Come acqua e aria che sono inseparabili. La condivisione è essenziale”. Con questa saggia premessa il documentario di Yann Arthus-Bertrand, co- prodotto da Luc Besson, ci introduce un viaggio entusiasmante ed inquietante. Entusiasmante per il gran numero di immagini aeree meravigliose tra i paesaggi miracolosi del nostro pianeta, girate in più di 50 Stati. Inquietante per via di una situazione drammatica e paradossale, dovuta all’ingordigia dell’essere umano. Il quale ha rotto quell’equilibrio delicato, schiavo di ritmi sempre più veloci e frenetici, messi in moto da uno sviluppo incontrollato innescato soprattutto dalla scoperta del petrolio. Il documentario mette in rassegna gli enormi sprechi e gli scenari iniqui e devastanti che tali sprechi sconsiderati hanno comportato e comporteranno; l’irrazionalità di scelte scellerate. Questa irrazionalità viene ben rappresentata da Dubai: “nulla sembra più lontano dalla natura di Dubai ma nulla dipende dalla natura più di Dubai”. Una città che non possiede un solo pannello solare, nonostante un sole inesauribile che picchia incessantemente, forse più che in qualunque altra area del pianeta; una città senza risorse naturali, comprate grazie alla ricchezza proveniente dal petrolio, trasportate da ogni parte del mondo, sperperate in maniera assurda. I problemi ambientali generali vengono esaminati uno per uno: la carenza d’acqua, i riscaldamenti climatici, l’inquinamento, l’estinzione di tante specie animali, le disuguaglianze drammatiche tra i Paesi, la crisi alimentare, i problemi legati all’eccessivo consumo di carne (con allevamenti spropositati che divorano ingentissime risorse). E la deforestazione. “Ci sono voluti 4 miliardi di anni per creare gli alberi, unico elemento in perpetuo movimento verso il cielo”. “Ogni anno scompaiono 13 milioni di ettari di foreste”.
Alla fine del film appaiono delle scritte in sequenza con dati molto interessanti e, certo, anche molto allarmanti, seguiti da flash video inerenti. In chiusura, un messaggio (necessario) di speranza. Vengono citate molte esperienze virtuose: l’aumento della scolarizzazione in moltissimi Paesi, l’impegno delle ONG, i passi avanti nella ricerca, l’aumento dei parchi naturali, l’aumento della raccolta differenziata, i programmi di sfruttamento forestale sostenibile, il commercio equo e solidale, l’aumento delle energie rinnovabili. L’invito è di diventare consumatori responsabili; di diventare, diciamo così, attivamente ottimisti. “E’ il momento di collaborare. Non ha importanza quello che abbiamo perso ma quello che ci resta. Abbiamo ancora metà delle foreste, migliaia di fiumi, laghi e ghiacciai e migliaia di specie rigogliose. Oggi sappiamo che le soluzioni esistono, abbiamo la capacità di cambiare. Allora, cosa stiamo aspettando? Tocca a noi scrivere il seguito della nostra storia. Insieme”.

vai al film


3 dicembre 2011





Terraferma (2011). Film di Emanuele Crialese

terrafermaSeguire la legge della terra, che considera salvare dei naufraghi “favoreggiamento all’immigrazione clandestina”? O seguire la legge del mare, di pescatori che non hanno “mai lasciato nessuno in acqua”? E’ questa una delle domande che “Terraferma” ci grida. I ritratti umani sono approfonditi in maniera impeccabile; chi ha conosciuto i pescatori ed ha avuto modo di parlare con loro ritroverà, in quei volti grinzosi, il carattere arcigno e schietto di chi ha solcato le onde del mare. Le situazioni di vita dell’isola (che richiamano alla mente la realtà di Lampedusa e di altre località soggette all’arrivo di migranti disperati) sono lette con amaro realismo. Il realismo delle grandi difficoltà che hanno gli abitanti isolani a gestire un fenomeno che certamente trasforma le loro vite, mette in crisi il turismo delle feste patinate ed un’economia già di per sé povera; ma mette in crisi soprattutto le loro coscienze. I pescatori si riuniscono per decidere cosa fare. Alcuni (soprattutto tra i più giovani) sono turbati dal timore di mettersi nei guai, di subire una “cattiva pubblicità”, di perdere quel poco che si riesce a raccogliere. I più anziani, invece, temono di tradire “le leggi del mare” e delle loro coscienze. Il film mette in crisi, come del resto la cronaca agghiacciante di questi anni. Mette in crisi, ad esempio, chi ha sempre creduto nella “legalità senza se e senza ma” quale valore imprescindibile. Quegli episodi narrati fanno un po’ scricchiolare, per un momento, questa nostra certa convinzione. Nel senso che, di fronte alle migliaia e migliaia di morti in mare, di fronte ad una legislazione che in tanti giudicano assurda, ci si chiede se non sia il caso di sostituire, in casi come quelli narrati nel film, il rigore con il buon senso. Il tema, di quelli grossi ed ostici, è ripreso anche ne “Il villaggio di cartone” di Ermanno Olmi (2011): il sacerdote protagonista offre ospitalità a migranti senza il permesso di soggiorno. Mi viene anche in mente il film francese “Welcome” di Philippe Lioret (2009): un istruttore di nuoto aiuta un giovane ragazzo curdo giunto in Francia clandestinamente. Tutti i protagonisti di queste pellicole hanno problemi con la legge perché la loro coscienza urla loro l’urgenza di scelte diverse dal delegare, dal far finta di niente, dal voltarsi dall’altra parte o, più in generale, dal compiere una scelta “obbligata” ritenuta ingiusta. Certo non è la sola accoglienza che può risolvere questa situazione, è evidente (ci vogliono soluzioni politiche incrociate, lavorando finalmente per una reale, fruttuosa integrazione, per le opportunità di sviluppo dei Paesi poveri, per la risoluzione dei conflitti armati). Ma altrettanto evidente è l’assurdità del perseguire legalmente chi salva delle vite. Infine, senza voler con questo sminuire la portata di problematiche pesanti, oltre che di opportunità, legate ai flussi migratori, aggiungerei che non va mai dimenticato, a mio avviso, quanto prepotentemente questa povertà e questa disperazione appartengano alla nostra storia di italiani… presenti in ogni angolo del pianeta.

9 novembre 2011




Il grande silenzio (2005). Film documentario di Philip Gröning

Philip Gröning ha cullato per 19 anni il sogno di realizzare questo film: un’opera interamente girata all’interno della Grande Chartreuse, nei pressi di Grenoble, un monastero considerato tra i più austeri al mondo. La lunga attesa è stata premiata con l’Oscar Europeo, categoria “Documentario arte”. In un’epoca così rumorosa da stordire e intontire i nostri cuori e le nostre menti, un tuffo nel “grande silenzio” fa un gran bene. E’ un silenzio interrotto solo dal suono delle campane, della preghiera, del lavoro dei monaci (nella cucina, nella sartoria, nella falegnameria, nella riparazione delle calzature, nella spalatura della neve, nella cura amorevole di una piccola colonia di gatti) e della natura (i corsi d’acqua, la montagna, la pioggia, la primavera, i pascoli). Una natura in primissimo piano nel racconto di vita di questi uomini di fede. I paesaggi mozzafiato delle montagne di Grenoble fanno da cornice sublime al racconto. Un racconto fatto senza l’ausilio di nessun commento parlato (ad eccezione delle parole finali del frate anziano non vedente) né musicale. “Il grande Chartreuse non mi ha imposto alcuna condizione – dice il regista – ad eccezione del fatto di non usare nessuna luce artificiale, nessuna musica aggiuntiva, nessun commento, nessuna equipe addizionale tranne me. Queste condizioni corrispondevano esattamente alla mia idea originale e perciò non hanno rappresentato una restrizione”. Per 4 mesi l’autore ha vissuto all’interno del monastero, ospite di una cella, ed è riuscito a raccontare l’essenza di queste scelte di vita: “Gröning voleva accostarci ad un mistero e riesce a farlo, ecco il miracolo” (IL MESSAGGERO); “Guardate il raggio del sole: ogni essere ne gioisce come se risplendesse solo per lui e tuttavia la terra, l’aria e il mare, sono pieni della sua luce. Allo stesso modo lo Spirito è presente a ogni creatura capace di accoglierlo, come se fosse l’unica creatura al mondo”, quello Spirito descritto come “il mormorio di un vento leggero”. “Il nostro animo fragile trova sollievo nel fascino del deserto e nella campagna riacquistando vigore” (San Bruno). Citazioni di questo tenore percorrono tutta la pellicola. Desidero infine aggiungere una mia personale considerazione. In tempi di sprechi, di consumismo, di bisogni indotti, di sindromi da shopping compulsivo; in tempi in cui c’e’ chi fa debiti per comprare la super-macchina da far vedere a tutti; in tempi in cui il centro commerciale è diventato (come dice padre Alex Zanotelli) “la nuova cattedrale di questa società”, in tempi di dolorosi “pellegrinaggi” nelle sale da gioco, nelle agenzie di scommesse, all’inseguimento disperato del sogno utopistico di una vincita; in tempi in cui non possedere l’ultimo modello di playstation o di telefonino può diventare motivo di frustrazione. In questi tempi che stanno però cambiando velocemente e drammaticamente a causa della grave crisi economica, ebbene, le vite silenziose di questi monaci certosini, la loro sobrietà, il sudore e l’umiltà del loro lavoro (fatto anche di recupero, riparazioni, valorizzazione di ciò che hanno a disposizione) ci dimostrano che la strada per la felicità passa più all’interno di noi stessi che non tra gli scaffali dell’ennesimo negozio.



Finchè c’è guerra c’è speranza (1974). Film di Alberto Sordi

finchè c'è guerra ...Fra i tanti insuperabili talenti di Alberto Sordi, quello che probabilmente mi colpisce di più è la portata quasi profetica e di denuncia sociale di alcune sue interpretazioni. Con “Il medico della mutua” (1968, regia di Luigi Zampa) e “Il prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste, convenzionata con le mutue” (1969, regia di Luciano Salce) vennero raccontati abusi, speculazioni, scandali all’interno della Sanità italiana. Negli anni abbiamo potuto rilevare, ahinoi, quanto fossero, in buona parte, realistici. In “Tutti dentro” (1984, regia di Alberto Sordi) di fatto vennero anticipati gli eventi di Tangentopoli (1992). In “Finchè c’è guerra c’è speranza” Sordi denuncia temi importantissimi che solo di recente hanno avuto un discreto riscontro mediatico (anche grazie alle continue denuncie delle ONG). Nel film si parla dei mercanti di morte, i trafficanti d’armi che fanno da mediatori tra le multinazionali, i governi dittatoriali, i gruppi di ribelli. Ma si parla anche di mine antiuomo (messe al bando dall’Italia solamente molti anni dopo, in seguito a pluriennali campagne di sensibilizzazione); in un passaggio del film vengono spiegate le conseguenze dell’utilizzo delle cluster bombs (le famigerate bombe a grappolo); si parla delle terrificanti bombe a forma di bambole e giocattoli, realizzate appositamente per attirare e mutilare o uccidere i bambini (chiaramente ispirate al <<concetto>> di pulizia etnica). Pietro (Alberto Sordi) è un venditore d’armi senza scrupoli, non si risparmia in profusione di energie, in inventiva, in strategie di emergenza, pur di vendere le sue armi. Più che per sé stesso lo fa per la famiglia, il cui tenore di vita è altissimo, oltre qualunque possibilità per un normale stipendio. Ed è proprio questo, a mio avviso, l’aspetto più interessante del film: la riflessione sugli stili di vita. Messo alle strette dai suoi familiari (delusi per lo scandalo che lo travolge in seguito ad un articolo giornalistico), Pietro si sfoga: “Le guerre non le fanno soltanto i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono, ma anche le persone come voi! Le famiglie come la vostra, che vogliono, vogliono, vogliono, non s’accontentano mai: le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i c…. che ve se fregano!!! Costano molto, e per procurarseli qualcuno bisogna depredare! Ecco perché si fanno le guerre”. Pietro, stanco, deluso, propone alla famiglia di tornare a vendere le pompe idrauliche: “Le mie oneste 300 mila lire le guadagno sicuro”. Ma, davanti ad un simile cambiamento di prospettiva, la famiglia riuscirà a dimenticare tutto in pochi minuti. E Pietro prenderà il solito aereo verso qualche Paese insanguinato.



Fortapàsc (2009). Film di Marco Risi

“Esistono due tipi di giornalisti: i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati. Questo non è un Paese per giornalisti giornalisti”. Giancarlo Siani, giornalista precario de Il Mattino di Napoli, morì assassinato dalla camorra sotto casa della fidanzata il 23 settembre 1985. Pagò con la vita le sue inchieste, che avevano infastidito non poco i boss di Torre Annunziata, i loro rapporti d’affare con la politica. Il film di Risi è molto bello. Dipinge i tratti della personalità di un ragazzo di talento e di grande spessore etico, morto a soli 26 anni. Descrive l’ironia, la timidezza, la dolcezza di un ragazzo come gli altri (la fidanzata, la musica di Vasco Rossi e Bennato, gli amici), il quale però amava il suo mestiere, quel mestiere che aveva sempre sognato; sentiva, di fronte alle carneficine della Torre Annunziata <<fortapasc>>, di fronte agli scandalosi intrallazzi del dopo terremoto, di non poter star zitto e di non fermarsi alle apparenze, alle scuse ufficiali del sindaco, ai discorsi di comodo. In un panorama come quello odierno, così pieno di giornalisti “impiegati” (e, a volte, lasciatemelo dire, più maggiordomi che giornalisti…) sento un senso di profonda gratitudine per Giancarlo Siani e per chi, come lui, cerca, con coraggio, quelle verità così scomode, così complesse, così martoriate dai giochi di potere.






Il mio amico giardiniere (2007) Film di Jean Becker

Un pittore parigino (Daniel Auteil) torna ad abitare nella vecchia casa dei suoi genitori, recentemente scomparsi. Vuole ritrovare le sue radici, i suoi ricordi da bambino, le emozioni della vita in campagna. Assume un giardiniere ex ferroviere (Jean-Pierre Darroussin), che scopre essere stato suo compagno di scuola e di burle. Con lui nasce una piena sintonia. Eppure chi si trova davanti è un uomo semplice. Ma al tempo stesso risoluto, capace di comunicazioni ben più vive ed interessanti dei vorticosi giri di parole di alcuni intellettuali improvvisati, dei loro discorsi da libro stampato, di “tendenza”. Il pittore non ne può più di quegli ambienti, preferisce la schietta saggezza dell’amico giardiniere, tanto da pensare di ritrarre le “sue opere d’arte”: le verdure del giardino. “La gente non sa più quello che mangia. Rinfreschiamogli la memoria”. Qualche critico cinematografico ha trovato banale il modo in cui vengono raffrontate, nel film, vita di campagna e vita di città. Personalmente non ho notato nulla di tutto questo. Bensì, a mio avviso, vi è esclusivamente un’esaltazione della semplicità, da non intendersi (come ricorda il grande cineasta italiano Ermanno Olmi, non nuovo a questi temi) quale “semplicioneria” o mancanza di senso critico. La semplicità è saper cogliere l’essenziale. In questo la campagna è di sicuro aiuto. E, di conseguenza, anche il film, con due bravissimi attori, disinvolti e padroni della scena.





Rosso sopra verde è la mia divisa – Canzoni d’autore contro la guerra
di Mario Bonanno Bastogi

Vorrei iniziare questa recensione con un sincero ringraziamento all’amico Mario Bonanno, scrittore e giornalista di fama nazionale, per il lavoro svolto in tutti questi anni al servizio di tematiche importanti. Al servizio, soprattutto, appassionato e verace, della canzone d’autore italiana; di quel fenomeno che ci ricorda che la canzone può essere non solo uno svago ma anche una forma d’arte con una valenza letteraria, culturale, politica, sociale. Con contenuti tali da spingere l’essere umano alla reazione contro l’ingiustizia, alla speranza pur sotto le bombe di una guerra, alla commozione, a sentirsi vivo. La già enorme potenza della musica, unita alla forza dei contenuti, alla poesia, può far spiccare il volo al cuore dell’uomo (ne abbiamo già parlato anche in queste pagine). Il lavoro di Mario Bonanno è anche un lavoro di approfondimento e di ricerca. Così come avvenuto con “Che mi dici di Stefano Rosso? – Fenomenologia di un cantautore rimosso” edito da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, libro realizzato in collaborazione con Stefania Rosso (figlia del cantautore). Desidero anch’io ricordare Stefano Rosso in questa rubrica (consentitemi questa voluta divagazione): un cantautore ironico, poetico, libero, inspiegabilmente sottovalutato. “E intanto il sole si nasconde, scavalca tutta la città; dietro una multinazionale fa l’occhiolino, se ne va…” … e il grano che nasce e l’acqua che va è un dono di tutti, padroni non ha”. Ma torniamo a “Rosso sopra verde è la mia divisa”. Con questo titolo l’autore riprende il verso di una canzone di Massimo Bubola: il rosso del sangue sopra il verde della divisa militare sono simboli potenti ed efficaci, in direzione di quel disprezzo per la guerra che percorre tutto il libro. Quella guerra che, oltretutto, è legata a stretto filo con la questione ambientale. Come traspare nel testo di Edoardo Bennato “Uffa’ Uffa’”, riportato nel libro: “Uffa’ Uffa’ ma che scocciatura. Questa guerra non mi piace, non la voglio fare. Non mi importa del petrolio, sarò un vile, un anormale, ma questa volta alle Crociate non ci voglio, non ci voglio andare”. Oltre alle canzoni di Edoardo Bennato e Massimo Bubola, troviamo Pierangelo Bertoli, Mario Castelnuovo, Mimmo Cavallo, Fabrizio De Andrè, Edoardo De Angelis, Francesco De Gregori, Eugenio Finardi, Ivano Fossati, Francesco Guccini, Ivan Graziani, Enzo Jannacci, Mimmo Locasciulli, Claudio Lolli, Gino Paoli, Paolo Pietrangeli, Enrico Ruggeri, Luigi Tenco, Roberto Vecchioni, Antonello Venditti (molti altri autori sono comunque citati, anche se non approfonditi). Nella seconda parte del libro troviamo un capitolo dedicato al periodo della contestazione giovanile e dei cosiddetti anni di piombo. Anche in questo caso Bonanno ci espone come la canzone d’autore italiana ha affrontato quegli anni. Chiude un’interessante intervista a Gianfranco Manfredi. Se dovessi descrivere con una sola frase questo testo, seguirei senz’altro l’indicazione dello stesso autore, secondo il quale “più che un libro sul pacifismo è un libro sull’antimilitarismo”.



Spegni lo spreco… Accendi lo sviluppo - Viaggio nel Nord e nel Sud dell’energia -
di Mercedes Mas Solé e Rosita Folli
Terre di Mezzo Editore

Il libro fa parte di una campagna sostenuta dall’Unione Europea per divulgare e condividere idee utili al futuro ed alla speranza di futuro di tutti/e noi. Il progetto è promosso dal Cope (Cooperazione Paesi Emergenti) in collaborazione con Energetica, Oltreilconfine, Tamburi di Pace.
Il volume è una fonte ricchissima a cui possono attingere, per la propria formazione , cittadini, insegnanti, educatori, associazioni e mi auguro classe dirigente (???). Contiene strumenti didattici, citazioni, idee per giochi a tema, grafici, statistiche. Contiene un’attenta, scrupolosa analisi delle problematiche socio-ambientali legate agli stili di vita ed all’uso/abuso dell’energia. Ma soprattutto contiene un largo spazio dedicato alle “Buone notizie” e l’intera seconda parte dedicata alle “Buone pratiche”. Perché è essenziale tenere nella giusta considerazione non solo le ombre ma anche le tante luci che fanno da faro per l’avvenire. Nella parte conclusiva sono riportati approfondimenti di personaggi del calibro di Serge Latouche, padre Alex Zanotelli, Maurizio Pallante, il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Satish Kumar, Lester Brown, Amory Lovins, Avvocati Senza Frontiere. Insomma questo libro è un albero rigoglioso, le cui foglie possiamo essere noi stessi. Infatti viene fatto l’invito a contribuire con idee, suggerimenti, segnalazioni, curiosità. Questo mi sembra un segnale comunicativo molto importante. Di chi vuole dare un contributo senza atteggiarsi a detentore della verità ma semplicemente fare la sua parte per cercare insieme soluzioni complesse a problematiche complesse. Dice André Brink: “Ci sono due tipi di follia da cui guardarsi. Uno è credere che possiamo fare tutto. L’altro è credere che non possiamo fare niente”. Questa è una delle splendide citazioni che arricchiscono il testo. E ne utilizzerei un’altra per chiudere il mio pezzo: “Quando l’uomo pianta alberi sotto i quali sa benissimo che non riuscirà mai a sedersi, ha cominciato a scoprire il vero senso della vita” (Elton Trueblood). In questa frase sta tutto il senso dell’impegno per un futuro difficile ma ancora non scritto. Per info: www.spegnilospreco.org



Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004). Film di Wes Anderson

le avventure acquatiche
Il più gustoso ingrediente di questo film è l’esilarante interpretazione di Bill Murray/Steve Zissou (specialmente nella prima parte) ma tutto il cast è di alto livello (Bud Cort, Anjelica Huston, Cate Blanchett, Owen Wilson, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Michael Gambon).
La storia scorre via come la lettura, all’ombra di un albero, di un libro d’avventure in un caldo pomeriggio di agosto. Ma non si tratta solo di una piacevole e folle avventura surreale (i personaggi, i luoghi, le creature marine del film sono del tutto inventate, frutto della fantasia di Anderson e del co-sceneggiatore Noah Baumbach). Si tratta di un’indagine sui sentimenti umani, si tratta altresì di un’ arguta riflessione sulla verosimiglianza e la consistenza dei miti, sulla cruda differenza che può esserci tra l’immagine e la vera identità dei nostri eroi.
Steve Zissou è un famoso oceanografo, alle prese con le crisi di mezza età, con la stanchezza di un ambiente lavorativo ormai fiacco e privo di entusiasmo (ma sempre ricco di tante finzioni e piccoli inganni verso il pubblico), con la presenza di un figlio, la cui esistenza non ha mai veramente e responsabilmente affrontato ed accettato. Cerca di esorcizzare tutto questo con l’ennesima avventura, alla ricerca dello squalo giaguaro, responsabile della morte di un suo amico e collaboratore. Ma l’avventura si rivelerà molto più ardua del previsto.
E forse suonerà la sveglia per l’inizio di una nuova vita: più responsabile, più vera.





Michael Clayton (2007) Film di Tony Gilroy


michael clayton “E poi realizzo: no, no, no… qui è tutto sbagliato, mi volto a guardare l’edificio ed ho un impressionante momento di chiarezza. Mi rendo conto che ero emerso non dai portali del nostro vasto e potente studio legale ma dal buco del culo di un organismo la cui unica funzione è espellere il veleno necessario perché altri organismi più grandi e più potenti possano distruggere il miracolo dell’umanità. E che io ero stato avvolto da questa patina di merda per gran parte della mia vita e che per eliminarne il fetore e la sporcizia ci avrei messo con tutta probabilità il resto della mia vita.”
Queste sono le parole di Arthur. E’ uscito fuori di testa, questo pensano tutti. Ha lavorato con obbedienza per anni, come Michael, al servizio di uno studio legale senza scrupoli; lo ha fatto senza porsi domande, un perfetto ingranaggio della macchina. Improvvisamente una lucida follia rimescola le carte di tutti: Arthur, Michael, studio legale e, soprattutto, la U-North, azienda di diserbanti chimici seguita dallo studio legale e colpevole di moltissimi tumori a causa della presenza (conosciuta da sempre ma colpevolmente ignorata) di numerose sostanze tossiche cancerogene. La responsabile della U-North, avvertendo il fiato sul collo, fa uccidere Arthur e per poco non si ripete con Michael. Ma la follia di Arthur ha ormai fatto saltare gli ingranaggi, disegnando una svolta decisiva nella vita di Michael, della U-North, dello studio legale, dei malati di tumore. Un film sul potere ed i suoi meccanismi, sulla follia quale esperienza e linguaggio che può decifrare la realtà in modo diverso ma persino più lucido della cosiddetta “normalità”; un film che lascia (o conferma) un enorme desiderio di libertà da tutto ciò che, in questa vita, rischia di ridurci ad automi senz’anima; un film che ho goduto tutto d’un fiato, a partire dalla più intensa e struggente interpretazione che mi sia capitato di vedere da parte di George Clooney. Particolarmente memorabile il lungo piano sequenza sui titoli di coda.



L’uomo del treno (2002) Film di Patrice Le Conte

l'uomo del treno L’incontro tra due solitudini, l’incrocio di due destini, la contaminazione tra due mondi apparentemente opposti: Manesquier, professore in pensione, il suo pianoforte, le sue pantofole, le sue buone maniere; Milan, rapinatore (suo malgrado), le sue pistole, la sua schiettezza, la sua inquietudine. L’incontro fa scoppiare in loro un senso di sintonia, di affinità, di desiderio di raggiungere il mondo dell’altro, di sostituire le pantofole con le pistole e viceversa. Un’amicizia vera, autentica, nel rispetto totale delle reciproche identità. “Pietà per il disperato davanti a cui la folla si scosta”, recita una poesia letta da Manesquier a Milan. I sogni, le riflessioni sulla vita, prendono il volo dalla terrazza, davanti ad una vista incantevole, ai suoni della natura ed al riemergere di ricordi lontani: “era il mio posto preferito. Non avevano costruito intorno. Respiravo profondamente, avevo l’impressione che il mondo sarebbe stato mio”; “bisogna stare attenti alla dolcezza delle cose, perché si rischia di perderne il gusto.” Un film traboccante di poesia…








Che Bio ce la mandi buona (2010). Spettacolo teatrale di Diego Parassole

E’ un Paese strano quello in cui c’e’ bisogno dei comici per rilanciare le tematiche più importanti. E, diciamocelo, in Italia avviene ormai da tanti anni: nell’Africa narrata da Giobbe Covatta, nell’ambientalismo di Beppe Grillo, nella richiesta di una politica più dignitosa (lo stesso Grillo, i fratelli Guzzanti, Crozza, Rossi, Benigni, Albanese, Littizzetto…), e non dimentichiamo l’originaria scuola eccelsa di Dario Fò. Diego Parassole si è inserito con pieno merito all’interno di questa gustosa squadra di utilissimi “inopportuni” (“Sì, lo conosco, è una persona seria. Fa il comico”, citando lo stesso Parassole). Giocando sulla parola Bio (niente da dire, il titolo è molto divertente e azzeccato), ha portato nei teatri italiani uno spettacolo originalissimo per ridere e al tempo stesso riflettere sui nostri stili di vita, sull’insensatezza di un sistema perverso, nel quale “se esci con la tua donna, prendi un taxi e vai al ristorante, i conti del taxi e del ristorante (le due cose che più ti avevano fatto girare le b….) avranno contribuito alla crescita del PIL, la notte d’amore con lei (che ti ha reso felice) no. […]. Tutto entra nel PIL: crimini, catastrofi, inquinamento, incidenti, stragi. E’ la sfiga il vero motore dell’economia” (per non parlare delle guerre, aggiungerei io). Insomma, ridendo, ci rendiamo conto ancora di più che tante cose vanno cambiate. Non ci sono ricette certe, ma una cosa è sicuramente essenziale: mettere al primo posto il rispetto dell’essere umano e dell’ambiente nell’economia e nella politica del mondo. E’ un’economia malata quella in cui devi fare una guerra per far crescere il PIL. Chi potrebbe negarlo? Intanto Parassole mette su, in questi giorni, un’altra provocazione teatrale sui problemi legati al futuro, il cui titolo è tutto un programma: “I consumisti mangiano i bambini”.

http://www.teatrodellacooperativa.it/index.php?page=che-bio-ce-la-mandi-buona


La gabbianella e il gatto (1998). Film di animazione di Enzo D’Alò

la gabbianella e il gatto

“La gabbianella e il gatto” è un film di animazione tratto dall’omonimo romanzo di Luis Sepùlveda. Ed è un’opera davvero preziosa che ha divertito, ispirato, emozionato, arricchito grandi e piccini. Perché la storia ideata da Sepùlveda (protagonista anche del film come voce del poeta) è ricchissima di spunti di riflessione: tra tutti il rispetto per le diversità e per l’ambiente. Una gabbiana, travolta in mare dal petrolio (fuoriuscito da una petroliera alla deriva) riesce, prima di morire, ad affidare il suo uovo al gatto Zorba per covarlo ed insegnare al nuovo nato a volare. Maschio e gatto, per Zorba sembra una impresa impossibile. Ma l'amore ed il cuore caldo di Zorba faranno il necessario per realizzarla. Una bellissima iniezione di saggezza e fantasia. Quella fantasia che gli adulti tendono a disperdere con il trascorrere degli anni. Come fa notare il figlio del poeta al padre: - “Papà, perché la poesia ha perso la rima?” - “E’ diventata una poesia per grandi, è cresciuta e ha perso la rima”.








L’urlo della Terra – Nuclear Pax Opera Land Art di Dario Gambarin.

opera land art dario gambarinLa Land Art è un’espressione artistica nata negli anni ’70. Il suo obiettivo è quello di fare arte mettendo al centro la natura e in particolare la terra. Insomma una grande celebrazione della natura, un mezzo simbolicamente potente per lanciare messaggi importanti. Dario Gambarin, con la sua ultima fatica, ha voluto esprimere il suo NO deciso al nucleare. L’opera è stata realizzata nella campagna di Castagnaro (Verona) su una superficie di 35 mila metri quadrati. In questo momento così delicato per il futuro del pianeta, ho pensato che potesse essere importante parlarne in questa nostra rubrica. Potreste obiettare: ma tutta questa superficie coltivabile? Ebbene, la Land Art di Gambarin è scrupolosamente attenta ai tempi della terra, della semina e della raccolta. Per cui la modifica del paesaggio è solamente temporanea e assolutamente ecosostenibile.
Ho avuto il piacere di parlargli telefonicamente. Ed è stato bello cogliere l’essenza delle motivazioni che hanno ispirato quest’opera: l’amore per la terra, per il buon senso, per la vita, il pianeta, il futuro. Le drammatiche conseguenze dello Tsunami giapponese rilanciano drammaticamente ed urgentemente il tema del nucleare nel dibattito internazionale. E, purtroppo, non sempre in buona fede. Sul nucleare ruotano interessi economici (più che energetici) spaventosi. E’ un dibattito acceso, vibrante, vitale. Qualcuno attacca gli ambientalisti italiani di essere dei “demagoghi”, degli “allarmisti”, degli “estremisti”, dimenticando che il “NO” al nucleare viene urlato a gran voce da moltissimi scienziati: uno su tutti il Premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, oppure i 24 scienziati autori di una lettera aperta inviata, già nel marzo del 2010, ai candidati alla carica di Governatore delle Regioni. Oppure i 1200 scienziati che firmarono, già nel 2008 (quindi in tempi non sospetti) l’appello antinucleare dell’Università di Bologna. C’e’ chi dice che la parola non può passare ai cittadini in quanto “tecnicamente impreparati”. Ma è proprio del futuro di questi cittadini, delle loro vite, dei loro figli che si sta parlando. C’e’ chi sostiene che esista il “nucleare sicuro” di quarta generazione, ignorando il problema abnorme delle scorie, mai risolto; ignorando che un Paese altamente sismico come l’Italia non può permettersi questa roulette russa; ignorando che l’uranio è tutt’altro che una fonte inesauribile; ignorando le incredibili potenzialità che le rinnovabili avrebbero, se ben sfruttate, nel nostro Paese. Per non parlare della fonte di energia più sicura, economica, efficace, redditizia: il risparmio energetico (sul quale abbiamo ancora risultati imbarazzanti).

Il referendum si svolgerà il 12 e 13 giugno 2011 e conterrà 4 tematiche molto importanti. Chi vorrà fermare il nucleare in Italia dovrà votare SI.




127 hours (2010) Film di Danny Boyle.

127 oreUn rubinetto lasciato aperto distrattamente, l’acqua che si perde, la telefonata della mamma ignorata, l’euforia di una nuova avventura. Inizia così, come in tante precedenti esperienze, l’evento che cambierà per sempre la vita di Aron Ralston, escursionista scalatore statunitense. Ed è la storia incredibile e vera narrata in questo film. Una roccia cade sul braccio di Aron e lo immobilizza irrimediabilmente, costringendolo a 127 ore di agonia, fino alla scelta finale di amputarselo per poter ritrovare una possibilità di fuga. Gli scenari naturali mozzafiato dello Utah, le invenzioni registiche entusiasmanti (come la telecamera posta nella borraccia tra le ultime gocce d’acqua aspirate disperatamente dal protagonista) e l’interpretazione straordinaria di James Franco, rendono il film estremamente coinvolgente. Inoltre esso suscita molti spunti di riflessione: innanzitutto sul necessario rapporto di rispetto e timore, oltre che di amore, che bisognerebbe avere nei confronti della natura. La sottovalutazione incosciente degli elementi, infatti, porta il protagonista a non riferire a nessuno il luogo della sua escursione, rendendo impossibili i soccorsi. Un’altra riflessione che emerge prepotentemente nel film è l’importanza delle risorse naturali e la superficialità con cui le utilizziamo. Quell’acqua che veniva dispersa all’inizio del film con distrazione e pressappochismo si rivelerà la cosa più importante, vitale, desiderata, nel momento più estremo della disavventura di Aron. Inoltre sottolineerei la parte più struggente e intensa del film: le riflessioni di Aron sulla sua vita. L’improvvisa consapevolezza delle occasioni perdute, dei propri egoismi, di quei sentimenti considerati scontati ma che scontati non sono e che vanno coltivati con cura. Tutto questo si presenta davanti ad Aron con forza. Con così tanta forza che si troverà a dire “grazie” a quel masso (“ha aspettato me in tutto questo tempo”) quale occasione, seppure drammatica, di un cambiamento profondo. La pubblicità del film proponeva questa frase: “fino a che punto può arrivare un uomo per restare vivo?” Aron ha resistito, cercando la calma, l’autoironia e giungendo fino ad amputarsi un braccio. Direi che questo gesto di vita così estremo ci porta a fare la medesima domanda a noi stessi: fino a che punto siamo disposti a lottare per la vita?



The day after tomorrow – L’alba del giorno dopo (2004) Film di Roland Emmerich


Lo dico subito, a scanso di equivoci: odio il genere catastrofico. Premesso questo, non posso esimermi dal riportare in questa rubrica un film come “The day after tomorrow – L’alba del giorno dopo”. Esso, infatti, trattando l’argomento del surriscaldamento globale e delle possibili conseguenze ad esso correlate, si propone come proficuo campanello d’allarme per il futuro preoccupante ed inquietante del pianeta. Perché possiamo accusare gli ambientalisti di essere dei menagramo, possiamo fare gesti scaramantici di ogni tipo, possiamo chiudere gli occhi o cambiare canale, oppure andare da un bravo analista (questi carichi di ansia non fanno bene a nessuno). Ma nulla di tutto ciò ci allontanerà dalla cruda realtà: o l’essere umano cambia registro attivandosi in tutti i modi possibili, o il futuro del pianeta è seriamente compromesso. Se le Maldive decidono di realizzare il Consiglio dei Ministri sott’acqua, quale gesto provocatorio per il rischio di scomparsa delle isole a causa dell’innalzamento delle acque, vuol dire che non è più tempo di scherzare. Nel finale del film, di fronte all’apocalisse ormai avvenuta, il vicepresidente degli Stati Uniti promette che “mai più l’uomo cercherà di sovrastare la natura”. Speriamo che i potenti della Terra prendano la medesima decisione, ma con migliore tempismo.





Fearless (2006). Film di Ronny Yu

fearlessUna storia di redenzione attraverso le arti marziali. Il protagonista, realmente esistito nella Cina degli inizi del 900 e interpretato da Jet Li, è Huo Yuanjia, un grande combattente ma uomo mediocre, ignaro dello spirito vero e profondo delle arti marziali, mirante più all’equilibrio interiore che non alla vendetta ed alla sopraffazione. Pagherà a carissimo prezzo questa incongruenza; la madre e la figlia saranno uccise proprio per vendetta, in seguito ad uno scontro violentissimo rivelatosi insensato. Divorato dai sensi di colpa, tenterà il suicidio e verrà salvato da una comunità contadina. Essa gli ridonerà il sorriso e la ricchezza della vita semplice di campagna, il vero senso della vita e delle stesse arti marziali, il rispetto per le piccole grandi cose di tutti i giorni: gli affetti, la piantagione del riso, il fluire dell’acqua. Ed il vento, davanti al quale restare fermi e immobili, ad occhi chiusi, quasi in segno di rispetto. E poi l’amore gratuito di una dolcissima ragazza non vedente e della nonna, il coraggio della vita di tutti i giorni e della condivisione, in luogo di una vorace fame di successo conquistato inseguendo l’effimera lode delle masse. Huo Yuanjia ritroverà l’umiltà, un senso nuovo per interpretare le arti marziali come strumento di unione e non di ostilità. Ed il coraggio, quello vero. Non quello che ci vuole per uccidere una persona, ma quello che lui troverà nel chiedere perdono alla famiglia di quella persona uccisa.





Green (2009). Film - documentario di Patrick Rouxell

Il frastuono della “modernità” (del traffico, dei taglialegna, delle fabbriche inquinanti) ed il suono rasserenante della vita della foresta. In una contrapposizione continua, traumatica e molto significativa, il film documentario di Rouxell, meritevole vincitore di numerosi premi, non ha bisogno di alcuna voce narrante, di nessun commento, di nessuna chiacchiera. Parlano le immagini e lo fanno in modo persino spietato. Il trattamento verso gli animali è esposto in tutta la sua crudezza: incatenati, fatti diventare fenomeni da circo, messi in gabbia, privati del loro habitat naturale. Ed ecco descritto il fenomeno della deforestazione, con puntigliosa precisione: il legno usato in occidente per la mobilia, per l’oggettistica, per la carta, per le iniziative dell’alta moda e soprattutto per l’olio di palma. Tutto questo a caro, carissimo prezzo. L’immagine finale è molto significativa: un’aquila vola nella città, sembra un’aquila… ma è soltanto un aquilone. Il documentario è un’opera di fortissima denuncia sociale. Sui titoli di coda vengono elencati tutti i responsabili della deforestazione indonesiana: le industrie della carta, del legno, dell’olio di palma, i poteri economici e politici. E ovviamente i consumatori, alla base di questo sistema produttivo. Ora, vi chiederete: che alternative ci sono? Oggi esistono diversi modi per poter acquistare prodotti eco-compatibili. Si tratta di fare delle scelte. Esistono prodotti cartacei realizzati in modo ecologico, esistono prodotti riciclati, esistono prodotti realizzati attraverso foreste controllate. E non sempre i prezzi sono superiori alla media. Ad esempio i prodotti di un noto marchio offrono queste garanzie e, al tempo stesso, mantengono la politica del mantenimento di prezzi piuttosto bassi. Il film offre comunque, per tutta la sua durata, la faccia dolce della medaglia: le cure amorevoli dei volontari verso lo scimpanzè agonizzante. E probabilmente quello scimpanzè è un simbolo potente dell’agonia del pianeta, intrappolato nelle ragnatele (più volte inquadrate) di scelte sbagliate e senza futuro.
Il film è visionabile gratuitamente attraverso il seguente link:

http://greenfilm.free.fr/Streaming.html



La ragazza delle balene (2002) Film di Niki Caro

Può essere un film realista e fiabesco allo stesso tempo? Sembra impossibile ma mi sembra proprio il caso di questo film neozelandese. Il realismo deriva dalla descrizione dello smarrimento, della disillusione, del disorientamento vissuto dal popolo Maori nel disperato tentativo di mantenere salda l’antichissima cultura Maori. Ma il film, dicevo, è anche una splendida fiaba. Narra la storia di una bambina, Paikea, che avrebbe dovuto essere, se fosse nata maschio, il predestinato condottiero del popolo del villaggio Whangara verso una rivalsa e riunificazione Maori. La bambina, nonostante gli insegnamenti del nonno, Koro, non viene ritenuta idonea e credibile, in quanto bambina. Eppure sarà proprio lei a rischiare la propria vita, a salvare dalla morte un branco di balene arenate salendo su una di esse (come da leggenda Maori) e conducendole in mare aperto. Ed il popolo del villaggio ritroverà l’orgoglio della propria identità: “andremo avanti, tutti insieme, con tutte le nostre forze”. Tra gli scenari incantevoli nella Nuova Zelanda, spicca a mio avviso una scena su tutte: il primo tentativo fallito dal popolo del villaggio, di spingere in mare le balene arenate. Koro, osservando la scena stravolto, si pone un interrogativo che potremmo allargare a tanti problemi del genere: “di chi è la colpa? Di chi è la colpa? Di chi è la colpa?”





Scappo dalla città – La vita, l’amore, le vacche (1991) Film di Ron Underwood

scappo dalla città la vita l'amore le vacche“Voi signorini di città vi preoccupate di un sacco di stronzate. Passate 50 settimane l’anno a fare nodi alla corda e poi credete che due settimane qui bastino a scioglierli”. Il posto a cui Curly (capo-spedizione interpretato da Jack Palance) si riferisce, è il selvaggio west, dove i 3 protagonisti del film guideranno, tra esilaranti disavventure di ogni tipo, una mandria di vacche, destinazione Nuovo Messico. Un tipo di vacanza diverso, scelto dai 3 amici non solo per una “botta” di adrenalina ma per superare le crisi delle loro vite da quarantenni di città. E guardare in faccia la realtà con più coraggio, ispirati dalla semplicità di uno stile di vita durissimo, ma a contatto con la natura e con se stessi, sdraiati all’aria aperta sotto le stelle.
Le mie personali valutazioni su questa commedia:
- divertentissimo; ci sono battute, trovate, riprese che fanno veramente stropicciare gli occhi dalle risate;
- commovente; mettendo a nudo la personalità dei 3 amici, del loro passato, dei loro problemi, dei loro contrasti, del loro affetto reciproco, il film si tramuta in un sincero inno all’amicizia, facendoti provare sincera gratitudine per questo meraviglioso sentimento;
- nostalgico; sulle immagini del film il telespettatore viaggia sull’onda dei propri ricordi e viene preso da un grande desiderio di avventura, uno spirito forse infantile ma del tutto salutare;
- profondo; afferma Curly, con una saggezza semplice ma assolutamente efficace da mandriano del west: “Il segreto della vita è soltanto una cosa, una sola. Tienila stretta e tutto il resto può andare a puttane”. Come avviene spesso sono le persone semplici a regalarci i più grandi insegnamenti. E così Mitch (nel rapporto con la sua famiglia), Ed (nel ritrovato desiderio di paternità), Phil (nel coraggio di ricominciare una nuova vita) torneranno a casa diversi, arricchiti di fiducia e coraggio.



Natural killers – Una vita con gli orsi (2006) Documentario di Andreas Kieling per la Parthenon Entertainment


In questa rubrica abbiamo già abbondantemente affrontato l’argomento “orsi” attraverso uno speciale piuttosto approfondito. Ma la mia è proprio una passione. Così mi è capitato di acquistare questo DVD della serie “Natural Killers”, un ciclo di documentari dedicati ai grandi predatori. Ebbene, lo stupore è stato tale da pensare ad un’immediata recensione. Si tratta di un viaggio del documentarista tedesco Andreas Kieling attraverso i paradisi dell’Alaska, in particolare presso le Isole Aleutine. Andreas non è certo nuovo a questa esperienza. Per più di dieci anni ha filmato scrupolosamente gli orsi grizzly. Ma c’e’ qualcosa di diverso e di nuovo in questo viaggio: la presenza del figlio Erik, di soli 10 anni. Erik sognava sin da piccolissimo di seguire il padre nelle sue spedizioni. Andreas lo ha ritenuto pronto e preparato. E così inizia la loro (e nostra …) avventura. Immagini strabilianti, panorami mozzafiato, ma soprattutto incredibili inquadrature a pochi passi dagli orsi: li si vede giocare, correre, cacciare, mangiare i salmoni, la frutta, l’erba e…il microfono (o meglio l’antivento in pelo) della telecamera. Non mancano gli imprevisti: ad esempio l’orso che si avvicina al bimbo Erik per “rubargli” il salmone appena pescato mentre il padre è impegnato in riprese subacquee (il grizzly verrà allontanato dallo spruzzo di uno speciale spray irritante); gli improvvisi stravolgimenti meteorologici tipici di quella area geografica; l’incagliamento della barca in seguito alla bassa marea. Non mancano neanche i piccoli grandi colpi di fortuna che caratterizzano tutti i grandi documentaristi, i quali vedono premiata la grande pazienza e perseveranza con scene impreviste piombate lì all’improvviso (e prontamente riprese) quasi come un dono del fato.



Due fratelli (2004) Film di Jean-Jacques Annaud

due fratelliJean-Jacques Annaud aveva già stupito il mondo con “L’orso”, ospitato anche nelle pagine di questa nostra rubrica. Direi che si è sicuramente ripetuto con questa pellicola dedicata al meraviglioso felino a rischio, ahinoi, di estinzione. Sto parlando della tigre. Amata, temuta, vittima di soprusi di ogni tipo: cacciatori di pelle, domatori circensi senza scrupoli, patetici omuncoli armati col fucile in cerca di <<gloria>> (alias cacciatori). Ma il problema probabilmente più gravoso (e comune a tutte le specie a rischio di estinzione) è la riduzione spaventosa dell’habitat naturale, in un mondo che tratta la natura senza alcun ritegno, trainato verso l’abisso dal dio denaro. Ma torniamo al film. E’ la storia di due fratelli tigrotti, la cui vita è travolta dal passaggio di esseri umani senza scrupoli. Papà tigre ucciso, mamma tigre ferita gravemente, i due tigrotti venduti e separati. Troveranno amorevole attenzione solo in un bimbo ed in un cacciatore pentito. Dopo tante vicissitudini saranno costretti, inconsapevolmente, a scontrarsi l’un l’altro in una esibizione pubblica. Ad un certo punto però, guardandosi negli occhi (scena indimenticabile) si riconosceranno e deluderanno gli assatanati dell’arena: non più l’agognata ferocia, bensì coccole e gesti di affetto tra i due fratelli ritrovatisi miracolosamente. Il film è interpretato benissimo ed alcune sequenze sono davvero incantevoli. In particolare gli insuperabili primi piani sui tigrotti.





Il ritorno di don Camillo (1953) Film di Julien Duvivier - appunti sul film e su tutta la serie -

Grazie all’amico Giovanni Cantone (esperto delle serie dedicate a don Camillo e Peppone) ho riscoperto con molto divertimento questi film tratti dagli scritti di Giovanni Guareschi. Mi riferisco ovviamente alla prima serie, interpretata da Fernandel e Gino Cervi. Le storie, ambientate nella bassa padana emiliana, raccontano le vicende umane di quei luoghi nel dopoguerra. In particolare il rapporto umano tra il parroco don Camillo ed il sindaco comunista Peppone. Un rapporto fatto di durissimi scontri ideologici, di rigide prese di posizione trasformate spesso e volentieri in muri ed invalicabili steccati “di principio”, di prese in giro e sfottò, ma anche di un profondo e tacito rispetto reciproco non privo di malcelata affettuosità. Fernandel e Gino Cervi furono straordinari nell’interpretare questi ruoli, ebbero una sintonia ed un affiatamento tali da essere considerati, dai più, insostituibili (nonostante i successivi e ripetuti tentativi di ripetere l’avventura). I dialoghi sono spassosissimi, così come le battute e le mimiche facciali. Ma non mancano i momenti profondi, commoventi, emozionanti. In particolare quando viene esplicitata quella semplicità di fondo che caratterizzava quegli ambienti dell’epoca e che, probabilmente, questo Paese ha perduto, inseguendo miti non sempre meritevoli. In questo ragionamento va collocata la durezza quotidiana della vita di campagna ma anche la genuinità di quegli stili di vita, pur con i limiti e le negatività proprie di ogni epoca. Riferendoci invece all’episodio specifico: “Il ritorno di don Camillo”, l’ho scelto in quanto a più stretto contatto con la descrizione della natura e quindi più vicino ai temi della rubrica. Cito ad esempio le scene girate in alta montagna (don Camillo costretto per punizione a vivere a Montenara, un posto impervio e quasi inaccessibile). E poi tutta la vicenda dell’esondazione del fiume Po. Alcune riprese sono girate addirittura sui luoghi dell’alluvione, con ancora le acque presenti sulla scena. Proprio grazie alla narrazione di questa vicenda emerge quel senso di solidarietà, di unione al di là delle ideologie, di condivisione che fa parte della storia di quella comunità. Ma va detto che un po’ tutta Italia, da nord a sud, in occasione di simili calamità naturali, ha quasi sempre saputo ritrovarsi solidale e unito. Questo non va dimenticato; in un Paese allo sbando come il nostro, il senso di solidarietà offre ancora qualche luce incoraggiante.



Il giardino di limoni (2008) Film di Eran Riklis


Salma è una donna palestinese che ha lottato tutta una vita per portare avanti la famiglia. Il marito ed i genitori sono morti, i figli distanti. Il suo giardino di limoni è tutto il suo mondo, tutta la sua vita. Se ne occupa con immenso amore, insieme al lavorante di fiducia, fedele collaboratore della famiglia da 50 anni. Salma cura i suoi limoni, li taglia, prepara le conserve, fa le limonate per gli ospiti. Quel giardino è tutta la sua vita, una sorta di tesoro affettivo che riconduce la mente ed il cuore di Salma ai ricordi da bambina; a quando, in braccio al papà, si inerpicava per cogliere i limoni più alti. Un giorno il ministro della difesa israeliano prende casa proprio accanto a quella di Salma. Per esigenze spietate di sicurezza (più supposte che reali) viene dato l’ordine di abbattimento degli alberi secolari del giardino. Il che sconvolge inevitabilmente la vita di Salma, la quale inizia una lunga e coraggiosa battaglia legale che, nonostante gli sforzi dell’avvocato, la solidarietà della moglie del ministro, dei giornali e dell’opinione pubblica, si concluderà alla Corte Suprema con un compromesso doloroso e insignificante. C’e’ tanto dolore in questa pellicola di Riklis. E non potrebbe essere altrimenti, visto il contesto in cui si svolge la storia. E’ il dolore dei muri culturali e di cemento, della paura che diventa allarmismo, di anni di sanguinoso interminabile conflitto. Ma c’e’ anche una visione romantica e struggente della natura: gli alberi descritti come esseri viventi bisognosi di cure, rispetto e gentilezza. C’e’ la sensibilità femminile che si tramuta in solidarietà (la moglie del ministro, l’agguerrita giornalista). C’e’ la descrizione di mondi diversissimi: il mondo israeliano, il mondo palestinese. E in termini più generali potremmo anche dire: l’arroganza del potere, la faticosa resistenza degli ultimi.



Tutto il grillo che conta – 12 anni di monologhi, polemiche, censure
Cura redazionale di Fausto Vitaliano, consulenza editoriale di Marco Morosini
Feltrinelli

“Gli americani comperano migliaia di tonnellate di biscotti danesi e i danesi migliaia di tonnellate di biscotti americani con un viavai di navi, aerei, treni. Sarà giusto? Forse sì, perché i biscotti sono diversi. E allora perché non si scambiano la ricetta???”
Negli spettacoli di Beppe Grillo si ride così tanto da sentirsi quasi male ed al tempo stesso si pensa, si riflette, ci si rende conto di quante cose strambe e senza alcun senso si muovono intorno a noi tra indifferenza diffusa e mancanza di consapevolezza. “Tutto il grillo che conta” è un libro che raccoglie in forma scritta gli spettacoli del comico genovese dal 1993 al 2005 e, nella parte finale, i pezzi scritti per quotidiani e riviste. Certo si sente la mancanza della esilarante gestualità e della strepitosa mimica facciale di Grillo, ma il risultato di pensare ridendo è ugualmente garantito. E, come sappiamo, in questo gioco molto serio del comico genovese le tematiche ambientali la fanno da padrone. I gesti simbolici potenti come l’aerosol fatto con il tubo di scappamento dell’auto all’idrogeno sono entrati nella storia dello spettacolo e dell’ecologia. Così come le campagne a favore di un <<futuro>> pulito già pronto da 30 anni ma rimasto nei cassetti, a giudizio di Grillo, per una terribile sudditanza e/o complicità dei potenti nel rapporto con gli interessi dominanti (petrolio, nucleare, armamenti). Il futuro possibile è “disegnato” dalla volontà dei singoli, artigiani, liberi pensatori, che a volte riescono ad ispirare anche la politica (come avviene in Germania). Questo ovviamente se la politica si lascia ispirare. Perché non c’e’ peggior sordo di chi non vuol sentire. Come nel caso dell’Italia, distante anni luce da certe scelte virtuose ed essenziali: una distanza culturale ed etica.




Disputa su Dio e dintorni

di Corrado Augias e Vito Mancuso
Mondadori

Se fossi costretto a riassumere in una frase il contenuto di questo libro, potrei dire: il trionfo dell’intelligenza, o meglio il trionfo di due intelligenze ispirate e sensibili. Il tema trattato è di quelli grossi, di quelli per cui ci si appassiona, ci si infervora e persino si litiga: esiste Dio? Qual e’ il senso di tutto? Quale quello della natura, della vita, dell’evoluzione dell’essere umano, delle scelte umane in generale e di quelle della istituzione Chiesa in particolare, dei suoi dogmi e delle sue prese di posizione? Qual è il senso della storia, dei massacri, della sofferenza, del fluire così variegato dell’esistenza? Tutto questo e molto altro ancora viene trattato senza timidezze e proprio per questo il termine “disputa” ben si addice al lavoro svolto, in quanto i due autori (Corrado Augias, non credente “militante” e Vito Mancuso, teologo laico) se le danno di santa ragione, senza buonismi né ipocrisie. Ma sempre nell’assoluto rispetto reciproco, in un botta e risposta continuo ed esaltante, che fa letteralmente “divorare” le 254 pagine scritte e pensate con coinvolgente e spontanea passione.
Consiglio vivamente questo libro a tutti/e: perché comunque la si pensi, al termine della lettura ci si trova enormemente arricchiti e stimolati a fare la propria parte per diventare un elemento di armonia in questo pianeta affaticato e zoppicante. E’ proprio questo comune denominatore ad uscire dai racconti, i ragionamenti, i confronti dei due autori: uno spirito etico profondo in entrambi i ragionamenti (ovviamente laico quello di Augias; ovviamente spirituale quello di Mancuso). Insomma una gran voglia di esserci e di esserci al meglio delle proprie possibilità: questo il tacito condiviso invito dei due autori. Così, al termine della “disputa”, pur restando entrambi, com’era preventivabile, fermi sulle loro convinzioni, Augias e Mancuso si dichiarano contenti ed arricchiti da questo intenso appassionato scambio, contagiati positivamente l’uno dall’altro. E’ così che gli esseri umani dovrebbero imparare a comunicare tra loro.



Il piccolo libro verde del viaggio
di Federica Brunini Morellini Editore

Forse a qualcuno risulteranno banali le informazioni contenute in questo libro, ma una bellaripassata non fa di certo male. Si tratta di un’interessante serie di consigli per chi vuole viaggiare in modo ecologicamente responsabile, prendendo consapevolezza di quanto consumiamo viaggiando e di quanto possiamo diminuire il nostro impatto sul pianeta con qualche opportuno accorgimento. Che il trasporto in treno sia più ecocompatibile dell’aereo è cosa risaputa (almeno per le medie percorrenze dovremmo utilizzarlo, sperando che Trenitalia possa aiutarci in questo). Ma meno conosciuta, ad esempio, è l’informazione che viaggiare di notte aumenta i nostri consumi (causa impianti di illuminazione, specie in aereo). Un’altra curiosità è che l’utilizzo della toilet in aereo causa un maggiore dispendio di carburante, in quanto si mette un moto un certo quantitativo di energia per far funzionare il tutto. L’autrice ovviamente non dice: non fate la pipì! Ma, se si facesse un po’ di attenzione, specie nei viaggi di piccola percorrenza, si potrebbe tranquillamente evitare. E comunque è un arricchimento esserne a conoscenza. Questi sono solo alcuni esempi. I consigli pratici sono ben 250 e riguardano tutti gli aspetti del viaggio (mezzo di trasporto, albergo, fotografie, bagagli, souvenir, abbigliamento ecc.).





Eternal sunshine of the spotless mind (2004)
Film di Michel Gondry

Fino a che punto la tecnologia ed il progresso umano possono giungere? Esiste un limite da non valicare? Tra le tante riflessioni ed emozioni suscitate da questa perla cinematografica (tradotta in Italia con l’assurdo, ammiccante, ingannevole “Se mi lasci ti cancello”) c’e’ sicuramente anche lo spunto posto pocanzi. Infatti la trama del film parla di una industria emergente che riesce, su richiesta, ad asportare dal cervello determinati ricordi relativi ai sentimenti traditi, alle storie d’amore tormentate. Così Joel e Clementine (interpretati in modo memorabile rispettivamente da Jim Carrey e Kate Winslet) decidono entrambi (l’uno all’insaputa dell’altra) di farsi asportare ogni ricordo, ogni immagine della loro sofferta storia d’amore. Ma il subconscio di Joel, durante l’asportazione, si ribella, creando un gap nel sistema. Nonostante questo imprevisto causato dall’improvviso e reiterato rifiuto di rinunciare a determinati ricordi, l’operazione va a buon fine. Le strade dei due si incroceranno di nuovo e verranno travolte dalla conoscenza dei reciproci dossier di cancellazione. Il film sembra voler incoraggiare la vita, in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più dolorose. In una società quale quella attuale, caratterizzata dall’ illusione dell’eterna giovinezza, dal mito della <<sicurezza>>, dalla paura della sofferenza ed in generale di ogni forte emozione, il film di Gondry non può farci che bene.

 

 

 

 




Una scomoda verità (2006)
Film Documentario di Davis Guggenheim/Al Gore

una scomoda veritàNella politica dei nostri giorni il percorso delle buone intenzioni è molto arduo. Ed è difficile credere che un candidato alla presidenza USA, dopo aver ricevuto i finanziamenti per la propria campagna elettorale (possibilmente da aziende petrolifere o produttrici di armi) sia poi realmente libero di agire al meglio delle proprie possibilità. Però oggi, a distanza di tanti anni e col senno di poi, sapere che Al Gore perdette la presidenza per una dubbia manciata di voti e che al suo posto venne eletto George W. Bush (con tutto quello che ne è conseguito) fa veramente venire un po’ di magone, per lo meno per quanto riguarda le tematiche ambientali. Questo film documentario non è certo tranquillizzante, anzi direi senz’altro ansiogeno, ma è un’opera importante e necessaria perché mette a nudo la situazione del pianeta senza mezze misure: le conseguenze del riscaldamento globale ed il problema delle emissioni, l’aumento drammatico dell’intensità degli uragani, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento delle acque (Manhattan rischia ad esempio di essere completamente sommersa), le deformazioni della natura causate da questa situazione, le conseguenze sui Paesi poveri, gli incendi, il peso delle nuove tecnologie nell’impatto umano sul pianeta. Personalmente la parte del film che trovo più interessante è quando Gore smentisce che gli scienziati siano in disaccordo sul fatto che sia l’uomo a causare questa situazione. Su 928 articoli scientifici nessuno esprime contrarietà a questo concetto. Al tempo stesso, quale paragone di propaganda disonesta, Gore fa vedere la campagna con cui, anni fa, si sosteneva che il fumo non faceva male. Si tratta in pratica dei soliti goffi tentativi al servizio delle grandi multinazionali. “E’ difficile far capire qualcosa ad un uomo se il suo stipendio dipende proprio da questo suo non riuscire a capire”. Con l’ausilio delle esperienze personali di Gore (e anche dei ricordi nostalgici), di grafici, statistiche, di immagini video e fotografiche, nonché di simpatici cartoons, Gore espone la sua lezione sul futuro. Presentando anche le alternative possibili. “Abbiamo tutto ciò che serve eccetto, forse, la volontà politica. Ma in America la volontà politica è una risorsa rinnovabile”. A 4 anni dall’uscita del film abbiamo il primo presidente nero della storia americana. Speriamo che rappresenti al meglio questo auspicio di cambiamento.


“Il mio amico Eric”
(titolo originale “Looking for Eric”)
(2009) Film di Ken Loach

Il regista inglese Ken Loach proviene da anni di impegno civile e politico, riversato nelle sue pellicole estremamente asciutte, trasformate in prezioso strumento per dare voce agli ultimi, agli sfruttati ed alle sfruttate del nostro tempo. In questo modo però Loach ha corso più volte il rischio di ripetersi nella riproposizione di copioni drammatici quasi scontati, sia pur quasi sempre ben fatti ed egregiamente interpretati.
“Il mio amico Eric” fa compiere a Loach un ulteriore salto di qualità, rivelandosi come una riuscitissima equilibrata sintesi tra commedia e dramma, presentando agli spettatori un eccezionale campionario di emozioni umane: è un film sull’amore, sul disagio mentale, sulle ingiustizie, sulla forza di rialzare la testa di fronte alle vicissitudini della vita, sulla precarietà del lavoro, sul disagio sociale, sui conflitti generazionali, sulla bellezza dello sport e del calcio in particolare
(descritto poeticamente grazie al co-protagonista Eric Cantona, grande campione della Premier League prestato al cinema per questo personaggio immaginario nato dalla mente delirante del protagonista) ma direi che soprattutto è un film sull’amicizia e la solidarietà. In questo il film è molto fiducioso e ottimista, vede nei rapporti umani e nell’unione tra le persone la forza dirompente per cambiare le cose (personali e del mondo). “Devi fidarti dei tuoi compagni, in ogni caso. Altrimenti tutto è perduto”. Il film possiede aspetti da fiaba, da sogno ed al tempo stesso la durezza del realismo più crudo. Ma soprattutto ha la caratteristica essenziale di suscitare emozioni. E credo sia un dono speciale per chi si sente solo, incompreso, ai margini di una società gestita da squali (con tutto il rispetto dovuto agli squali…).
 




Earth – La nostra terra
(2007) Film di Alastair Fothergill, Mark Linfield

E’ lecito chiedersi con stupore come sia stato possibile realizzare un film di questo livello spettacolare. E non si tratta di una spettacolarità ricostruita al computer ma di uno specchio fedele dei maestosi scenari della natura. Ebbene questo risultato è il frutto di 200 location, 4500 giorni di riprese, dei quali 250 giorni in cielo (ad altezze mai raggiunte prima dai video-operatori, parliamo ad esempio degli 8.844 metri di altezza sopra le cime dell’Everest) per un investimento di 40 milioni di dollari e 0 ritocchi in digitale. Partendo dalle riprese spaziali del pianeta, ecco susseguirsi in sequenza: i giochi sulla neve dell’orso polare, appena uscito dal letargo, con i suoi cuccioli; la vita diurna e notturna della foresta; gli inseguimenti dei predatori lungo le vallate; la maestosità e la durezza del deserto; le migrazioni degli uccelli; le tempeste; gli oceani; la lotta per l’acqua e per il cibo (resa ancora più ardua dagli sconvolgimenti climatici). In sintesi: “il cerchio della vita, con il quale la maggior parte di noi uomini <<civilizzati>>, ha perso il contatto”. Così afferma la voce narrante di Paolo Bonolis (nella versione italiana) il quale svolge l’insolito compito senza infamia e senza lode. Il film ci ricorda che abbiamo solo questo pianeta, che la Terra è l’unico pianeta vivibile e dobbiamo difenderlo e tutelarlo. A conclusione di questa breve recensione vorrei citare il critico cinematografico Tullio Kezich, che ci consente di chiudere con un sorriso un po’ amaro questo pezzo: “Dopo aver visto “Earth – La nostra terra “ verrebbe spontaneo dare un consiglio ai dirigenti della Rai: fate veder più animali e meno politici”.


Speciale Charlie Chaplin

In tempi di rivoluzioni digitali (3D, proiezioni stereoscopiche tridimensionali, ambienti e persino personaggi ricreati artificialmente col computer) pensare di potersi emozionare davanti ad un film muto potrebbe apparire un assurdo. Ma non è così. I film di Chaplin sono davvero senza tempo. Uniscono la forza comica a quella drammatica, la bellezza della musica alle intuizioni geniali del cinema muto chapliniano (non disperse nel seguito sonoro) e soprattutto una forza idealistica ed etica dirompente. E’ proprio questo l’aspetto che mi suggerisce di parlarvene nell’ambito di questa rubrica. La scelta delle pellicole è stata ardua, mi sono basato esclusivamente su quei film che sono maggiormente in linea con le tematiche trattate in questo ambito. Differentemente mai avrei potuto esimermi dall’inserire autentici capolavori quali “Luci della città”, “Luci della ribalta”, “Il monello”, veri e propri gioielli di artigianato cinematografico pieni zeppi di contenuti, suggestioni, lezioni di vita. Ve li consiglio vivamente, andate a riscoprirli, ne resterete ammaliati. Per chi invece volesse conoscere più da vicino il personaggio Chaplin consiglio il film del 1992 di Richard Attemborough “Charlot” con una grande interpretazione di Robert Downey Jr alle prese con un ruolo suggestivo ma a dir poco arduo quale quello di Chaplin.
I film di Charlie Chaplin hanno fatto emergere le problematiche sociali della povertà, dell’ingiustizia, della guerra, della vecchiaia, della depressione, dell’alcolismo, dei rischi della società industriale, dell’arroganza del potere e delle istituzioni, il tutto sempre con una carica umanista coraggiosa, vissuta con libertà anarchica ed il senso di colpa di “descrivere i poveri non essendo povero”. Eppure Chaplin pagò di suo (e piuttosto caro) per quanto ebbe il coraggio di dire. Artisticamente fu non sempre compreso e accolto, fu costretto ad emigrare in Svizzera a causa delle false accuse maccartiste. Oggi possiamo solo dirgli grazie per aver dato voce agli ultimi, aver preso in giro i potenti e aver regalato un sorriso a chi non aveva più la forza di ridere.

Charlie Chaplin
di Giorgio Cremonini
Edizioni Il Castoro Cinema

Gli amanti di Chaplin troveranno senz’altro interessante la lettura di questo libro. Gli ingredienti sono molti: tra di essi spicca l’elevato numero di citazioni riportate mettendo a confronto le opinioni più disparate e, a volte, contrapposte; le illustrazioni fotografiche che vanno di pari passo con la descrizione dell’artista Chaplin e delle sue opere.
Detto questo, bisogna evidenziare che il linguaggio adoperato risulta a tratti troppo cerebrale, eccessivamente tecnico, quasi a puntare esclusivamente agli addetti ai lavori. Ed i ragionamenti sulla poetica, l’anima e gli obiettivi di Chaplin si rivelano a mio avviso come delle vere e proprie forzature.
Insomma consiglio l’opera a chi già conosce Chaplin e lo vorrebbe approfondire. Ma a chi volesse tuffarsi per la prima volta in questo mare di emozioni dico una cosa sola: lasciate perdere schematismi mentali di qualunque tipo, inserite il DVD o la videocassetta nel lettore e lasciatevi andare: scoprirete un mondo magico senza tempo, capace ancora, a quasi un secolo di distanza, di far palpitare il cuore.


Tempi moderni

(1936) film di Charles Chaplin

Charlie Chaplin credeva nel progresso umano. Ma, da grande osservatore umanista, si rese conto di cosa la rivoluzione industriale stesse causando: l’essere umano ridotto a numero, a cifra esanime di un capitalismo selvaggio per il lucro di pochissimi uomini senza scrupoli; lo sfruttamento indiscriminato delle risorse (umane e non) nella meccanizzazione di un produttivismo sempre più disumano pronto a sacrificare i posti di lavoro per una maggiore velocizzazione delle catene di montaggio; il lucro sopra qualunque altra cosa, dominatore di ogni scelta e/o ragionamento. In pratica più un aumento degli strumenti di sopraffazione da parte dei forti verso i deboli che un aumento di opportunità per la razza umana. Quello che Chaplin osservava nel 1936 non era nulla in confronto a quello che si sarebbe verificato negli anni a seguire (mettendo a rischio, come sappiamo, l’intero ecosistema) ma il suo sguardo illuminato seppe essere lucido monito (purtroppo inascoltato) per la società tutta. Si ride tanto in questo film ma, come spesso avviene nei film di Chaplin, la risata è al servizio di una visione più ampia e profonda del mondo.
 

 

Il grande dittatore
(1940) film di Charles Chaplin

“Se il vagabondo deve morire, morirà dicendo le cose in cui credo”. Queste parole vengono attribuite, nel film di Attemburough, ad un Chaplin affranto per l’avvento del sonoro che avrebbe ucciso, a suo modo di vedere, la magia del cinema muto e quindi del vagabondo, il personaggio che aveva dato lustro ed ispirazione all’autore londinese. E le cose dette ne “Il grande dittatore” sono di quelle che lasciano il segno.
Specie in un momento in cui Hitler espandeva il dominio tedesco provocando i fermenti che daranno vita, due anni più tardi, alla seconda guerra mondiale.
Un Hitler che, incredibile davvero, aveva palesi somiglianze (nella statura, nel volto e soprattutto nei baffetti) con il vagabondo chapliniano. E così nasce la storia del barbiere ebreo sosia di Hinkel (pseudonimo utilizzato nel film per descrivere il dittatore tedesco).
Tanti sono i momenti indimenticabili de “Il grande dittatore”: la formidabile presa in giro nei confronti dei due dittatori Hinkel (Hitler) e Napoloni (Mussolini) impegnati a salire più in alto possibile con la propria sedia per dimostrarsi superiore all’altro; il balletto di Hynkel (Hitler) con il mappamondo quasi a voler dire “il mondo è mio!!!”; il discorso ad Anna ed all’umanità (che riportiamo integralmente nel video qui accanto) dal quale comprendiamo a fondo quanto questo film non sia soltanto un film ma un’immersione totale di Chaplin nella sofferenza del mondo, un grido di speranza, il cinema utilizzato come strumento per reagire alle scelte folli dell’uomo. “In questo mondo c’e’ posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi.
La vita può essere felice e magnifica ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotto a passo d’oca fra le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà […]”
 

 

La donna di Parigi
(1923) film di Charles Chaplin

Marie e Jean, un amore tormentato, aggredito da mentalità chiuse e bigotte del piccolo villaggio, da un destino avverso che blocca inesorabilmente i due al momento della partenza per una nuova vita insieme a Parigi. I due si perdono di vista e si rincontrano, dopo tanti anni, proprio in quella Parigi che avevano sognato.
Jean è divenuto un artista e vive in condizioni di estrema povertà; Marie è entrata, come amante di un ricco possidente, nel mondo dell’aristocrazia parigina. Ormai troppo diversi tra loro, Marie e Jean vivono solo qualche fugace e triste slancio emotivo di quell’amore che fu. Preso dallo sconforto, Jean si suicida.
La madre di Jean, in collera, ha l’impulso di vendicarsi, ma, appena vede Marie disperata inginocchiata davanti al corpo esanime del povero Jean, desiste dal proposito.
A questo punto Chaplin ci dona una delle sue geniali trovate, una pagina di cinema muto indimenticabile, una lezione di vita, una trovata che spezza la tragedia trasformandola in speranzosa fiducia (nonostante tutto) nell’essere umano.
Marie e la madre di Jean scopriranno la bellezza della solidarietà lavorando in un orfanotrofio, dando un taglio a tutto il resto (la madre all’odio ed al rancore; Marie ai privilegi, alle comodità, al lusso più sfrenato) e troveranno la felicità. Sul video una scritta anticipa la scena: “l’esperienza insegna che il segreto della felicità è nel provvedere agli altri”.

 



Il posto
(1962) Film di Ermanno Olmi

Ancora una volta ospitiamo il buon Olmi tra le righe di questa rubrica. Si tratta di un film del 1961 che vinse, tra gli altri, anche il Premio della Critica alla Mostra Cinematografica di Venezia.
Il film affronta il tema dell’inurbamento della società italiana ai tempi del cosiddetto boom economico.
La grande città, Milano, diventa meta obbligata per i giovani delle periferie e delle campagne alla ricerca del “posto”.
E’ questo anche il caso del giovane protagonista, la cui genuina ingenuità viene descritta con disarmante tenerezza (lo stesso Olmi afferma di aver in qualche modo rivisto in quel giovane l’imbranamento dei suoi quindici anni).
Insieme al “posto” in gioco c’e’ la quotidianità, l’incontro col potere ed i suoi subdoli contagi, la frenesia di una società sempre più simile ad una catena di montaggio.
 





Avatar
(2009) Film di James Cameron

Mentre vi parlo di quest’opera ultima di Cameron, specialista nella realizzazione di filmoni ad altissimo costo ed altissimo incasso, non ho né le lacrime agli occhi per l’emozione né un’irrefrenabile desiderio di tornare al cinema per rivederlo.
Mi trovate assolutamente freddo e razionale perché questo genere di film non riesce più di tanto a toccarmi il cuore.
Però ho deciso di approfondirlo qui con voi per due ottime ragioni: i temi trattati e la diffusione che questi stessi temi possono avere grazie al colossale successo planetario di questa pellicola.
I temi ai quali mi riferisco sono: la colonizzazione (i marines alla conquista di un mondo non loro, con gli inganni tipici che caratterizzarono medesime situazioni ai tempi della scoperta delle Americhe e successivamente in Africa); l’usurpazione delle risorse (il genere umano occupa il nuovo pianeta fondamentalmente perché interessato ad un prezioso materiale vendibile 20 milioni di dollari al kg, così come accade da decenni nella martoriata Africa); il tema della guerra, della sua assurda cruenza basata sui freddi calcoli di persone avide e senza scrupoli e di contro la forza della dignità di un popolo unito; il tema ecologico, della tutela ambientale e del vitale bisogno di rispettare il pianeta e gli altri.
Nel film si fa spesso cenno all’agonia del pianeta Terra causato dall’essere umano e dai suoi comportamenti incoscienti. E’ di questo che mi preme parlare, di come un film certo ben fatto, certo impressionante per i mirabolanti risultati digitali, visibili anche in tridimensionale (portatevi un analgesico in tasca perché l’impatto visivo è talmente potente da scioccare) abbia potenzialità notevoli anche (e soprattutto) di tipo contenutistico.
La speranza è quella che possa scattare nelle varie fasce d’età coinvolte nella visione del film (adolescenti, adulti, anziani, tutti…) una curiosità, un quesito, una riflessione, un’indignazione su quanto, nella realtà oltre che nella finzione, è accaduto e sta accadendo in questa nostra Terra.

 



Knulp
di Hermann Hesse
Biblioteca Universale Rizzoli

E’ per me particolarmente emozionante parlarvi di “Knulp”. Perché esso ha rappresentato per anni parte dei miei sogni, della mia immaginazione, delle mie angosce. E credo che lo stesso Hesse abbia affidato a questo racconto il compito di interpretare la sua voglia di estraneità verso la società industriale prossima alla Prima Guerra Mondiale.
Knulp è un vagabondo, un viandante che ha scelto le impervie strade della libertà senza patria e senza casa. La vita lo ha deluso e ferito, eppure egli ha mantenuto un fare gentile e affabile che lo rende simpatico a tutti.
Il mondo di Knulp, nel sud della Germania di fine 800, è un mondo di artigiani, di sapori antichi, di terra e sudore ma anche di accoglienza e generosità (leggendo certi passi del racconto e paragonandoli al clima di allarmismo e chiusura che viviamo in questi anni, ci si chiede se la società si sia realmente evoluta o se invece sia accaduto esattamente il contrario).
E Knulp ricambia con la propria saggezza, l’affetto, la calda passione per la musica, per le immagini, per la danza, per la poesia e per la natura, che fa da cornice lussureggiante ai suoi teneri ricordi facendola da padrona in tutta l’opera.
“Poco prima, le colline erano ancora illuminate dal riflesso dorato del cielo e si perdevano nel soave ondeggiare di un crepuscolo luminoso, ora però erano sagome scure e nette, e risaltavano fosche di alberi, cespugli, dossi, contro il cielo che tratteneva ancora un po’ dell’azzurro chiaro del giorno, ma aveva già l’azzurro profondo della notte. […] Ogni uomo ha una sua anima, che non può confondere con nessun’altra.
Due persone possono essere attratte, possono parlare fra loro, ognuna ha la sua radice, e nessuna può raggiungere l’altra, perché per farlo dovrebbe abbandonare la sua zolla, e questo è proprio impossibile. I fiori emanano il loro profumo e i loro semi, perché vorrebbero confondersi; ma perché un seme cada nel terreno adatto, nulla può fare il fiore, ci pensa il vento, e il vento viene e va, soffia come e dove vuole. […] Era un limpido giorno d’ottobre; l’aria leggera, e riscaldata dal sole, era mossa da brevi ventate improvvise, dai campi e dai prati si alzava a strisce sottili il lieve fumo azzurro dei fuochi d’autunno, che riempiva la campagna del profumo dolce e acre dell’erba e del legno verde bruciati. Nei giardini del villaggio fiorivano gli asteri, tardive pallide rose e le giorgine, e lungo le staccionate erano ancora accesi in colori fiammeggianti i trapeoli che spuntavano dalle siepi già opache e scolorite.“
Il racconto si chiude con un dialogo meraviglioso tra Knulp, sofferente e moribondo, e Dio. Knulp teme di aver sprecato la sua vita. Ma Dio lo rassicura. Knulp è stato importante con il calore che ha trasmesso, con i legàmi che ha intrecciato e con il suo vagare tra un umido fienile, un fresco bicchiere di sidro ed un nuovo amico a cui scaldare il cuore.



Red e Toby – Nemiciamici (The Fox and the Hound)
(1981) Film/animazione Walt Disney Productions di Richard Rich, Art Stevens, Ted Berman
dal racconto di Daniel P. Mannix

red e tobyAvevo 8 anni quando entrai al cinema con mio padre per vedere “Red & Toby – Nemiciamici”. Non mi rendevo conto che avrei assistito alla prima essenziale lezione della mia vita sulla diversità.
E’ possibile per una volpe essere amica di un cane da caccia addestrato ad ucciderla? Questo è il tema centrale del film di animazione. E allo stesso modo potremmo chiederci: è possibile per un israeliano essere amico di un palestinese nella striscia di Gaza? Oppure per un ragazzo eterosessuale essere amico di un omosessuale, di un transessuale, di una lesbica? E per un protestante dell’Irlanda del Nord essere amico di un cattolico? E per un Tutsi essere amico di un Hutu in Ruanda? Per un nero del Mississipi o del Sudafrica ai tempi dell’Apartheid essere amico di un bianco?
La risposta del film sembra essere: sì, è possibile, ma ci vuole la giusta dose di coraggio.
Sarà la mia una forzatura, non lo so, oppure una deformazione mentale, ma mi sembra che un tema del genere, ancor di più perché affrontato all’interno del colorato mondo animato, abbia straordinarie potenzialità educative. Il film è tutt’altro che giocherellone, tutta la pellicola è pervasa da una persistente e suggestiva melanconia, all’interno di incantevoli paesaggi boschivi, disegnati come sempre in modo ammaliante.
Non mancano momenti esilaranti, come il goffo inseguimento del vermicello ad opera del picchio o le verosimili difficoltà nella pesca della volpe Red, lasciato da solo nel bosco dopo una vita trascorsa tra gli agi delle mura domestiche. Il film inoltre espone varie forme di rapporto tra gli esseri umani e gli animali e rivela senza tentennamenti una spietata e giusta critica contro la caccia ed il bracconaggio. Ma resta innanzitutto, a mio avviso, come prima accennavo, un film sulla diversità. Come riprova, riporto le toccanti parole di un canto del film: “Non ti chiedi perché non somiglia a te… Se il prossimo non si curasse di voi, se si facesse ognuno i fatti suoi, invece critica già la vostra ingenuità….”
Ricordo nitidamente che uscii dal cinema con le lacrime agli occhi e, dopo 18 anni, parte di quelle emozioni sono ancora dentro di me e mi spingono a suggerirvene caldamente la visione.




Fantasia
(1940 Registi vari) Walt Disney’s Productions

Nell’augurare a tutte/i un Natale gioioso ed un 2010 di pace e serenità, ecco a voi l’ultima recensione del 2009.
Si tratta di “Fantasia”, film di animazione del 1940 che suscita ancora oggi a 70 anni di distanza meraviglia e stupore nonostante gli elefantiaci passi in avanti compiuti dalla tecnologia.
Forse è proprio vero, la calda bellezza artigianale dei disegni di un tempo, costruiti con certosina premura, resta irraggiungibile dalla fredda perfezione dei lavori al computer. Ad ogni modo non tragga in inganno il genere “animazione”. Questo film non è solo un cartoon di Walt Disney.
E’ un autentico capolavoro senza tempo, esperimento unico nel suo genere di artisti che si sono messi a disposizione della “dea” musica (al contrario del destino inverso riservato solitamente alle colonne sonore al “servizio” delle pellicole, in questo caso si è ribaltato totalmente l’ordine dei fattori). Le musiche sono quelle di Bach, Beethoven, Stravinskij, Tciaikovskij.
E’ proprio di quest’ultimo musicista la suite dello Schiaccianoci che ispira un sublime spettacolo di animazione dedicato alla natura: la danza dei fiori, dei funghi e delle foglie, le lucciole, la tela del ragno, le gocce d’acqua a formare i cerchi nello stagno, la foresta, gli abissi del mare. E ovviamente è proprio questa parte di film ad avermi suggerito di dedicare una recensione su questa rubrica.
Ma “Fantasia” è anche un viaggio tra le esplosioni dei colori, e poi il mondo della magia, la descrizione dell’Olimpo e della Terra i tempi dei dinosauri. Insomma un film da vedere, per grandi e per piccini, che suscita a mio avviso emozioni simili a quelle provate davanti ad un bel quadro.
 
 
 


 



Speciale Peppino Impastato

Questo vuole essere un omaggio sentito ad un grande uomo che seppe rivoluzionare la propria storia ribellandosi al padre mafioso, seppe sacrificare se stesso dimostrando coraggio, lucidità, intelligenza e lungimiranza. Militante del PCI prima e di Democrazia Proletaria poi, Peppino trovò nella radio libera, nel giornalismo indipendente, nell’animazione di strada, nelle manifestazioni di piazza, nella diffusione culturale e musicale, strumenti essenziali per la sua lotta di giustizia e di liberazione dalle dinamiche mafiose di Cinisi (PA). In tempi in cui l’ambientalismo italiano era probabilmente ancora acerbo (sia pure già presente ed attivo), Peppino fu anche in qualche modo un precursore delle lotte ambientaliste dei nostri giorni, si batté in difesa della bellezza contro la devastazione ambientale, contro il nucleare, contro le “grandi” opere (autostrada e aeroporto) costruite in modo selvaggio ed irrazionale per favorire le strategie mafiose. “Voglio poter gridare che la mafia è una montagna di merda!”
La gratitudine che proviamo per Peppino non può non estendersi alla mamma Felicia ed al fratello Giovanni nonché ai compagni/e di lotta e a chi ha lavorato allo splendido film “I cento passi” . Grazie a tutti/e loro l’eredità di Peppino non è andata dispersa, quei semi hanno portato frutto in abbondanza.

*è doveroso ricordare in particolare l'opera meritoria del Centro Documentazione Peppino Impastato, che in questi anni ha ostinatamente percorso la strada tortuosa della ricerca della verità e della giustizia, attraverso un'ampia opera di denuncia e di approfondimento. Basta dare un'occhiata all'ampia bibliografia prodotta in tutti questi anni. Per ulteriori informazioni www.centroimpastato.it e www.peppinoimpastato.com


I cento passi
(2000) film di Marco Tullio Giordana

E’ impegnativo trovare le parole per descrivere un evento cinematografico di questa portata. Queste sono immagini che sono entrate nella storia del cinema italiano, ma direi nella storia d’Italia, se solo pensiamo all’impatto, all’eco avuti nell’immaginario collettivo. L’interpretazione di Luigi Lo Cascio, il monologo finale di Claudio Gioè, il pathos di Lucia Sardo che dichiara addirittura di aver dato tutto a questo ruolo, a mo’ di riscatto per quanto, nella vita, avrebbe voluto dare e non ha dato (a suo dire) per cambiare le cose.
I cento passi sono la distanza che separa la casa di Peppino, figlio di un padre mafioso, da quella del boss Badalamenti.
Ma essi sono un potente simbolo per tutti noi: sono i cento passi che separano ognuno di noi dall’impegno sociale, dall’osare di più, dalla ricerca della verità e della giustizia.
E ti ritrovi il volto pieno di lacrime su immagini intensissime, dialoghi indimenticabili e le note incredibilmente evocative degli Animals, di Janis Joplin, dei Procol Harum. E provi profonda indignazione ma anche un incontenibile desiderio di fare qualcosa per cambiare le cose.


Nel cuore delle alghe e dei coralli
i cento passi di Peppino Impastato
(2000) Documentario di Antonio Bellia, Giovanni Giommi, Giacomo Iuculano

Chi ha amato ed apprezzato il film “I cento passi” non può non innamorarsi anche di questo lavoro, fatto con cuore pulsante di sincere emozioni. E’ un viaggio attraverso la preparazione del film, il backstage, la storia, gli aneddoti, i racconti su Peppino, le interviste ai protagonisti del film ed ai cittadini di Cinisi, di cui viene offerto un largo e verosimile campionario: ci sono parole omertose, parole di paura, ma anche parole di indignazione ed impegno.
Ci sono soprattutto i volti commoventi degli amici e compagni di Peppino, i loro occhi lucidi di rabbia e di dolore, pieni anche della malinconia dell’amore rubato. “Peppino era la nostra guida spirituale, ci ha fatti crescere”. “Peppino era pieno di amore, amore di vita, amore di morte, amore di libertà”.
Peppino, un uomo pieno: di capacità creativa, di travaglio interiore, di sbalzi d’umore vertiginosi causati dalla sproporzione tra l’esaltazione del sogno di cambiamento e la realtà crudissima. Il Peppino taciturno ed il Peppino estroso, estremamente ironico.
Un’ironia travolgente ad esempio nella trasmissione radiofonica “Onda pazza–programma satiro/schizofrenico”, attraverso quello strumento radiofonico e molto teatrale.
Le struggenti note di Tony Landolina fanno da colonna sonora alle immagini di un vecchio proiettore di famiglia, ritraenti Peppino qualche settimana prima di morire. E poi, come un colpo al cuore, le parole di Peppino: “I miei occhi giacciono in fondo al mare, nel cuore delle alghe e dei coralli”.


Peppino Impastato: da Musica e Cultura alla Manifestazione Nazionale Antimafia
a cura dell’Associazione culturale Peppino Impastato Onlus

Interessantissimo catalogo fotografico. A partire dalla copertina, frutto di un fotomontaggio tra la foto più conosciuta di Peppino e, sullo sfondo, l’immagine di Radio Aut.
Si susseguono testimonianze fotografiche sulle iniziative di quegli anni, sui momenti ludici, sulle animazioni di strada, i comizi, le feste, il corteo dopo i funerali di Peppino, il luogo dell’omicidio, le manifestazioni contro il nucleare e quella nazionale antimafia del 1979 ad un anno dalla sua morte. Infine una bella poesia di Peppino.
Ma l’aspetto più affascinante di questo lavoro è la sua origine, il suo concepimento. Giovanni Impastato, per aver dato dell’imbecille all’avvocato del boss Badalamenti che si ostinava a denigrare il nome di Peppino, fu condannato a pagare una penale di 2.000 euro per diffamazione. A seguito di questa assurda vicenda ecco arrivare al “Centro Siciliano di documentazione Peppino Impastato” una pioggia di contributi e offerte da tutta Italia che consentirono la realizzazione di quest’opera e di altre iniziative per celebrare il 27° anniversario della morte di Peppino, dimostrando le potenzialità di un popolo unito.


Felicia – tributo alla madre di Peppino Impastato
a cura di Salvo Vitale e Guido Orlando
Navarra Editore/Collana Fiori di Campo

Un’anziana donna vestita a lutto, eppure sorridente, disponibile, accogliente, calorosa. Il sordo terribile dolore di madre per il barbaro assassinio del figlio, l’indignazione per le beffarde ed assurde accuse susseguitesi, la voglia di lottare per il raggiungimento della verità, la grande dignità.
Queste le sensazioni espresse dalle persone che hanno avuto il privilegio di conoscere Felicia Bartolotta, una persona che ha accolto con amore centinaia di persone nella sua casa per poter raccontare la vicenda del figlio Peppino e lasciare in questo modo un segno alle future generazioni. E questo quadro esce nitido anche da questo lavoro, realizzato con amore e profondo rispetto.
Esso contiene un’intervista in cui Felicia Bartolotta, rispondendo alle domande con il caratteristico dialetto siciliano, ricorda, emozionandoci, il suo rapporto con Peppino; contiene inoltre tutti i messaggi arrivati a Giovanni Impastato in occasione della morte della madre (tra cui spicca quello dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi); contiene soprattutto un’introduzione davvero toccante da parte della nipote Luisa Impastato.
Ne riporto un brano. “Io non ho conosciuto mio zio Peppino. Sono nata nel 1987, ben nove anni dopo il suo assassinio. Eppure lo conosco da sempre, è parte di me, mi è familiare non solo per quella che dovrebbe essere la consanguineità, ma lo conosco soprattutto grazie a lei: mia nonna. […] Ricordo che per le festività la imploravamo di venire con noi
a passare il giorno in famiglia, e lei si rifiutava di muoversi da casa rispondendo placidamente che voleva restare nel caso qualcuno avesse voluto sentire parlare di Peppino, o Giuseppe, come lo chiamava lei. E ricordo anche che questa cosa mi faceva arrabbiare tremendamente perché avrei voluta averla sempre vicina, quei giorni come tutti gli altri. Oggi […] rimpiango di non essere rimasta anch’io con lei in quelle occasioni. […] La solidarietà che si è mossa alla sua morte, da parte di tutto il Paese, finanche dal presidente della Repubblica, ha confermato nuovamente l’importanza del suo gesto, della sua forza di madre e di donna, la cui eco rimarrà in questa terra come esempio, come modello, come radice inestirpabile.”




 

W.
(2008) Film di Oliver Stone

Com’e’ potuto accadere? Com’e’ stato possibile che gli Stati Uniti d’America, per ben otto anni, abbiano avuto per presidente George W. Bush? Già senza vedere il film, questa inquieta domanda ha tartassato e logorato tante persone nel mondo. Poi è giunto Oliver Stone, con la consueta lucidità, a confermare tale sgomento. Il regista fa un ritratto lucido ed umano del personaggio. Ne esce un Bush goffo e problematico, assai più fragile dell’apparente ed ostentata sicurezza da mandriano del Texas. Un uomo fragile, instabile, in continua competizione col fratello Jeb, in aperto conflitto con il padre. Alcolismo, ansia da prestazione, inadeguatezza, imbarazzo ed arroganza di fronte alle domande dei giornalisti (vi ricorda qualcosa di italica pasta?) ed una fede estremista da “cristiano rinato” che fa rabbrividire in relazione alle scelte operate in nome di tale “fede”. Così, ecco un ripasso sintetico dei “risultati” storici del governo Bush: il rifiuto stizzito ed arrogante del trattato di Kyoto, le assurde manchevolezze in occasione dell’11 settembre in termini di controllo, intelligence, sicurezza, organizzazione, trasparenza (ad esempio l’aspetto assai inquietante, non affrontato in modo esaustivo dal film, dei rapporti tra i Bush e Bin Laden),il lassismo in occasione del disastro dell’uragano Katrina a New Orleans, le guerre (e le relative menzogne per giustificarle), la mancanza di un' adeguata vigilanza su quelle falle che avrebbero prodotto la crisi economico-finanziaria più grave dal 1929 ad oggi. “W” mostra i nei del presidente ma non risparmia di certo i suoi collaboratori, i quali appaiono come una schiera di incapaci, superficiali, esaltati senza scrupoli, con l’unica eccezione di Colin Powell, descritto come un uomo pensante e turbato da scelte spesso non condivise.
Tra i vari dialoghi contenuti nel film ne riporto uno, a mio avviso sconvolgente nella sua ironica verosimiglianza; risale ai tempi della corsa all’elezione di governatore del Texas e ci dimostra ancora di più quale vertiginoso salto nel buio sia stato compiuto nell’era Bush. “George! Se non riesci a stare neanche due minuti davanti ai giornalisti, come puoi pensare di diventare governatore?” – “Karl, dimmi cosa devo fare e lo farò! Se devo leggere quel cazzo di Costituzione, lo farò!”

 

 



Speciale Immigrazione

Alcuni italiani li chiamano “invasori”, li accusano di “rubarci” il lavoro, di toglierci la “sicurezza”. Ma questi italiani, nell’esprimersi così, ignorano la storia. Ignorano innanzitutto la propria storia di italiani, popolo di migranti in ogni luogo della Terra; ignorano le origini dell’immigrazione, le sue ragioni profonde e la sua complessità che comprende anche notevoli lati positivi (senza voler per questo annullare buonisticamente i nodi critici che ovviamente ci sono ma che vanno interpretati con maturità e consapevolezza).
L’occidente ha rubato per secoli le risorse del Sud del mondo, oggi “ripaga” questi Paesi con abnormi carichi di rifiuti tossici; oltre al danno della povertà smisurata la beffa dell’inquinamento ambientale, ad esempio di un’Africa che è divenuta a tutti gli effetti pattumiera d’Europa. A completare il quadro quei cambiamenti climatici che sono causati dall’irresponsabile modello di sviluppo occidentale e che producono gli effetti più devastanti proprio su quei Paesi (aumento delle alluvioni, delle inondazioni, degli uragani, innalzamento delle acque che rischia di far scomparire molte isole negli oceani…). Di fronte a questo stato di sofferenza si rinnovano promesse di lotta alla povertà che restano sempre vuote e prive di fondamento. Anzi in molti casi (ad esempio in Italia) si diminuiscono sempre più i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Di fronte a tutta questa situazione ci si aspetterebbe non buonismo ma almeno una buona dose di apertura mentale ed umana comprensione, soprattutto nei confronti dei richiedenti asilo, persone provenienti da Paesi in guerra (e anche sull’origine di tali guerre l’occidente dovrebbe mettersi una bella mano sulla coscienza). E invece no! Ecco ripiombare l’intolleranza razzista in tutta la sua cruenza bestiale. Siamo veramente al paradosso storico.
Ho pensato di dedicare uno spazio a questo tema, servendomi di 3 libri delle Edizioni Dell’Arco, acquistati da Amadou e Mustafà, due ragazzi senegalesi che dedicano la loro vita a diffondere la cultura africana tramite testi per lo più scritti da autori africani. E’ interessante osservare il fenomeno, una volta tanto, dal loro punto di vista.


Imbarazzismi

di Kossi Komla-Ebri
Edizioni Dell’Arco - Marna

Tra il serio e (soprattutto) il faceto questo libro ci riporta le sensazioni di Kossi Komla-Ebri, medico togolese in Italia da tanti anni, sposato con un’italiana, laureato in Medicina e Chirurgia sin dal 1982, lingua italiana parlata in modo fluente e quasi perfetto; eppure, agli occhi di molti, ancora solamente “il bel negro”. E’ un viaggio tra i pregiudizi, i luoghi comuni, gli atteggiamenti forzatamente “caritatevoli” e involontariamente offensivi, soprattutto quegli imbarazzi (come si evince dal titolo) che il diverso colore della pelle ancora suscita nel nostro Paese. Un lavoro interessante, pungente, efficace e divertente. Kossi Komla-Ebri si dedica da anni all’educazione interculturale attraverso i mass media, gli incontri di sensibilizzazione nelle scuole e nella vita quotidiana. E con questo senso dell’ironia e dell’autoironia risulterà, ne sono convinto, infallibile.
“Un giorno, in classe, durante un incontro sull’interculturalità, chiesi ai ragazzi di darmi una definizione del termine “razzismo“. Subito il più sveglio esclamò: “il razzista è il bianco che non ama il nero!” “Bene” – dissi – “e il nero che non ama il bianco?” Mi guardarono tutti stupiti con l’espressione tipo: come può un nero permettersi di non amare un bianco?”

 

Pap, Ngagne, Yatt e gli altri
di Mbacke Gadji
Edizioni Dell’Arco

“Avevamo quindi il diritto e il dovere di rifiutare quella miseria e di conseguenza impegnarci fino alla morte per migliorare quella condizione, se non per eliminarla”. E’ grande la voglia di riscatto e di giustizia che esce fuori da questo racconto. I disagi infiniti, le speranze, le ghettizzazioni, le radici nelle vicende di migranti africani a Nizza. Il sogno d’argilla assume i toni di un antico proverbio wolof: “Chi nel suo espatrio si comporta da laborioso, tornerà a vivere da re a casa sua”. E questa voglia di cambiare le cose è così grande che, quando i fratelli tornano a casa o comunicano con le loro famiglie, raccontano una realtà diversa da quella da loro vissuta, dicono che va tutto bene e che stanno facendo fortuna, lo dicono affinché il sogno rimanga intatto, costante. Il libro fa emergere aspetti davvero molto interessanti della cultura africana e soprattutto senegalese, per una volta vediamo l’immigrazione raccontata dal punto di vista del migrante: “[…] essere povero in Africa, dove la solidarietà dei singoli individui si applica a tutti, è ben diverso che esserlo in Occidente dove la stessa solidarietà è istituzionale e uno strumento politico”.

 

Mare nero
di Gianni Paris
Edizioni Dell’Arco

Il libro, questa volta, è opera di un autore abruzzese, Gianni Paris. Ma sembra scritto da uno dei protagonisti dei terrificanti “viaggi della speranza” via mare (come si evince dal titolo e dall’efficacissima illustrazione grafica della copertina, a cura di Tiziano Perotto). Dal risultato ottenuto si evince il lodevole lavoro di ricerca e le interviste realizzate con chi questa esperienza l’ha davvero vissuta. Merito principale del libro è, a mio avviso, quello di entrare a testa bassa sull’angoscia provata prima, durante e dopo queste esperienze e di fare provare inevitabilmente questa angoscia al lettore. Lo definisco un merito perché troppo spesso la cloroformizzazione mediatica, l’abitudine ed il desiderio di una vita tranquilla ci fanno vivere queste tragedie come una sequenza di freddi numeri che si susseguono nella quotidianità del nostro vivere. Eppure la sofferenza che sta dietro a quei numeri è enorme: la sofferenza di veder morire i propri compagni lungo il tragitto; la sofferenza di vedere donne e bambini indifesi alle prese con la fame, la sete, il freddo, la febbre; la sofferenza di dover proteggere avidamente la tua acqua residua rifiutando richieste supplicanti (come capita al protagonista della storia) perché i tuoi familiari hanno bisogno che questo tuo sogno disperato, insieme a te, sopravviva.





Centochiodi
(2006) film di Ermanno Olmi

Non c’e’ due senza tre. E così ecco la terza recensione di un film di Ermanno Olmi. Del resto questo è logica conseguenza della grande sensibilità ambientale del regista, forse il più grande amico della natura tra i cineasti italiani.“Centochiodi” ha suscitato molte polemiche, in relazione all’atto sacrilego del protagonista (Raz Degan), professore universitario, il quale inchioda al pavimento 100 libri sacri colpevoli, a suo dire, di aver reso tutta la sua vita “di carta”. Alcuni hanno accusato il film di aver manifestato disprezzo nei confronti della cultura, dei libri, della lettura. Ma è una visione a dir poco superficiale della pellicola.In realtà Olmi desidera solo sottolineare quanto tutta la sapienza del mondo rischia di essere fine a se stessa, inutile e persino dannosa se resta accademica, autoreferenziale, priva di riscontri nella vita vissuta, se ci chiude i veri orizzonti della vita: il rapporto con gli altri, l’apprezzamento della semplicità e dei semplici, la solidarietà, l’amore. “Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”. E’ come voler dire: una fede ed una vita che siano impregnate di pagine scritte e che però, al tempo stesso, perdano il contatto con i propri simili, il calore, lo stare insieme, hanno perso tutto. Viceversa Olmi ci mostra ancora una volta la saggezza e la profondità dei semplici (e non dei “semplicioni” differenza che l’autore tiene molto a sottolineare), della civiltà contadina che popola gli argini del Po’. Proprio l’incontro con queste persone, con i loro sorrisi, le bottiglie di buon vino rosso, le tradizioni, la spontanea accoglienza consentono al protagonista di ritrovare il senso autentico della vita. Così si batte per loro, contro la notifica dall’Agenzia interregionale per il fiume Po’ che intima lo sgombero delle loro case per consentire la costruzione di un grande porto fluviale del medio Po’. “Non siate stupiti se vi cacceranno da questi luoghi. Molti si illudono, con le loro imprese, di fare cose meritevoli, senza il rispetto di ciò che regola la vita”. Un rispetto che i semplici del Po’ hanno forte e radicato dentro di sé: “Davanti al fiume i bei pensieri vengono fuori da soli e la mente è come un bel prato fiorito”. Questo film mi ha fatto pensare ai miei nonni; a quanto essi, da semplici, mi hanno insegnato.





Crimini di pace
(2003) film documentario di Antonio Bellia

Come può un paradiso naturalistico (Melilli, Augusta, Priolo) trasformarsi nel “triangolo della morte”? Potrebbe essere questo il sottotitolo di un film documentario veramente bello, purtroppo non facilmente reperibile, essendo un prodotto quasi del tutto indipendente.
Già dal titolo si evince il forte spirito di denuncia che caratterizza l’opera, come a voler evidenziare i numeri di una vera guerra in tempo di “pace”, costata negli anni moltissimi morti, un aumento sconsiderato dei tumori e delle malformazioni neonatali, la contaminazione dell’intera catena alimentare, la distruzione di un’economia semplice ma solida basata sulla pesca, sulla produzione del sale, sulla
agricoltura, con enormi potenzialità di sviluppo turistico: il tutto soppiantato dalle false promesse e dal miraggio dello “sviluppo” industriale, dalla beffa di un posto di lavoro costato sangue e messo oggi in serio pericolo dalle crisi succedutesi (petrolifera, economica, produttiva…).
Il film ripercorre la storia di questi luoghi, cosa essi rappresentavano prima e dopo l’avvento degli impianti; mette in rilievo le storie e le opinioni attraverso interviste ed interventi. Tra di essi ad esempio quello di un contadino che racconta di come uscisse benzina dalla sua pompa di irrigazione e dai rubinetti, episodio a dir poco significativo. E poi i livelli di mercurio oltre ogni limite di sicurezza, i rischi legati al terremoto in una zona altamente sismica e quelli legati alla possibilità di una sequenza di incendi tra impianti troppo vicini tra loro. Insomma storia di una follia tutta italiana. Perché, se è vero che di certo non siamo il solo Paese a subire l’inquinamento industriale, è però altrettanto vero che dopo i crimini commessi in queste terre, per lo meno la bonifica di questi territori dovrebbe costituire un’emergenza nazionale sulla quale non transigere in nessuna maniera. E invece si chiacchiera, si promette, si annuncia… e si decide, come ciliegina sulla torta, di aggiungere un nuovo impianto, stavolta di incenerimento, nella zona di Augusta. Siamo davvero alla beffa. Per fortuna un manipolo di cittadini attivi si batte da anni contro queste ingiustizie. Tra di essi don Palmiro Prisutto, parroco di Brucoli, da sempre attivo contro le ingiustizie vissute dalla gente di queste parti: senza mezzi termini le sue definizioni: “Olocausto industriale”; “Strage di Stato”.





Rifiuti Zero – No ai 4 inceneritori in Sicilia
Spot interpretato dagli attori: Paolo Briguglia, Giovanni Calcagno, Donatella Finocchiaro, Claudio Gioe’
testi di Mauro Mangano - montaggio di Alessandra Pescetta
Produzione La Casa dei Santi per Vivisimeto

Questa volta proponiamo una recensione un po’ diversa dal solito. Mi sembrava infatti giusto ed interessante spendere due parole sullo spot contro i 4 inceneritori previsti in Sicilia. Lo spot è di durata molto breve (appena 1,21 minuti) ma snello ed efficace. Interpretato da 4 attori di grandissimo calibro (e siciliani), esso si presenta sottoforma di video-messaggio al Presidente della Regione Sicilia. “Dica no agli inceneritori in Sicilia!”
Questo è l’invito ironico, pacato ma al tempo stesso convinto e convincente che i 4 attori rivolgono al Presidente, sottolineando l’importanza della raccolta differenziata e l’entità dell’inquinamento causato da questi megaimpianti. La prima volta che ho visionato questo video mi trovavo alla “ViviSimeto 2009” un’iniziativa molto bella organizzata dall’associazione ViviSimeto presso la masseria Aragona di Centuripe (EN).
In quest’area, così come a Bellolampo, Casteltermini, Augusta, si sta lottando da anni con grande forza contro una scelta che appare veramente folle sia in quanto obsoleta, primitiva, irragionevole, costosissima “strategia” di trattamento del rifiuto (tante esperienze in tutto il mondo ed anche in Italia ci dimostrano che una strategia seria di trattamento dei rifiuti prescinde da questi “dinosauri”), sia per le dimensioni assolutamente irrazionali degli impianti previsti, sia per le aree prescelte. In particolare Contrada Cannizzola (Paternò) si trova in un Sito di Interesse Comunitario, pieno di produzioni agricole biologiche di grande pregio, ricco di bellezze naturalistiche, archeologiche, paesaggistiche. Dietro l’incenerimento dei rifiuti si muovono mostruosi interessi economici. Ma, nonostante questo, i coraggiosi “lillipuziani” si stanno facendo valere nella lotta contro questi inquietanti giganti. Lottano con le azioni legali, le manifestazioni, la sensibilizzazione della cittadinanza. Certo il reperimento delle risorse sia umane che economiche che di tempo sono un problema non da poco. Eppure da quelle parti si resiste, con grande coraggio, si resiste. Per ulteriori contatti ed informazioni: www.vivisimeto.it
 



 

Un delfino per amico
(2006) Film di Michael D. Sellers

“A volte la solitudine può rubare la speranza e nasconderla in un posto così lontano da non ritrovarla più…” Il film inizia con questo pensiero profondo che fa da commento alle immagini degli abissi dell’oceano (scenario a dir poco azzeccato per rappresentare questa condizione umana).

Si somigliano quasi tutti questi film ecologisti per ragazzi, sia nella trama che nei dialoghi. Abbastanza banali, sdolcinati e a volte decisamente scontati. Però è sempre un piacere guardarli per almeno due ragioni: le suggestive immagini di paesaggi mozzafiato e scenari incantevoli (nel film in questione ci troviamo alle Bahamas); il piacevole pretesto che ci offrono per parlare di specie animali straordinarie come, in questo caso, i delfini, mammiferi dall’incredibile fascino dotati di capacità comunicative, relazionali ed intellettive uniche, oggetto di studi fin dall’antichità, studi che, secondo i più, hanno fatto emergere solo una parte delle loro potenzialità.

La trama del film parla per l’appunto degli studi di un biologo marino e di tutte le vicissitudini affrontate per la prosecuzione del progetto, ostacolato da enormi interessi economici. Alla comunità locale si impone una scelta: il miraggio economico di uno sviluppo turistico fuori controllo caratterizzato da massiccia cementificazione con i delfini che diventino fenomeni da circo? Oppure il mantenimento di quel meraviglioso ecosistema e degli studi biologici nel rispetto dei delfini?


Grazie alla figlia quattordicenne del protagonista emerge una terza possibilità: una sorta di compromesso virtuoso che veda sì un incremento dello sviluppo turistico ma finalizzato all’osservazione rispettosa dei fenomeni naturali e dei delfini, piuttosto che ad una distruttiva invadenza dell’essere umano. Trovo questo episodio del film (con tutte le riflessioni che ne conseguono) davvero molto interessante e attualissimo. Tratta infatti un tema caro a tutti noi: la posizione delle comunità locali di fronte a decisioni che possono stravolgere un territorio.





Breve trattato sulla decrescita serena
di Serge Latouche
Bollati Boringhieri editore

“Dire che una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito e che le nostre produzioni ed i nostri consumi non possono superare le capacità di rigenerazione della biosfera sono ovvietà su cui non è difficile trovare consensi. Ma molto più difficile è trovare consensi sul fatto altrettanto incontestabile che quelle produzioni e quei consumi devono essere ridotti …” Questa inequivocabile dichiarazione di Latouche assolutamente condivisibile credo che sia il miglior modo per introdurre la recensione di questo testo. Un testo di enorme interesse che può davvero gettare le basi per un confronto serio sulla crisi ecologica e sociale del pianeta. Latouche critica certo il sistema neoliberista ma non risparmia critiche nemmeno alle sinistre, ancora imprigionate, a suo modo di vedere, in logiche produttiviste. Le logiche della crescita infinita, del profitto a tutti i costi hanno creato una situazione paradossale. Cito solo alcuni dei tanti esempi riportati nel testo: i gamberetti danesi vengono spediti in Marocco per essere puliti; poi ritornano in Danimarca e ripartono per la commercializzazione in tutto il mondo; le aragoste scozzesi vengono spedite in Thailandia per la pulitura; poi tornano in Scozia per le procedure di cottura e infine vengono inviate nei supermercati Marks and Spencer. Questi sono solo alcuni esempi (peraltro spesso riscontrabili anche nei nostri supermercati se solo stiamo attenti alle etichette) per evidenziare quante assurdità si compiono con queste dinamiche economiche e commerciali.
Se moltiplichiamo questi esempi possiamo immaginare gli enormi sprechi ed i relativi danni per il pianeta. Per non parlare poi della piaga dell’”obsolescenza programmata”, cioè di quella strategia assurda grazie alla quale la vita media dei prodotti è diminuita enormemente per consentire la maggiore vendita ed i maggiori profitti. Latouche inoltre denuncia i guasti irreversibili e le ingiustizie perpetrate ai danni del Sud del mondo; ad esempio il fatto che 500 navi cariche di rifiuti speciali provenienti dall’Occidente facciano rotta ogni mese verso la Nigeria. Oltre al danno delle risorse defraudate, la beffa di un gravissimo degrado ambientale.
Latouche addita la pubblicità quale tra le principali responsabili dell’inganno della crescita, del miraggio di prodotti inutili venduti come produttori di benessere, con atteggiamenti irresponsabili adottati soprattutto nei confronti dei bambini, irretiti da bombardamenti di messaggi fuorvianti. Questo settore, ricorda l’autore, ha avuto in questi anni il secondo bilancio mondiale dopo gli armamenti. Cambiare rotta è possibile. Un esempio storico citato nel testo lo dimostra: nel 1942, di fronte all’emergenza bellica, l’economia americana fu capace di convertire dall’oggi al domani la produzione di automobili private in produzione di carri d’assalto. Perché non farlo oggi, di fronte all’emergenza ambientale, con destinazioni ovviamente differenti?
Prima di chiudere la mia sintesi, mi permetto anche di avanzare, pur nel rispetto per un’opera essenziale, qualche piccola perplessità. Latouche mette in seria discussione anche termini quali “ecoturismo” o “sviluppo ecosostenibile” che sono serviti, a suo avviso, più a creare degli alibi che delle alternative credibili. Secondo me quanto dice Latouche può in alcuni casi rispondere al vero, ma esistono molte esperienze in cui queste terminologie hanno una loro giustificata sensatezza, esperienze meno impattanti che tendano ad ottenere risultati equilibrati per noi stessi e per il pianeta. Al tempo stesso, nel momento in cui Latouche mette al bando la possibilità di una “crescita altra” penso ai tanti processi virtuosi innescati dal commercio equo solidale in tutti questi anni.
Conclusa la lettura del libro, viene confermata una certezza: il mondo deve cambiare passo, deve prevedere processi di rilocalizzazione e di conversione delle produzioni, la società deve rivalutare il suo rapporto con le cose, le risorse, le persone. Anche concetti quali “turismo di massa” devono essere rivalutati (oggi addirittura si parla di prossimo “turismo spaziale”… assurdo), bisognerà fare sempre meglio con sempre meno, bisognerà lottare per difendere il bene comune. Latouche ci propone anche due nuove categorie che sostituiscano le vecchie: più che una distinzione tra destra e sinistra, auspica una distinzione a suo avviso più appropriata tra “partigiani della preoccupazione ecologica” e “predatori”.




Thank you for smoking
(2005) Film di Jason Reitman

Un film originalissimo, frizzante, estremamente ironico, con una grande sceneggiatura. Il tema di fondo, come si evince dal titolo, ruota attorno al tabacco: il vizio del fumo, la potentissima industria senza scrupoli, la lotta senza quartiere in atto negli Stati Uniti contro questo fenomeno sociale. Il soggetto è incentrato principalmente sul protagonista Nick Naylor (interpretato magistralmente da Aaron Eckhart), un uomo brillante il cui compito è quello di controbattere alle accuse rivolte contro l’industria del tabacco. Con lucidità e cinismo riesce a smontare o ridicolizzare tutti gli attacchi, davanti ai media come davanti agli amici lobbisti dell’alcol e delle armi. Proprio a questi ultimi Naylor ribatte: quanti morti fanno le vostre industrie? E quanti ne fanno gli incidenti stradali? E quanti il colesterolo? Eppure tutto questo non produce scandali ne’ limitazioni né gli stessi allarmismi.
Il film sembra porre l’accento sugli eccessi e le incongruenze che i tabu’, in generale, producono, specialmente in America. Al tempo stesso, attraverso il cinismo del protagonista e le vicende del film, non è di certo tenero verso le multinazionali del tabacco.
Personalmente non amo la caccia alle streghe, i climi di terrore e di condanna nei confronti di chi ha questo vizio. Però, da non fumatore e amante dell’aria salubre, devo ammettere che, da quando si sono attuate politiche di restrizione nei confronti di questo fenomeno, la qualità della vita di molte persone ne ha avuto notevoli benefici.
Pur nel rispetto di chi fuma, è innegabile che poter andare in un ristorante senza riempirti corpo e vestiti di fumo, è un passo in avanti di civiltà. Purchè non si scada nell’intolleranza, ovviamente.



 

Terra Madre
(2009) Film/Documentario di Ermanno Olmi

terra madreUn film fatto con amore e pervaso d'amore. Amore per la Madre Terra, per la natura, per chi si impegna a preservarla, per la civiltà contadina. Non è la prima volta che questo avviene nelle opere di Ermanno Olmi. Anzi, possiamo dire che quasi tutta la sua produzione è permeata di queste tematiche. In questo caso, però, il regista non solo si apre ai temi del movimento “Slow Food” ma ne testimonia, di fatto, un’autentica ed amorevole militanza. A partire dal titolo, che riprende proprio l’evento “Terra Madre” organizzato già 3 volte a Torino e caratterizzato dalla partecipazione di migliaia di delegati provenienti da ogni parte del mondo. Il film trasmette con efficacia le emozioni di quelle giornate attraverso vari interventi di grande spessore.
Di particolare rilievo le parole di Vandana Shiva, che introduce un punto fondamentale: “dobbiamo riuscire a rappresentare la necessità della diminuzione dei consumi e degli sprechi non come un impoverimento ma come un possibile nuovo Rinascimento per l’umanità”. Carlo Pedrini, fondatore del movimento “Slow Food” ed organizzatore di questi convegni dalla portata a mio avviso storica, sottolinea l’urgenza di un’”economia naturale”, un’economia cioè che metta al centro la sostenibilità delle scelte adottate, aspetto, quest’ultimo, la cui essenzialità è sotto gli occhi di tutti.

Essenziale, ad esempio, sarà puntare sempre di più sulla filiera corta, sulla diminuzione delle distanze che separano la materia prima dal consumatore. A tal proposito viene narrata la storia di un contadino del Nord Est, di come è vissuto, di quanto le sue esigenze di vita fossero semplici e “ricche” al tempo stesso.
Particolarmente toccante l’intervento di una delegata africana: “L’occidente ci accusa di essere gli “invasori” e registriamo un preoccupante aumento di razzismo ed intolleranza. In verità, si dimentica troppo spesso che è stata l’Africa ad essere invasa. E la maggior parte dei ragazzi africani che si trovano oggi in Europa, tornerebbe immediatamente a casa se solo avesse un’opportunità.”
Un altro passaggio molto emozionante del film è il reportage sulla Banca dei semi, realizzata in Norvegia per tutelare (consegnandola alle generazioni future) la biodiversità ed un patrimonio naturale di grande importanza messo a rischio dai cambiamenti climatici, dai disastri ambientali, ma soprattutto da una classe politica mondiale che, ancor più che in mala fede, è impreparata (con qualche rara eccezione) a gestire realmente ed efficacemente questa situazione.
Chiudo con l’intervento a mio avviso più incoraggiante. E’ quello di un ragazzo quindicenne del Massachusetts, il quale ha proposto al proprio istituto scolastico un progetto semplice ma molto efficace: “Il progetto Germoglio”, che consisteva nel convertire un vecchio ed inutilizzato campo di calcio in un orto, coltivato e curato dagli studenti, in modo da fornire cibo genuino e biologico alla mensa scolastica. Un progetto che è stato in seguito adottato in varie parti degli USA e anche in Senegal. “Siamo stufi di essere etichettati con frasi tipo: “ah, questi ragazzi di oggi…”. Noi abbiamo dimostrato che ci sappiamo fare. Saremo la generazione che riconcilierà l’essere umano con la terra!”



 


Il candidato
(1972) Film di Michael Ritchie

Analisi lucida e feroce del mondo della politica, “The candidate” si guadagnò un meritatissimo Oscar per la sceneggiatura, a tratti geniale. Il protagonista Bill McKay è un idealista democratico ed ecologista che si candida alle elezioni per il Senato americano. La mentalità e la corruzione del sistema corroderanno il suo modo di pensare. L’iniziale convinta esposizione delle sue idee si tramuterà, pian piano, nell’esposizione di un’immagine ai fini dell’elezione finale, sfruttando i mass media nel perverso inseguimento dei tempi televisivi e delle logiche pubblicitarie.
Di seguito riporto alcuni dei dialoghi premiati meritatamente con l’Oscar. Ascoltandoli, non ho potuto non pensare alla situazione italiana ed alla relativa classe politica.
“Questi uomini politici si reclamizzano come un deodorante qualunque”;
“Non so se qualcuno ha capito quali sono le mie idee” – “ Non preoccuparti, non fa nessuna differenza”;
“Io e te, Bill, sappiamo che sono tutte stronzate, ma l’importante è che gli elettori ci credano”;
Una volta eletto senatore degli Stati Uniti: “E ora cosa hai in mente di fare, senatore?” – “Non lo so” – “Bene, allora sei un senatore perfetto…”





Abbaiare stanca
di Daniel Pennac
Salani editore

In questo testo c’e’ tanta passione per gli amici a 4 zampe. Non è un freddo racconto super partes. Daniel Pennac ama i cani, ne ha avuti molti nella sua vita ed ognuno di essi ha significato tanto per lui.
La grande originalità dell’opera sta nel fatto che la storia viene narrata dal punto di vista del cane protagonista. Non solo il rapporto con l’essere umano ma anche quegli aspetti che possono essere interpretati come bisogni e/o emozioni universali: il frenetico bisogno d’amore, di comprensione, di condivisione; il sentirsi randagi, la lotta per la sopravvivenza, il dolore del distacco, dell’abbandono, le ferite inferte dall’egoismo, dall’indifferenza. Perché “abbaiare stanca” e stanca parecchio, specie se quell’abbaiare rimane inascoltato.

Il libro si chiude con una lucida analisi dell’autore su quello che è il rapporto dell’essere umano con il cane, sulle tante forzature, sul vizio di snaturare questo rapporto soggiogandolo alle varie aspettative egoistiche ed anche sulle difficoltà, le paure, i freni che questo rapporto può contenere e che trovano il pieno rispetto dell’autore. E la riflessione, anche per chi, come me, non ha mai avuto un cane (pur avendolo sempre rispettato con tenerezza) risulta estremamente interessante.
Le ultime tragiche vicende di Scicli (la morte atroce di un bimbo sbranato da un branco di cani) purtroppo ci fanno comprendere che il fenomeno del randagismo è una questione di grande delicatezza che merita la massima attenzione delle istituzioni, affinché si possa affrontare la questione con maturità e saggezza, senza feroci ed inefficaci scorciatoie dettate da una generalizzata psicosi fuori controllo.






Fast Food Nation
(2006) film di Richard Linklater

Si è detto tanto sul mondo dei fast food. I salutisti additano queste aziende come fautrici di uno stile alimentare non salutare e persino cancerogeno, nonché tra le cause del gravoso problema sociale dell’obesità; gli animalisti accusano le condizioni estremamente dure in cui vengono tenuti gli allevamenti di bestiame; gli ambientalisti rimproverano l’annosa questione del consumo di carne, che è causa, attraverso gli allevamenti estremamente impattanti, di uno sperpero immenso di energia, di terra, di coltivazioni, di acqua nonché dell’inquinamento dei corsi d’acqua; i sindacalisti rimproverano le condizioni di sfruttamento che caratterizzano i rapporti di lavoro sia a valle che a monte della produzione. Inoltre ai fast food viene mossa una critica di tipo culturale. Essi sono accusati di essere parte integrante di un sistema malato e per l’appunto “fast” in tutte le sue componenti, persino nel cibo. A questo si contrappone da tempo il movimento dello slow food che tende a riconquistare l’idea del cibo come cultura, come momento sociale di fondamentale importanza da vivere in armonia con il proprio essere e con tutto ciò che ci circonda.
“Fast food nation” è un film di inchiesta basato sulla fiction ma non per questo meno ficcante ed incisivo. Il tema principale è la “carne”. La carne da macello del bestiame tenuto in condizioni a dir poco inumane; la “carne” dei migranti messicani che cercano fortuna negli States sottostando, in molte di queste aziende, a condizioni di lavoro spaventose, pagati in nero e senza i più ovvi criteri di sicurezza. Infine la carne dell’hamburger, sulla quale vengono evidenziate le ombre più inquietanti, persino la presenza al suo interno di coliformi fecali (merda … per intenderci) causata dai forsennati ritmi di produzione che portano alla mancata separazione degli intestini dell’animale da tutto il resto. Certo il film è una fiction ma credo sia importante interrogarci su queste realtà. Personalmente trovo particolarmente ignobile un aspetto: attirare i bambini (attraverso le atmosfere giocose e colorate, attraverso la pubblicità, attraverso i panini premio) verso una probabile obesità e verso problemi sociali e salutari molto seri.
Il film, definito dal New York Times il “film politico più significativo dai tempi di Fahrenheit 9/11”, è una coproduzione USA/Gran Bretagna e vede il coinvolgimento di attori di fama mondiale tra i quali Bruce Willis, Ethan Hawke, Greg Kinner.




Il cucciolo
(1946) film di Clarence Brown

Il film, molto suggestivo, (e interpretato benissimo) non a caso vinse 2 Oscar per la fotografia e la scenografia.

Si narra uno spaccato di vita dei coloni americani dell’800 in Florida e proprio per questo risulta essere di estremo interesse anche da un punto di vista storico.
L’amore viscerale di un bambino verso un cerbiatto rimasto orfano (adottato e quindi strappato a morte certa) si scontra con la dura vita della campagna e dei coloni: la piaga diffusissima della mortalità infantile, la distruzione dei raccolti a causa delle intense piogge, la dura lotta giorno per giorno della vita contro la morte. Insieme a questo però anche la ricchezza della semplicità, la bellezza sconvolgente della natura, l’entusiasmo di sempre nuove ed avventurose scoperte e, in un mondo senza televisione, l’affascinante suggestione delle storie raccontate all’ombra del focolare.
Proprio per questa varietà di argomenti il film è apprezzabile nella sua interezza perché ci offre una visione oggettiva di quel contesto, senza preconcetti né forzature. Un’ultima considerazione: gli animali selvatici, ci dicono gli esperti, è bene che vengano lasciati nel loro mondo. Il contatto con l’essere umano (magari per la brama di possesso di un tenero cucciolo) ne compromette seriamente le caratteristiche di vita ed a volte la vita stessa. L’eccezione ovviamente riguarda situazioni di emergenza come quella narrata in questo film o come nel caso dei collari elettronici a tutela dell’ animale stesso, lo stato di cattività in caso di necessità ecc.



 


Il piccolo panda
(1995) film di Christopher Cain

“Narra una leggenda cinese: una volta i panda erano interamente bianchi. Poi morì una ragazza che li aveva tanto amati. Allora, in segno di lutto, i panda si cosparsero il corpo di cenere. E, asciugando le proprie lacrime, anche gli occhi divennero neri” (tratto dal film).

Classico film per ragazzi dallo spirito ecologista, abbastanza banalotto e scontato. Nonostante questo, il film riesce ad essere godibile grazie a paesaggi cinesi mozzafiato e grazie a questo splendido essere soffice, tenerissimo, “batuffoloso” (consentitemi il neologismo) chiamato panda, specie in pericolo di estinzione, non solo simbolo del WWF ma simbolo internazionale della Pace, grazie alla straordinaria mitezza che lo contraddistingue.

La trama: uno studioso e biologo americano si batte, con il figlio, per il mantenimento della riserva naturale di tutela del panda, messa in pericolo dal bracconaggio e da problemi economici.




Speciale Pace

Non di solo ambiente vive Legambiente. La pace è un tema caro ad ogni volontario, socio, simpatizzante. Così, in un momento in cui, purtroppo, assistiamo all’ennesimo osceno riacutizzarsi del conflitto in Medio Oriente, ben consapevoli che, ahinoi, non è il solo conflitto in atto nel mondo, mi è sembrata cosa buona e utile affrontare questo tema per augurare prima di tutto un 2009 di Pace a chi ci legge.
Introduco il tema con l’immortale testo del compianto Fabrizio De Andrè “Disamistide” (terribilmente attuale, terribilmente bello) per poi riportare 4 recensioni di altrettante incantevoli pellicole pacifiste (tratte dal mio libro: "L’ostinazione della speranza. credere, sentire, vivere...nonostante tutto" - ilmiolibro.it ).

Disamistade
Fabrizio De Andrè


Che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa
a misura di braccio
a distanza di offesa
che alla pace si pensa
che la pace si sfiora
due famiglie disarmate di sangue
si schierano a resa
e per tutti il dolore degli altri
è dolore a metà
si accontenta di cause leggere
la guerra del cuore
il lamento di un cane abbattuto
da un'ombra di passo
si soddisfa di brevi agonie
sulla strada di casa
uno scoppio di sangue
un'assenza apparecchiata per cena
e a ogni sparo all'intorno
si domanda fortuna
che ci fanno queste figlie
a ricamare a cucire
queste macchie di lutto
rinunciate all'amore
fra di loro si nasconde
una speranza smarrita
che il nemico la vuole
che la vuol restituita
e una fretta di mani sorprese
a toccare le mani
che dev'esserci un modo di vivere
senza dolore
una corsa degli occhi negli occhi
a scoprire che invece
è soltanto un riposo del vento
un odiare a metà
e alla parte che manca
si dedica l'autorità
che la disamistade
si oppone alla nostra sventura
questa corsa del tempo
a sparigliare destini e fortuna
che fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa



La grande illusione
(1937) film di Jean Renoir

In questo splendido film pacifista (la definizione fu data dallo stesso regista) ambientato ai tempi della Prima Guerra Mondiale (1917) è completamente assente la logica dei buoni e dei cattivi. C’e’un campionario di ostinati sentimenti umani che si confrontano con l’unico e solo terribile demone: la guerra. A partire dal profondo rispetto dell’ufficiale tedesco nei confronti di quello francese; l’umanità della guardia tedesca che, intenerito dalle sofferenze del prigioniero francese, cerca di consolarlo offrendogli una sigaretta ed un’armonica; l’ironia disperata dei prigionieri in piccoli momenti di svago. E poi il malinconico amore del fuggiasco Marechal (Jean Gabin) con una giovane tedesca vedova di guerra che gli offre ospitalità durante la fuga, amore reso impossibile dalla sporca guerra. In brevi attimi irrompe nella casa della donna una serenità che fa sembrare assai distante il conflitto armato ma i protagonisti sanno che è solo un’illusione. In quella stessa casa Maréchal entra nella stalla e parla alla vacca dandole una pacca affettuosa: “Tu sei una vacca tedesca. Io sono invece nato in Francia ma questo non ci vieta di essere amici!”
Maréchal e l’altro fuggiasco francese Rosenthal proseguono il loro cammino in cerca dei confini svizzeri. Finalmente arrivano e Maréchal chiede: “Ma sei sicuro che sia la Svizzera?A me sembra tutto uguale” Rosenthal risponde: “Che vuoi, le frontiere sono un’invenzione dell’uomo, non della natura.” Maréchal aggiunge: “Bisogna finirla questa guerra!” Rosenthal replica: “Non farti illusioni”.
Stanno per giungere in Svizzera, li raggiungono i tedeschi, uno di loro spara. Ma il compagno lo frena: “Non sparare. Sono già in Svizzera”. Il soldato tedesco risponde amaramente: “Buon per loro.”
In questa ultima frase esclamata con pacata rassegnazione (che rasenta l’invidia) e non con odio viscerale sta a mio avviso tutta l’anima di un film che descrive i protagonisti prima di tutto come vittime della guerra, ostaggi di decisioni non loro, costretti dalla Storia ad eseguire ordini di morte



Duello a Berlino

(1943) film di Michael Powell ed Emeric Pressburger

Durante un duello nasce tra i due sfidanti (un ufficiale tedesco ed uno inglese) una sintonia che ben presto si trasforma in una salda e tenace amicizia. Proprio durante un duello…già da questo particolare si denota lo spirito ottimista e filantropico del film nell’evidenziare quanto grande possa essere la potenza dei sentimenti umani. Il film venne censurato dal governo britannico di Churchill perché ritenuto antimilitarista.
Tale amicizia resisterà alla guerra (affrontata ovviamente nelle due opposte fazioni) pur con qualche inevitabile momento di crisi (l’ufficiale tedesco, nel campo di prigionia, inaridito dalla guerra, ignorerà il saluto dell’amico) ma resisterà. Resisterà alla ferocia del conflitto, all’amore per la stessa donna (svelato solo nella parte conclusiva del film), resisterà ai drammi della vita (la scomparsa della moglie di entrambi) ed all’amarezza dell’ufficiale ribellatosi al nazismo: “Non ho più contatti con i miei figli. Sono dei “buoni” nazisti, per quanto si possa essere dei “buoni” nazisti”.
Riporto infine la riflessione profonda ed interessante della moglie del generale britannico (interpretata da Deborah Kerr). Si riferisce nello specifico ai nazisti ma credo si possa allargare al genere umano. Una parentesi a mio avviso significativa in un film per il resto molto fiducioso ma che, con questa riflessione, pone l’attenzione anche sugli orrori e le nefandezze di cui l’uomo può essere capace:
“Per anni ed anni essi sognano la musica e la poesia, poi ad un tratto scatenano una guerra, bombardano, massacrano e poi, nella medesima uniforme da assassini, ascoltano Schubert. C’e’ qualcosa di spaventoso".

 

Train de vie
(1998) film di Radu Mihaileanu

Nello stesso periodo in cui “La vita è bella” si guadagna un meritatissimo Oscar affrontando il tema terribile della Shoah con la straordinaria e geniale leggiadria di Benigni, esce sugli schermi questa pellicola altrettanto meritevole percorsa da un pulsante desiderio di vita e di pace affidato al sogno impossibile e la “sublime follia” del protagonista.
Un piccolo villaggio ebreo dell’Europa dell’Est viene a sapere dell’arrivo dei nazisti e delle scene di morte e distruzione di cui essi si sono resi protagonisti negli altri vicini villaggi.
Subentra uno stato di inevitabile agitazione generale, si cerca una soluzione: ecco l’idea di un treno camuffato da treno nazista che raggiunga la libertà. E’ necessaria la collaborazione di tutti perché il sogno si avveri e si possa raggiungere l’obiettivo finale. Così si alternano mille peripezie ed episodi teneri, divertenti e surreali (geniale, memorabile la scena dell’incontro con un “esercito” di zingari che aveva avuto la medesima trovata del travestimento. Tra i due “eserciti” nascerà uno “scontro” esaltante a suon di musica e canti): costruiscono il treno, cuciono le stoffe, i vestiti e le divise, perfezionano l’accento ed i modi del finto comandante nazista per renderlo credibile, si mette in moto questa pazza macchina per inseguire il sogno comune della vita.
Un sogno che sembra realizzarsi quando un impietoso primo piano gela gli spettatori: quanto si è visto sta tutto nell’immaginazione della mente ferita del protagonista, il quale, dalle sbarre del campo di concentramento, perde i suoi occhi nel vuoto della cruda realtà.



Joeux Noël
(2005) film di Christian Carion

A mio avviso è molto grave che un episodio storico così bello ed importante come quello contenuto e descritto in questo film non compaia in adeguata evidenza su tutti i libri di storia. Si narrano le “gesta” dei “grandi” dittatori, le “imprese” degli imperi e degli eserciti ma non il piccolo grande miracolo di disobbedienza civile e di fede che avvenne nel Natale del 1914, sul fronte della I guerra mondiale. Due cantanti lirici tedeschi decidono di far visita alla truppa per allietare loro la vigilia di Natale in trincea. Il canto è così bello che rapisce le truppe nemiche scozzesi e francesi all’interno delle rispettive trincee. Un prete scozzese prende la sua cornamusa e risponde con note melodiose. Ne nasce un’atmosfera sublime, di amicizia, fratellanza, disgusto per la guerra. Le tre truppe celebrano il Natale insieme con gratitudine e commozione. Non riusciranno più a spararsi addosso l’un l’altro; anzi, si proteggeranno a vicenda nelle rispettive trincee. Purtroppo non basterà questo gesto a guarire il cancro della guerra. Sia gli ufficiali che le truppe pagheranno le conseguenze di questa vicenda. Ma chi, tra di loro, sarà sopravvissuto all’orrore, avrà qualcosa di diverso da raccontare alle generazioni seguenti. Un segno scolpito nella Storia, un segno che tocca a tutti noi valorizzare in tempi ancora oggi oscurati dalle tenebre della guerra





L'occhio del lupo
di Daniel Pennac
Salani editore

Se cercherete questo testo in una libreria sicuramente lo troverete negli scaffali destinati ai libri per ragazzi. Invece (prendo spunto dalla riflessione di Claudio Bisio sul suo sito) “questo è un libro per adulti che vogliono ancora sognare”. Vi consiglio di addentrarvi in questa fiaba bellissima, vi accorgerete all’ultima pagina, che la lettura è durata troppo poco e che avreste voluto sognare ancora un po’. E’ la storia di un ragazzo africano, chiamato Africa, e di un lupo guercio, Lupo Azzurro. Incontratisi in uno zoo dell’Alaska, entrambi hanno vissuto il dolore, le peripezie, la strada lunga e tortuosa di chi viene abbandonato, subendo la cattiveria di molti uomini, tanto che il lupo è lapidario nel descriverli: “gli uomini? Due zampe e un fucile. Hanno due pelli:la prima nuda, senza un pelo, la seconda, è la nostra.”
Tanto il ragazzo quanto il lupo sono abili nel narrare storie, ognuno a suo modo, ognuno ai suoi simili. Africa però riesce a comunicare non solo con i suoi simili ma anche con il mondo animale. E così, magicamente, avviene anche con il lupo, attraverso le pupille dell’unico occhio visto che anche il ragazzo, per solidarietà, ha provveduto a chiuderne uno. E così condividono le loro storie di sofferenza. Una sofferenza che si scopre essere l’unica causa dell’occhio guercio del lupo: “un occhio solo basta e avanza per uno spettacolo simile!” Ma il ragazzo non ha mai perso la speranza; dopo tanti anni, ha trovato due adulti che gli vogliono bene; ha ritrovato, proprio nello zoo tropicale dell’Alaska, l’amico dromedario Pignatta, con il quale da molto tempo ha “imparato a ridere dentro”. Ha ritrovato l’amico ghepardo, il Gorilla Grigio delle Savane, il Pappagallo Azzurro dalla gola rossa e tutti gli amici di un tempo. Così anche un ambiente triste e angusto come quello dello zoo viene contagiato dalla felicità. E Lupo Azzurro ed Africa riapriranno il loro occhio chiuso.






Into the wild – Nelle terre selvagge
(2007) film di Sean Penn

La vera storia di Christopher McCandless, conosciuto come Alexander Supertramp (1968/1992), trovato morto a soli 24 anni in Alaska, alla fine di un viaggio estremo tra quelle impervie e paradisiache terre voluto con tutte le sue forze. Perché una simile scelta? Per inseguire un sogno? Per il disgusto verso una società arida? L’amore viscerale verso la natura più selvaggia? Uno sterile senso di avventura? Un disagio talmente profondo ed intimo da risultare esplosivo? Scelta di ribellione o di individualismo? Scelta di vittoria (sulle convenzioni, su se stesso, sul vivere borghese) oppure scelta di sconfitta (fuga, rinuncia, isolamento)?
A mio avviso il film ci pone davanti a tutte queste domande e riflessioni. Ma se, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato anche in un piccolo angolino del nostro cuore, di compiere una scelta simile, questo film toccherà delle corde profonde ed intime dentro di noi.
Consiglio vivamente questo film, tratto dal libro di Jon Krakauer “Nelle terre estreme”. Non è un film qualunque; è un film che ci fa guardare allo specchio e che ci fa guardare il mondo, la vita, forse con occhi un po’ diversi. Segnalo, in ordine cronologico due frasi del protagonista che costituiscono, a mio avviso, il bivio, il contrasto all’interno della sua scelta: “Nella vita quello che conta non è essere forti ma sentirsi forti e se vuoi qualcosa veramente datti da fare e prendila…” “La felicità è reale solo se viene condivisa…”





Ridere ultimo (Mondo e Missione)
Edizioni EMI

Questo libro raccoglie le vignette uscite con la rivista del P.I.M.E. “Mondo e Missione” tra il 1974 ed il 1990. Non so quanto sia facile reperirlo. Se riuscite a trovarlo, però, in qualche mercatino dell’usato o in qualche libreria, vi consiglio di acquistarlo, ne vale la pena.
In questi anni vignettisti della stoffa di Vauro ci hanno mostrato quanto possa essere efficace rileggere la realtà con gli occhi della satira più graffiante. In questo testo vignettisti di tutto il mondo interpretano l’abnorme ingiustizia planetaria che vede le moltitudini morire di fame o di guerra, spesso derubate delle proprie risorse a causa di un sistema economico globale perverso, ecologicamente ed umanamente distruttivo ed autodistruttivo. Da tutto ciò deriva il titolo molto azzeccato: “Ridere ultimo”. Per una volta sono proprio gli ultimi della Terra ad avere voce in capitolo, grazie a cento celebri matite simbolo di una parte di mondo che, dalla Svizzera al Brasile, dalla Francia al Burkina Faso, reagisce alle ingiustizie con l’”arma” della vignetta e dell’ironia. Le tante vignette sono intervallate dai commenti di autorevoli personaggi della cultura.



Speciale Orso

Di ritorno da un viaggio in Abruzzo, dove ho potuto far visita a tanti orsi marsicani, osservandoli, filmandoli ed innamorandomene ancora di più, ho pensato, dopo aver già trattato in parte l’argomento in una precedente recensione (il libro “Vita con gli orsi”), di fare un piccolo sunto di opere dedicate a questo animale elusivo, solitario, imponente eppure al tempo stesso tenerissimo, affascinante, straordinario, essenziale attore della vita dei boschi, delle foreste, dei ghiacciai. L’Orso Bruno Marsicano è una sottospecie di Orso Bruno a forte rischio di estinzione. Esistono tante persone impegnate affinché questo non accada.
Per sostenere questi progetti e per altre informazioni: www.mantagnagrande.it. e www.parcoabruzzo.it



L’Orso
di Corrado Teofili
FRANCO MUZZIO EDITORE

Questo testo è un mezzo efficace per soddisfare le proprie curiosità su questa creatura formidabile. Particolarmente puntiglioso ed approfondito è il lato scientifico, sviluppato in modo impeccabile dall’autore (il quale per l’appunto ricopre il ruolo di consulente scientifico per il WWF Italia). Si entra dentro al mondo dell’orso, le sue abitudini, le sue caratteristiche, la sua alimentazione, la descrizione completa e dettagliata delle tante specie di orso esistenti al mondo, molti dei quali purtroppo a rischio di estinzione. “L’uomo ne subisce l’incanto e con esso popola i propri miti e dà corpo alle proprie paure ed ai propri difetti, lo usa come simbolo e come metafora, in un caldo abbraccio ci si addormenta.”
Così Teofili introduce questo libro e penso proprio che non potrebbe esserci introduzione migliore.Lo stesso Teofili, nella presentazione, racconta di come si sia innamorato degli orsi, di come grazie ad essi si sia trasformato da cacciatore ad ecologista convinto e militante. Poi, in appendice, pubblica un intervento del prof. Franco Cardini, il quale ci fa fare un viaggio nella mitologia, nelle allegorie, nelle metafore, nei simbolismi che da sempre circondano il mondo dell’Orso. Simbolismi religiosi (ad esempio l’amore materno dell’Orsa che plasma i figli con la bocca diventa nel II secolo simbolo del Battesimo), sciamanici (le antiche usanze di cibarsi del suo fegato, del suo sangue, del suo cuore per acquisirne la forza ed il coraggio), il rispetto da parte degli Indiani d’America che era quasi devozione; e poi le tante definizioni alternatesi nella storia. Fra le tante ne scelgo due: “il lupo delle api”, immagine molto bella miscela di durezza e dolcezza di questo carnivoro amante del miele; “l’essere che muore e rinasce ogni stagione” con chiaro riferimento al letargo, straordinario fenomeno che porta l’orso a diminuire al minimo le funzioni vitali per resistere all’inverno, al riparo di una grotta.


Alaska
(1995) film di Fraser C. Heston

Film edificante sul rapporto tra l’uomo e la natura. Due ragazzini, grazie all’aiuto di un cucciolo di orso polare cui era stata uccisa la mamma, ritrovano il papà rimasto disperso sulle montagne durante il suo lavoro con l’aeroplano. Durante il viaggio i due ragazzini fanno i conti con il bracconaggio e salvano il cucciolo ingabbiato dai due stessi bracconieri che avevano ucciso la madre. L’orso li aiuterà nel loro tragitto alla ricerca speranzosa del padre tra le rapide e le insidie di una natura selvaggia tutta da godere. Molto interessante l’interpretazione che l’amico indiano dà sul ritrovamento e la sacralità dell’orso.
Alla fine uno dei ragazzini, sopraffatto dalla tenerezza per questa creatura, resisterà alla tentazione di tenere l’orsetto con sé. Lo lasceranno, com’e’ giusto che sia, libero nel suo mondo, tra i ghiacciai dell’Alaska.

 



L’Orso

(1988) film di Jean-Jacques Annaud

Anche questa pellicola mette a nudo la ferocia dei bracconieri. E’ la storia di un’ orsetto rimasto senza la mamma a causa della caduta accidentale di un masso e per questo molto sofferente. Sta un’intera notte al fianco del cadavere (scena molto tenera e realistica: gli orsi sono legati alla mamma in modo viscerale per tutto il periodo dello svezzamento, ne sono addirittura completamente dipendenti). Viene adottato da un grosso grizzlie adulto che lo porta con sé.
Due bracconieri li perseguitano e li catturano ma uno di essi si ritroverà, in una scena indimenticabile, proprio di fronte al grizzlie inferocito. Implorerà l’orso di lasciarlo in vita. E proprio grazie a questo episodio capirà il valore della vita.
Da sottolineare la bellezza delle riprese. Il film, pur essendo ambientato nella Columbia Britannica del 1885, è stato girato interamente sulle Alpi Tirolesi e sulle Dolomiti. Le scene che hanno per protagonisti gli orsi sono veramente incredibili, quasi recitassero sul serio, frutto sicuramente di un lavoro straordinariamente scrupoloso e di un numero infinito di ciak.



I due giorni dell’orso
di Giuseppe Paone
PSICHE E AURORA EDITORE

Questo testo, promosso e sostenuto dal Parco Nazionale d’ Abruzzo, Lazio e Molise, è un romanzo ambientato in questi luoghi meravigliosi.
Interamente stampato su carta riciclata (cosa bene-augurante e purtroppo non frequente) propone una serie di avvincenti e fantasiosi racconti tutti ambientati nei luoghi di questa bellissima area del Centro Italia. E’ bello leggere queste pagine proprio al ritorno dal mio viaggio. Ritrovo narrate quelle vicende e quei personaggi che ho vissuto in parte da vicino in quei giorni: i guardiaparco, i turisti responsabili, gli escursionisti, gli abitanti delle montagne, gli ambientalisti, i veterinari, e purtroppo anche gli irresponsabili, i bracconieri, gli uomini senza scrupoli. Credo che questo libro sia uno strumento eccezionale per la sensibilizzazione degli studenti ma anche per una realistica e sincera promozione turistica. Leggendo queste pagine viene una gran voglia di recarsi in questi luoghi e chi vi scrive vi conferma che non è solo un’illusione, ne vale la pena.



Chiamami aquila
(1981) film di Michael Apted

Può un fumatore incallito, giornalista d’assalto di una città tossica come Chicago, innamorarsi di una ornitologa che vive sulle Montagne Rocciose studiando le Aquile Calve (specie in via di estinzione)? Certo che è possibile. Anche se, per il mantenimento del rapporto, ci vorrà tanto tanto impegno… Stili di vita, di ossigeno, di lavoro completamente opposti si incrociano creando momenti davvero esilaranti. Una commedia deliziosa dotata di irresistibile ironia, con un John Belushi in gran forma.
Lo consiglio vivamente sia per i dialoghi, la grande tenerezza di molte scene e poi per le riprese straordinarie girate sulle Montagne Rocciose (circa metà film è ambientato in quel paradiso).
Mi piace segnalarvi, tra le tante, una battuta del film e dell’indimenticabile John Belushi: “Lei è un galantuomo signor Harriger, non sarà mai presidente"




Radiohead
In Rainbows Tour 2008

La prima volta che ascoltai questa band fu a Catania il 6 agosto 1995. I Radiohead aprivano il concerto dei R.E.M. allo Stadio Cibali. Fu una folgorazione. Da quel momento in poi quella musica non mi ha mai più abbandonato accompagnando molti momenti della mia vita. Oggi sapere che dietro quelle note suadenti, dietro quei testi a volte impregnati di nichilismo ma comunque affascinanti, nascono iniziative di grande importanza per la tutela del pianeta, è davvero un piacere.
E’ come dare una duplice lettura alle gesta di questi ragazzi di Oxford, unendo lo spessore artistico a quello etico. Negli ultimi anni la band ha capito quanto sia importante dare il proprio contributo, specie per chi, come loro, calca le scene della musica. Il CD “In Rainbows” è stato messo in vendita via internet a offerta libera. I Radiohead si sono svincolati dalle grandi industrie discografiche risparmiando un notevole quantitativo di carta e plastica. Hanno facilitato ai fans l’accesso ai concerti scegliendo luoghi più vicini al centro delle città, più accessibili e raggiungibili coi mezzi pubblici. Ad esempio a Milano, proprio per le ragioni prima accennate, hanno preferito l’Arena civica del Parco Sempione al ben più attrezzato Stadio Meazza di San Siro. Inoltre hanno avviato ed approfondito una collaborazione con l’associazione Best Foot Forward per calcolare e ridurre all’osso l’impronta ecologica dei concerti: energie rinnovabili, raccolta differenziata, impianti luce ed audio a basso consumo ecc.
Oggi chi assiste ad un concerto dei Radiohead, assiste ad uno spettacolo sobrio ed essenziale in cui ciò che conta, finalmente, non sono gli esagerati e quasi irritanti effetti speciali di ogni natura e specie ma semplicemente la musica.

 




Gomorra
(2008) film di Matteo Garrone

Dal best seller di Roberto Saviano un film crudo, un vero cazzotto sullo stomaco. Un incubo di 2 ore per noi spettatori, un incubo per tutta la vita per i veri protagonisti della vita reale di Scampia. Non poteva che essere così una efficace trasposizione cinematografica del libro. Diverse terribili storie di vita si intrecciano, divorate dal mostro camorra. In particolare in questa sede è maggiormente attinente approfondire uno degli aspetti narrati: la gestione dei rifiuti tossici. “Se quei rifiuti illegali, gestiti dai clan negli ultimi 30 anni, fossero ammonticchiati, formerebbero una montagna di 14.600 metri su una base di tre ettari, circa il doppio dell'Everest”. Questa la dimensione del fenomeno, secondo Saviano.
Il film mette in luce vari protagonisti plausibili del fenomeno: il mediatore tra le aziende del nord ed i clan (capace di “risolvere” i problemi in qualunque modo, anche mettendo dei ragazzini alla guida dei camion), la famiglia povera che svende il proprio terreno pur sapendo che servirà allo smaltimento illegale dei rifiuti tossici, la vecchietta ignara che raccoglie ingenuamente le pesche dagli alberi contaminati, il ragazzo (unica piccola luce di speranza del film) che preferisce la disoccupazione a quel tipo di lavoro: “io non sono come voi!”
Alla fine due ragazzi del quartiere, che si erano messi nei guai con i boss, vengono trucidati. I loro corpi vengono trasportati con un escavatore proprio come rifiuti. Questa analogia finale, terribile ma assai significativa, chiude il film lasciando un senso di amaro e di nausea.
Alcuni personaggi dello spettacolo si stanno indignando affermando con enfasi che “Napoli non è solo questo”. Voglio credere alla loro buona fede (anche perché è vero che Napoli non è solo questo), ma mi chiedo: cosa si dovrebbe fare allora secondo loro? Continuare a chiudere gli occhi all’infinito? In fondo siamo tutti desiderosi di rassicurazioni, di notizie tranquillizzanti. Ma secondo me chi denuncia, con così tanto coraggio, lo schifo che ci circonda, non può che avere il nostro plauso ed incondizionato sostegno.





Canzoni e ambiente
Viaggio tra le canzoni d’autore

Poteva mancare la musica in questa nostra rubrica? Assolutamente no. Provo così a mettere in rassegna, in ordine cronologico, alcune canzoni d’autore che ho amato profondamente.

- “Cemento armato” dall’album “Collage” – Le Orme – 1971
La prima volta che, grazie a mio zio Franco, ascoltai questo pezzo, fu una folgorazione. E’ il grido di protesta di una generazione, di chi traduceva in note un grande disagio, la rabbia e l’urgenza di una società migliore di questa. La voce melodiosa del cantante contrasta con le “urla”strazianti di un organo Hammond che Pagliuca strapazza impeccabilmente. “Cemento armato la grande città senti la vita che se ne va. Vicino a casa non si respira, è sempre buio ci si dispera. Ci son più sirene nell’aria che canti di usignoli. E’ meglio fuggire e non tornare più.”

- “Il lupo” dall’album “Sul nido del cuculo” – Mario Castelnuovo – 1988
C’e’ tanto amore e tanta poesia di questa canzone di Castelnuovo. Il cantautore scrive mettendosi nei panni del lupo, di fronte ad un fucile, di fronte ad un uomo che non capisce, di fronte ad una compagna che gli viene rubata da un ennesimo assurdo colpo d’arma da fuoco. “Gli uomini conoscono cos’è un fucile, ora che l’ho visto lo conosco anch’io. Ma lo sanno gli uomini cos’è morire, quello di morire è un privilegio mio. Gli uomini lo sanno che cos’è l’amore, ora che t’ho vista lo conosco anch’io, lascia che ti annusi in questo batticuore… Gli uomini lo sanno che cos’è la vita, siamo nel mirino corri un altro po’, ci sorprende il lampo di una fucilata; dimmi stai giocando, non mi dire no. Giovane compagna fossi addormentata? Gli uomini sorridono ora so perché. Leccherò per sempre questa tua ferita; uomo, se hai coraggio prendi pure me… Dietro la collina scende giù la sera. Dietro il nostro amore dorme insieme a te…”

- “A piedi nudi” dall’album “Mi vuoi bene o no?”– Angela Baraldi – 1993
In questo pezzo a mio avviso ritroviamo l’antico spirito hippy, il desiderio di libertà, di evasione, di ricerca di un rapporto intimo con la natura e tutte le sue componenti e poi quella ribellione che troviamo anche, ad esempio, nella storia narrata nel recente film di Sean Penn “Into the wild”. In una società veloce, arida, conformista, inquinata, il desiderio di riconquistare il proprio rapporto con la natura e di sentirsi soprattutto liberi. “Vado via e non bisogno di molti soldi, vado verso la campagna a piedi nudi, corro verso il fiume e mi diverto, con un po’ di vento, con un po’ di pioggia, perdo del tempo. Aspetto che il giorno finisca sulle valli aperte sui fossi l’ortica, mentre il silenzio dei grilli e del grano copre il boato di un mondo lontano lontano. E me ne frego non guardo dove mi siedo, non guardo che ore sono, non so come mi chiamo. E non torno a casa tanto ho perso la strada, tanto non mi piaceva preferisco camminare a piedi nudi. Vado via e non ho bisogno di indicazioni, vado verso la campagna in cerca di visioni. Aspetto seduto se qualcuno passa saluto se chiudo gli occhi continuo a vedere parlo da solo e mi sto ad ascoltare ascoltare, Aspetto che il giorno finisca sui campanelli sui vecchi cortili, dormo per terra riposo la schiena, io sono il matto tra il sole e la luna, la luna. Vado via, vado via….”

- “Marzo 3039” dall’album “Prima di essere un uomo” – Daniele Silvestri 1995
Una canzone visionaria che immagina un futuro inquietante che però, se non stiamo attenti, potrebbe non essere così lontano. E’ un futuro in cui le azioni dell’uomo sono andate fuori controllo ed il protagonista immaginario del pezzo arriva a rimpiangere cose che oggi ci appaiono scontate ma forse scontate non lo sono più: “Chissà com’era quando il sole si poteva guardare e sentirlo sulla pelle fino a farsi bruciare… Chissà com’era quando l’aria si poteva respirare e sentirla nei polmoni fino a farli scoppiare. Ogni notte sogno di nuotare e sento il fuoco sulle labbra che ti lascia il sale… Però… oggi partono i missili, li guarderò e saranno bellissimi…”

- “Il libro della terra”/”Fuori orario”/”Bianco su nero” dall’album “Un po’ di febbre” – Mario Venuti 1994
In questo lavoro di Mario Venuti sono diversi i riferimenti verso la natura ma trova spazio soprattutto un grande desiderio di cambiamento. “Il libro della terra”, con le sue note melodiose, ti verrebbe voglia di ascoltarla davanti ad un panorama mozzafiato. “E lasciami guardare, voglio solo un po’ lasciarmi vivere, presto tutto passa e poi ci lascia. Già torna primavera, tutto è più tranquillo e più felice. E tutto è detto, tutto è scritto dentro al libro della terra. E lasciami ascoltare, vibrano le foglie come anime e quando il fiume passa quasi parla…” “Fuori orario” non è per me solo una canzone, è un manifesto da cui farsi ispirare, è una lezione di vita. “Se abitassi in cima a una montagna e passassi il tempo tutto solo sarei molto più felice di vederti quando vieni e bussi alla mia porta. Invece stiamo in mezzo a tanta gente, gli uni sopra gli altri nei palazzi, ci incrociamo sempre con indifferenza o un poco di aggressività. Chissà, che cosa ci potrebbe capitare se provassimo ad andare fuori orario oltre il nostro monotono binario. Portiamo i desideri più innocenti a bere l’acqua pura di una fonte, l’universo emette voci impercettibili sul ritmo più segreto della vita, mi accorgo che gli incontri e gli abbandoni scandiscono lo scorrere del tempo; i cerchi dentro al tronco di una quercia trasmettono i ricordi ai nuovi rami. Mi sveglio e vado, cammino a passi lenti tra la gente e ricomincio a vivere in orario, lungo un altro possibile binario.”

Abbiamo riscontrato in alcuni pezzi il desiderio di fuga e di evasione. “Bianco su nero” è invece un invito a lottare contro tutto ciò che è ingiustizia, violenza, orrore. E’ l’affresco sofferto di un siciliano ferito. “… una storia di crude violenze dove lo Stato non c’è o non si vede. Ma noi non ci siamo mai dati, da tempo abituati solo a difendere un posto nel nostro piccolo mondo tranquillo. E’ solo un altro spettacolo in onda che accompagna la nostra realtà ma non ci sfiora. Pochi chiarori in un mare così nero è facile disperdersi non sapere dove si va. Spero che il tempo sia giusto con noi e presto ci libererà, eppure lo so per ingenuo che sia la voglia non è solo mia di grandi azioni, di ribellioni che mettano bianco su nero, dopotutto credo ancora a questa voce che dal cuore viene su. Mi sforzo ogni giorno di capire ma non avete scuse, le vostre carriere del crimine bisogna con forza spezzare. Non è detto che avremo solo il destino di dormire o di morire. E quando le azioni feroci colpiscono ancora scegliere il posto in cui nascere è la cosa che più avrei voluto. Oppure dovremmo soltanto inebriarci nei giardini di delizie e non vedere?”




Grey Owl
(1999) film di Richard Attenborough

Pur non essendo un grande capolavoro, questo film ha avuto il grosso merito di narrare e far conoscere la bellissima storia di colui che è considerato, se non addirittura il primo, uno dei primi ecologisti della storia. “Grey Owl” (“Gufo Grigio” – Colui che vola di notte) era in realtà Archibald Stanfeld Belaney, nato in Inghilterra nel 1888, orfano e cresciuto per anni dalle zie. A 17 anni fuggì di casa e si recò in Canada per vivere il suo sogno: la passione viscerale per i nativi americani.
Così entrò in contatto con una tribù di Chippewa, nascose fino alla morte la sua vera identità dicendo a tutti, per giustificare i suoi occhi azzurri, che era un nativo mezzosangue. Così visse per anni da indiano e da cacciatore nella natura selvaggia del Canada. Finchè, dopo un processo di maturazione e la conoscenza del grande amore della sua vita, divenne un convinto difensore della natura e di tutte le sue creature. In particolare divenne uno strenuo sostenitore e difensore dei castori. Scrisse libri e tenne conferenze in tutto il mondo diventando un fondamentale punto di riferimento ecologista. Solo dopo la sua morte, avvenuta per polmonite nel 1938, venne scoperta la verità sulla sua vita e le sue origini. Ma, nonostante ciò, rimane inalterato il valore enorme dei suoi gesti e della vita di un precursore, testimone e protagonista del suo tempo. Non a caso, a distanza di un secolo, sia la terra natia che quella di adozione hanno dedicato a questo personaggio importanti tributi in segno di gratitudine, tenuti presso i locali istituti scolastici.




Gocce di resina

di Mauro Corona
Edizioni Biblioteca dell’Immagine

“La resina è il prodotto di un dolore, una lacrima che cola dall’albero ferito. Gocce dorate, gialle come miele, che non scappano via, non fuggono come l’acqua, non abbandonano l’albero. Rimangono incollate al tronco, per tenergli compagnia, per aiutarlo a resistere, a crescere ancora. I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita”.
Questa è solo una delle tante bellissime metafore contenute in questo libro, giunto alla decima ristampa. Affascinato da questo modo di narrare ed in generale dalla grande e suggestiva simpatia del personaggio, ho deciso di acquistare questo testo.
Mauro Corona è un boscaiolo, scalatore, scultore del legno, disegnatore, in generale un abitante e grande conoscitore delle montagne di Erto. In questo libro vengono descritti minuziosamente gli aspetti piu’ diversi della storia di queste vallate. Da quelli piu’ fastidiosi ed inquietanti (“Costretto da mio padre e da una legge non scritta che voleva un ragazzino bracconiere, fumatore, bevitore e, se non proprio stupratore, quanto meno maltrattatore di donne per poter diventare vero uomo…”) a quelli piu’ belli e teneri (“Lo andavano a trovare perché a quei tempi non si lasciava morire la gente in solitudine”). E’ un viaggio attraverso i racconti, le leggende, i dialetti, gli aneddoti, i ricordi di una vita trascorsa tra i boschi e la gente dei boschi, tra le tante osterie e le migliaia di alberi, con l’ombra costante ed infinitamente triste della tragedia del Vajont, causata dall’avidità e l’arrivismo dell’essere umano, una tragedia che segnò indelebilmente quella parte di Italia.
Chiudo questa recensione segnando l’aspetto piu’ negativo e quello piu’ positivo, secondo il mio parere, di questo testo. L’aspetto piu’ negativo è sicuramente la mancanza di una critica ferma nei confronti del bracconaggio, quando c’e’ è piuttosto timida; gli aspetti piu’ positivi sono sicuramente la sincerità della scrittura ed il sublime uso delle metafore. “Gli uomini sono come alberi, hanno una corteccia che li protegge. Se gliela togli rimangono nudi, li puoi vedere nella loro interezza, nella loro fragilità, nel loro dolore. Vi sono molti attrezzi per togliere la corteccia agli uomini. Uno di questi è l’amore, che fa togliere le linfe come la primavera”.




Oltre il limite
spettacolo teatrale - regia di Monica Felloni e Piero Ristagno

Emozioni forti ed indimenticabili quelle che si provano assistendo allo spettacolo “Oltre il limite”. Protagonisti sono 10 attori con Sindrome di Down, condotti mirabilmente da Giuseppe Calcagno. Tutta l’opera è ispirata alla figura di Angelo D’Arrigo, a distanza di 2 anni esatti dalla sua scomparsa. Una persona che non era solo un recordman. Solo ad occhi ciechi, orecchie sorde e cuori distratti può essere apparso così. Angelo era l’amore viscerale per la natura e per tutti gli esseri viventi. Un esempio, il suo, che viaggia ancora attraverso la sua poesia, le sue immagini ed i progetti di solidarietà portati avanti dalla Fondazione che porta il suo nome.
Ce n’e’ tanta di poesia in quest’opera. La voce narrante, intensa ed emozionante, accompagna le immagini di Angelo con il suo deltaplano, l’atmosfera è subito leggera e gli attori si lasciano andare al volo trasportando gli spettatori in un viaggio talmente emozionante da non poter frenare in alcun modo i loro ripetuti applausi. La scenografia è snella ed essenziale, gli effetti assolutamente efficaci riproducono l’elemento naturale a cui Angelo era legato: l’aria. Gli attori protagonisti uniscono alla naturalezza, leggerezza della loro dimensione una maturità da attori professionisti che non finisce di stupire gli stessi registi.
“Oltre il limite” ha avuto risonanza anche sulle reti televisive nazionali e, sostenuto dal CSVE, è stato proposto anche alle scuole come importante momento formativo.
Alla fine dello spettacolo vedere questi attori così contenti, vedere gli occhi lucidi di tutti i presenti, fa capire che, anche grazie a questo progetto, il sogno di amore e libertà di Angelo D’Arrigo è ancora qui con noi.




Il segreto del bosco vecchio
(1993)
film di Ermanno Olmi

La mancanza di rispetto verso la natura e la mancanza di rispetto verso i propri simili sono due facce della medesima medaglia. Questo film a metà tra la fiaba ed il noir, è a mio avviso un viaggio assolutamente suggestivo nell’animo umano e nelle sue varie sfaccettature. Non è la prima volta che Ermanno Olmi immerge le sue opere nella natura, parte essenziale e imprescindibile del suo raccontare.
L’amministratore di una vecchia proprietà all’interno del bosco vecchio, il colonnello Procolo (interpretato magistralmente da un grande Paolo Villaggio), è disposto a tutto pur di assumerne per intero la proprietà.
Nessuno riesce a dissuaderlo: gli spiriti del bosco, i moniti delle creature, le leggende antiche ed inquietanti, l’importanza e la storia di alberi centenari.La sua sete di possesso supera ogni ammonimento. Decide persino di uccidere il nipote (primo intestatario dell’appartamento). Rimane desolatamente solo con la sua avidità; persino la sua ombra, schifata, decide di abbandonarlo.
Poi, improvvisamente, uno scatto di lucidità e coscienza. Si rende conto di quello che sta facendo, cerca disperatamente di salvare il nipote uscendo, e morendo, in una tormenta di neve. “Il colonnello muore” – sussurrano le creature del bosco. Per fortuna il nipote è salvo, il colonnello si è redento, la sua ombra torna a fargli compagnia e lui, serenamente, muore.
Da un racconto di Dino Buzzati, una fiaba sul rispetto per gli altri e per la natura, su cosa può diventare l’uomo divorato dall’avidità e su come può egli stesso rimettersi in piedi e redimersi, fino all’ultimo respiro di vita.

 



Vita con gli orsi

di Beth Day
Edizioni Garzanti


La vera storia dei coniugi Jim e Laurette Stanton, i quali decidono un bel giorno di abbandonare tutto e andare a vivere tra le foreste nel Nord America. Niente più comodità, niente più “sicurezza”. Stanchi di una società che già nel 1919 dava segnali inquietanti di aridità, scelgono il rischio, scelgono l’amore per i paesaggi sconfinati, scelgono il rapporto diretto con la natura selvaggia. Si arrangiano in baracche di fortuna, si adattano e resteranno per sempre fedeli alla loro scelta di vita. In questo contesto impareranno a convivere con i Grizzlies, i giganteschi orsi delle Montagne Azzurre.
Diceva James Artur Wallace: “Non so bene perché, ma c'è qualcosa negli Orsi che induce ad amarli". Come dargli torto? Anche io sono rimasto stregato dagli orsetti marsicani abruzzesi (ben più mansueti, in verità, dei grizzlies…). In effetti la parte più affascinante del libro, come si evince dal titolo stesso, è proprio il rapporto con questi esseri fenomenali, la loro psicologia, le loro abitudini a volte estremamente curiose. Ad esempio lo “sfruttamento”, da parte dell’orso, dell’olfatto del lupo per una caccia più proficua. I due animali così diventano una vera e propria squadra pur non dandosi alcuna confidenza.
Alcune pagine del libro e della vita dei coniugi Stanton stridono con i criteri di un ambientalismo maturo che abbiamo fatto nostri in questi anni. Jim Stanton è un cacciatore abbastanza responsabile ma è pur sempre un cacciatore. Inoltre si guadagna da vivere con le pelli e tira giù un gran numero di alberi; accompagna i visitatori e curiosi a cacciare. Cerca di farlo in modo responsabile ma l’ impatto ambientale generale non è indifferente. Allora, vi chiederete, perché consiglio questo libro? Perché a mio avviso è uno spaccato di vita interessantissimo. Cosa li ha spinti a fare una scelta di vita così forte e soprattutto a mantenerla, tra lo stupore della gente, per tutti quegli anni? “Non sei al sicuro in questo paese selvaggio” dichiara Jim. “Non sei più una ragazzina, lo sai.” Risponde Laurette: “Ma ho tutto quello che avevo allora. Ho te e gli animali e gli uccelli… e tu, dal canto tuo, hai tutti gli orsi grigi che rimangono al mondo!”




Quotidiano responsabile
di Ugo Biggeri, Valeria Pecchioni, Anne Rasch
Edizioni EMI


“Quotidiano responsabile” è un testo pregevole, ottimo strumento formativo per le scuole ma anche per ogni singolo cittadino che desideri ricevere qualche spunto in più per rispondere alla domanda personale: “cosa posso fare io di fronte ai problemi del pianeta?”
Già dal sottotitolo si evince l’obiettivo che il “Quotidiano responsabile” si propone: “Guida per iniziare giorno per giorno a prendersi cura del mondo e degli altri”. Sia la veste grafica che l’impostazione risultano snelli ed efficaci. La lettura è agevole poiché schematica ed arricchita da pensieri, riflessioni e citazioni di interesse, nonché da consigli bibliografici e di siti internet sui vari argomenti trattati.
E’ un lavoro che approfondisce soprattutto un punto: il peso delle nostre scelte personali non solo nei confronti dell’ambiente ma anche nei confronti dei Paesi del Sud del mondo. L’importanza di un cambiamento degli stili di vita e delle abitudini quotidiane, partendo dai piccoli accorgimenti quali la limitazione delle distrazioni, passando per scelte importanti come quella della finanza etica e del consumo responsabile. E poi il rispetto per le risorse, la gestione dei rifiuti, il risparmio idrico ed energetico, il commercio equo e solidale, il volontariato.
A questo punto immaginerete almeno 400 pagine. Invece sono appena 97 e in questo, a mio avviso, sta un ulteriore punto a favore del testo. Infatti il basso costo ed il basso numero di pagine consente a tutti di avere una sorta di “piantina”, una piccola mappa delle scelte, facile da consultare e da promulgare, un lavoro efficace ma anche sincero.





L’Ottavo giorno
(1996) film di Jaco Van Dormael

“Buongiorno! Sono le 7:30 e ci sono già 5 km di coda sulla Statale 111!” La radiosveglia ricorda ad Harry che sta per iniziare un’altra insensata giornata di finzioni, di maschere, di arida routine. E’ profondamente infelice, un matrimonio fallito alle spalle (le due figlie vivono con la madre), ma non può permettersi di farlo notare. Il suo lavoro ed il suo ruolo nella società non gli consentono di essere triste. “Siate fieri di voi e della vostra banca!” Ma quando è solo nella sua casa con i suoi pensieri medita in segreto il suicidio. “A forza di fingere sei diventato il tuo sistema” gli rimprovera la ex moglie.
In questo contesto irrompe nella sua vita Georges, ragazzo con sindrome di Down. Georges è un ragazzo sensibile e vitale, gli insegna ad amare la vita anche nelle sue piccole cose, gli scioglie i nodi allo stomaco e all’anima.
- “Se tocchi un albero diventi albero”;
- “l’erba, quando la tagliamo, piange. Bisogna consolarla, sfiorarla con dolcezza”;
- Distesi sull’erba: “Restiamo ancora un minuto, un minuto tutto per noi”.
Harry, grazie all’amicizia di Georges, ribalta la sua vita, fugge da una importante convention aziendale e riconquista i rapporti con le figlie e la moglie, riconquista la vita.
Invece quella di Georges è una condizione di diversità che il mondo gli fa pesare fino a condurlo alla morte.
- “Io non sono come gli altri”;
- “Sì, è vero. Tu sei migliore degli altri”. L'ottavo giorno è un film che ci riconcilia con la vita, con l’essenziale, con la bellezza.


 

 

 

 

 

 




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